“1969” di Achille Lauro è l’album sperimentale per eccellenza

Articolo di

Greta Scarselli

1969” è uscito e Achille Lauro aveva ragione, non abbiamo mai sentito niente del genere.

Lauro e Boss Doms si sono messi di fronte ad un’ardua impresa, il cambio di genere è stato graduale, è vero, ma è comunque sfociato in qualcosa di completamente diverso. Quello che viene da chiederci è quale sarà l’impatto su coloro che sono stati fan di progetti come “Dio C’è”.

Sanremo è stata la porta necessaria per riuscire nell’intento. Se noi abbiamo sempre saputo chi fosse Achille Lauro e soltanto adesso ne notiamo il cambiamento, probabilmente i milioni di persone a cui è arrivato grazie alla televisione lo hanno conosciuto come quel ragazzo che insegue il sogno della rockstar, il rapper che è stato neanche se lo immaginano. È un ibrido, Achille Lauro, e questo album è forse uno dei più sperimentali che abbiamo sentito da anni a questa parte nella scena rap italiana. Che poi, possiamo ancora parlare di rap?

Tutta questa confusione ci ha fatto tornare in mente un pensiero espresso da Nitro quando gli abbiamo chiesto quale fosse il segreto per arrivare lontano, eliminare le etichette e odiare l’abitudine: non abbiamo mai visto nessuno farlo così bene come Achille Lauro e Boss Doms.

Gli Skrtt si sono trasformati in Oh sì e le basi di Boss Doms sono letteralmente tornate a 50 anni fa, il tutto accompagnato da testi che non si possono inquadrare, hanno un’essenza tutta loro, raccontano l’amore, le voglie e le speranze, fotografano ancora la realtà che li circonda. Tutto quello che possiamo dire è grazie, per questo viaggio nel tempo dei giorni nostri.