Music

Abbiamo ascoltato i brani di Sanremo in anteprima

Articolo di

Marta Blumi Tripodi

Fin dal 3 dicembre scorso, quando Amadeus ha annunciato in pompa magna il cast di Sanremo 2024 al TG1, la domanda che tutti i fan del Festival si pongono è una: come saranno le canzoni? Quesito più che legittimo, anche perché il cast è ancora più atipico di quanto ci avesse già abituato il direttore artistico di queste ultime cinque edizioni.

A meno di un mese dall’inizio della kermesse ci siamo uniti al resto della stampa per un preascolto riservato dei brani in gara, per farci un’idea più precisa di cosa ci aspetterà dal 6 al 10 febbraio nelle interminabili (è proprio il caso di dirlo: 30 brani in gara + ospiti e superospiti) dirette dall’Ariston. E confermiamo l’impressione di un Sanremo decisamente atipico. Innanzitutto per le produzioni: non è chiaro se si tratta di una tendenza attuale, di una mossa strategica o semplicemente dei gusti di Amadeus nel selezionare i brani, ma le tradizionali ballate orchestrali sono decisamente meno del solito, mentre spopolano cassa dritta e sonorità da tagadà di provincia. Roba da Festivalbar o da Arena Suzuki, più che da Festival della Canzone Italiana: viene da chiedersi cosa farà l’orchestra, visto che gli arrangiamenti che la prevedono sembrano ben pochi. Dopo anni in cui le tematiche sociali o profonde si ritagliavano una quota importante di attenzione, inoltre, c’è stata una netta marcia indietro verso il disimpegno quasi totale: la stragrande maggior parte delle canzoni sono semplici brani d’amore (molti dei quali scritti dagli stessi autori: prevalgono su tutti Jacopo Ettorre, Davide Petrella alias Tropico, Cheope alias il figlio di Mogol e Federica Abbate).

Amadeus spiega che non compone mai il cast a tavolino in base al tiro del pezzo o agli argomenti che tratta, ma che si limita a selezionare canzoni che abbiano la chance di diventare un tormentone e durare nel tempo. E quindi eccoli qui, questi aspiranti 30 tormentoni, rigorosamente nell’ordine in cui li abbiamo ascoltati.

GHALI – Casa Mia

Nonostante la produzione elettronica e all’avanguardia, un po’ in stile Planet Funk, “Casa mia” rappresenta un distacco dalla trap e un ritorno al suo periodo pop, con un testo incentrato sul concetto di casa, in senso metaforico e letterale. Ghali parte un po’ in sordina, ma man mano che il brano prosegue ti cattura come il Pifferaio Magico. Alla fine dei tre minuti, è riuscito a convincerti che è uno dei più interessanti di tutto il Festival.

GEOLIER – I p’ me, tu p’ te

Ebbene sì, alla fine le voci erano fondate: a Sanremo porta un pezzo interamente in napoletano. Un brano in cui rappa poco o niente, nonostante le metriche complesse e serrate, con una produzione davvero interessante (a cura di Michelangelo) caratterizzata da una cassa dritta ma dal piglio soft. “I p’ me, tu p’ te” è molto originale, una delle poche canzoni in gara che non ricorda niente di già esistente.

BIGMAMA – La rabbia non ti basta

Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un brano con cassa dritta, dalla metrica serratissima, ma comunque prevalentemente cantato (gran bella voce e ottima intonazione, tra l’altro: un applauso per la versatilità di BigMama). “La rabbia non ti basta” è una sorta di lettera alla sé stessa del passato, in cui ricapitola tutte le avversità affrontate fino a oggi, tra storie sbagliate, paura di uscire allo scoperto e voglia di rialzare la testa: missione compiuta.

BNKR44 – Governo Punk

“Governo Punk” è un po’ un manifesto di ciò che i BNKR44 rappresentano: la vita di provincia che sta stretta e annoia, il garage in cui scrivevano le canzoni, e soprattutto il regime artisticamente anarchico con cui (auto)gestiscono il loro collettivo. Divertente, scatenata, uptempo, è una canzone tutta da pogare; come fanno i teenager di oggi però, rigorosamente senza farsi male e col telefono in mano per immortalare il momento.

IRAMA – Tu no

Irama va sul sicuro: “Tu no” è la sua classica ballata malinconica, che come al solito gli riesce benissimo, tanto che è dato tra i favoriti. Ben concepita, struggente, appassionata, non rappresenta una sostanziale evoluzione stilistica rispetto a “Ovunque sarai”, con cui si era presentato a Sanremo nel 2022. Vedremo se il fatto di avere mantenuto una coerenza stilistica giocherà a suo favore o contro.

GAZZELLE – Tutto Qui

Una ballata inaspettata da parte di Gazzelle. Il titolo “Tutto qui” è apparentemente azzeccatissimo, perché come tutte le cose semplici arriva subito: la tenera metafora dei panda per indicare la stanchezza dei protagonisti rischia di far sciogliere orde di innamorati come neve al sole.

ROSE VILLAIN – Click Boom!

All’inizio “Click Boom!” sembra il classico pezzone sanremese, molto più melodico e tradizionale rispetto a quelli a cui ci abbia abituato Rose Villain. E invece è uno dei brani più originali e interessanti del festival: una ballata d’amore struggente che a un certo punto switcha completamente, lasciando spazio alla cassa dritta e a un ritornello dissonante e ossessivo. Vincente soprattutto la produzione, firmata da suo marito SIXPM.

MAHMOOD – Tuta gold

Ci sono dei pezzi che può fare solo Mahmood, perché nessun altro riuscirebbe a interpretarli come lui, metricamente e stilisticamente: “Tuta gold” è uno di questi. Tra batterie vicine al reggaeton e ritornelli caleidoscopici, torna a parlare di uno degli argomenti che lo avevano caratterizzato all’inizio della sua carriera: la vita di un ragazzo di un quartiere periferico di Milano (con tanto di frecciatina al padre assente).

LA SAD – Autodistruttivo

“Autodistruttivo” è un brano tradizionalmente pop-punk. Il testo (scritto insieme a Riccardo Zanotti dei Pinguini Tattici Nucleari) è molto efficace per quello che si prefigge di comunicare, ovvero la storia di un ragazzo problematico e tormentato, ma non è particolarmente estremo o controverso. Una cosa è certa: come quota ribelle/alternativa di quest’anno, difficilmente farà scandalo… 

DARGEN D’AMICO – Onda alta

Se altri pezzi hanno la cassa dritta, Dargen si è letteralmente scatenato: è praticamente un pezzo gabber, però con atmosfere caciarone da tagadà. La genialata è che accompagna un testo dal contenuto socialmente impegnatissimo: “Onda alta” parla infatti di immigrazione e delle difficoltà che affronta chi solca il mare per rifarsi una vita qui. Chissà in quanti lo capiranno.

FRED DE PALMA – Il cielo non ci vuole

Rullo di tamburi, incredibile ma vero: “Il cielo non ci vuole” non è un pezzo reggaeton! Cassa dritta, synth distorti e cupi, è il classico pezzo d’amore su un lui bastardo che non sa amare una lei complicata e delicata. Chissà come prenderanno i suoi fan questo cambio di direzione in termini di sound.

SANGIOVANNI – Finiscimi

Anche Sangiovanni potrebbe essere un potenziale vincitore del Festival. La sua è una ballad con arrangiamenti contemporanei, in cui gli archi sono sostituiti in parte da mega pad dilatatissimi e un po’ dissonanti (la firma è sempre quella di SIXPM insieme ai 2nd Roof). La canzone non è particolarmente originale ma fa il suo: è un ottimo classico sanremese 2.0, di quelli che piacciono a nipoti e nonni, e molto ben interpretato.

CLARA – Diamanti Grezzi

Da Clara ci aspettavamo forse un brano più tradizionale e vocalmente intenso, e invece ci sorprende con una cassa dritta, una produzione dance in stile primi anni ‘00 (ad opera di Katoo) e una vocalità ruvida e incisiva alla Rihanna. Brano senz’altro più forte di quello con cui aveva vinto Sanremo Giovani, ma bisogna capire se sarà in grado di spiccare sull’agguerritissima concorrenza degli altri pezzi uptempo.

DIODATO – Ti muovi

Ecco un artista che non sente la necessità di rinnovarsi, e nel senso migliore del termine: la musica di Diodato è senza tempo e non ha bisogno di artifizi per distinguersi. Ti muovi è una ballad d’amore dalle sonorità calde e soul, con un arrangiamento minimale ma perfetto. Nulla di diverso a quello a cui ci ha già abituato, ma che classe.

LOREDANA BERTÉ – Pazza 

Quella di Pazza è la Loredana scanzonata, autoironica e allegra di Dedicato, più che quella perennemente incazzata di Che cosa vuoi da me: e in questa veste leggera ci piace decisamente di più. Un pezzo radiofonico e piacevole, che non rinuncia a qualche chitarrona rock sul finale (forse le sue chitarre sono le uniche di tutto il Festival). Potrebbe essere da podio, anche in questo caso è il tipo di approccio che piace a nonni e nipoti.

ALESSANDRA AMOROSO – Fino a qui 

Quella che sembra una ninna-nanna dedicata alla Roma che dorme è in realtà una canzone che parla di salute mentale, e in particolare di attacchi di panico. Nonostante sia un classico brano della Amoroso, con la classica apertura sul ritornello da cantarsi a squarciagola, rappresenta una piccola novità soprattutto in termini di testo, che mutua dal rap e cita perfino La Haine e la proverbiale caduta da un palazzo di 40 piani (“Fino a qui tutto bene”). Da lei non ce lo saremmo mai aspettati.

FIORELLA MANNOIA – Mariposa 

Rullo di tamburi, incredibile ma vero (bis): anche se non è un pezzo reggaeton, quello della Mannoia gioca un po’ sulle atmosfere latine. Dal reggaeton prende in prestito qualche ritmica, da Rosalìa il flamenco e le nacchere. Il cantato, però, è inequivocabilmente old style: un po’ una Mercedes Sosa contemporanea, accompagnato da un testo che ribadisce la forza delle donne. 

THE KOLORS – Un ragazzo una ragazza

Sembra un po’ una Salirò in versione aggiornata al 2024, nel senso migliore del termine: trascinanti sonorità disco anni ‘70 tutte da ballare, per tirare in mezzo tutto il pubblico dell’Ariston e soprattutto per garantirsi una lunga vita in radio una volta terminato il Festival. Sicuramente uno dei brani con più potenziale da tormentone.

EMMA – Apnea

Da una parte ricorda un po’ gli anni ‘80, una sorta di versione contemporanea di inni come Sarà perché ti amo o Su di noi. Anche in questo caso Emma punta su una cassa drittissima, facendo poche concessioni all’orchestra. Funziona.

SANTI FRANCESI – L’amore in bocca 

Una power ballad con una prima parte orchestrale, che lascia poi spazio a una produzione elettronica orchestrale alla Hooverphonics o Moloko. Anche se il giudizio in toto è senz’altro positivo, la seconda metà della canzone è di gran lunga la più interessante, a dimostrazione che a volte bisognerebbe osare fino in fondo.

NEGRAMARO – Ricominciamo tutto

In poche parole, i Negramaro che fanno i Negramaro: una super ballatona con un bel crescendo, perfetta per il palco dell’Ariston. Potrebbe vincere, ma nulla di nuovo sotto il sole.

RENGA e NEK – Pazzo di te

I gusti sono gusti e la loro presenza al Festival era senz’altro necessaria e auspicabile, ma si tratta di una canzone fin troppo semplice e stereotipica, dal testo agli arrangiamenti, rispetto alle scelte futuristiche dei colleghi. C’è anche da dire che in un Sanremo che sembra dominato da atmosfere da baby dance, Pazzo di te sembra quasi aver fatto il giro.

ANGELINA MANGO – La noia

È scritta insieme a Madame, e si sente fin dalle prime note. Anche in questo caso ci sono grandi aperture verso il sudamerica, e in questo caso verso le ritmiche della cumbia, riadattate in chiave italiana. Un brano festaiolo e disimpegnato, che porta una ventata di allegria in un Festival in cui se ne sente un po’ la mancanza.

MANINNI – Spettacolare 

Il grande mistero di questo Sanremo: un big che nessuno sembrava conoscere davvero, ivi compresi gli addetti ai lavori. Amadeus si dichiara suo grande fan e il brano è una bella ballata, senza grandi guizzi ma con un linguaggio leggermente svecchiato rispetto alla poetica della canzone italiana. Nulla di rivoluzionario, insomma: esattamente il tipo di traccia che ti aspetteresti da un ex concorrente di Amici.

ANNALISA – Sinceramente

Le atmosfere dark alla The Weeknd incontrano i Daft Punk di Around the World in un pezzone super pop (con ritornello in cassa dritta, ovviamente, courtesy by Zef). Anche questo è uno di quei tormentoni che sicuramente funzionerà ancora meglio in radio che sul palco dell’Ariston, e che si sposa perfettamente col nuovo corso di Annalisa. Preparatevi a ballarla ancora a lungo.

ALFA – Vai! 

Il country pop a Sanremo è una novità, e ce lo porta Alfa, con un brano vocalmente poco articolato ma che ti resta inchiodato in testa e sembra cucito perfettamente addosso a lui. Acchiappa di brutto, quasi contro la tua volontà, come tutti i migliori tormentoni.

IL VOLO – Capolavoro 

Il trio di tenori abbandona momentaneamente le voci impostate della lirica e prende una svolta crooner: temevamo uno di quei pezzi studiati a tavolino per gli italiani all’estero e invece è una dignitosissima ballata melodica con arrangiamenti classici e minimal. Potrebbe essere una canzone di un qualsiasi Sanremo anni ‘90, nel bene e nel male. 

IL TRE – Fragili 

In questo Sanremo 2024 dominato dalla dance e dalla melodia, finalmente un rapper che rappa (anche, ma non solo: non aspettatevi il Tecniche Perfette, è pur sempre Sanremo e il nostro ci tiene a dimostrare di saper cantare). La seconda strofa è così metricamente complessa che ci vorrà un polmone d’acciaio per farla dal vivo, ma se c’è uno che può riuscirci è proprio lui.

MR. RAIN – Due altalene

Anche in questo caso, nulla di nuovo sotto il sole: è Mr. Rain che fa Mr. Rain, con un ritornello a sorpresa che ricorda la Imogen Heap di Hide and Seek. Dalla regia ci dicono che racconta la tragica storia di due bambini prematuramente scomparsi, ma onestamente noi non abbiamo colto i riferimenti.

RICCHI E POVERI – Ma non tutta la vita

Questa canzone è forse la vera wild card del Festival: non un brano alla Ricchi e Poveri, ma un tango con produzione contemporanea e (e come ti sbagli?) cassa drittissima. Paradossalmente potrebbe piacere più ai giovani che al loro solito target di riferimento, e sicuramente andrà alla grande su TikTok grazie allo slogan “Tanto ti aspetto, ma non tutta la vita”.