Abbiamo chiesto a Ernia cosa significa fare brani di spessore oggi

Articolo di

Greta Scarselli

Anche Ernia quest’anno si esibirà sul palco del Nameless, uno dei più importanti festival ad aver aperto le porte al rap.

Il rapper milanese ha da poco pubblicato “68 (Till The End)“, repack del suo secondo album in studio. Il progetto è uno dei meglio riusciti degli ultimi mesi, le cui tracce, che spaziano da brani stilisticamente impeccabili al rap conscious, vanno a mostrare la versatilità dell’artista. Ecco come deve essere fatto un album rap.

Non ci siamo fatti sfuggire l’opportunità di fargli qualche domanda. Abbiamo parlato della sua affermazione, dei suoi obiettivi e delle collaborazioni che spera di ottenere.

Uno dei brani di maggior successo di “68” è “Bro”. C’è un motivo particolare per il quale hai scelto proprio Tedua per questa collaborazione?

“Volevo che il mio primo disco fosse mio e fosse legato al mio percorso: chiamare Tedua voleva dire chiamare l’amico d’infanzia con il quale ho iniziato a fare musica. Non potevo non farlo.”

I tuoi testi hanno sempre un certo spessore. È stato difficile per te far capire il valore dietro ai tuoi brani in un periodo in cui la corrente in voga è la trap? 

“In realtà è stato forse il mio principale punto di forza, poi ovviamente ci si mette un po’ di più ad allargare il pubblico, abituato ad altre sonorità e ad altri testi, ma è il mio marchio di fabbrica e continuerò ad averlo.”

Cosa significa per te essere il King QT?

“Rappresentare il mio quartiere, per quanto non abbia mai fatto gangsta rap, il mio è street rap è reale e quasi tutto il disco è ambientato in quartiere.”

C’è stato un periodo della tua vita in cui hai lasciato la musica e hai viaggiato molto. Quando sei tornato come è stato fare di nuovo il tuo ingresso nella scena?

“In realtà non ci credevo molto, passavo il mio tempo.”

Quali sono gli artisti a cui maggiormente ti ispiri?

“Sono un sacco, da Drake a Kanye West, praticamente tutti i big USA.”

In Italia, oltre a coloro con cui hai già collaborato, quali sono gli artisti di cui brami un featuring?

“Tutti i grandi che ammiravo da piccolo: Noyz Narcos, Luchè, Marracash, Jake La Furia.”

Quale sarà la prossima evoluzione del rap? Di cosa ha bisogno secondo te il nostro Paese oggi?

“Non saprei dirti, sicuramente però molti torneranno a badare ai testi.”

Molti rapper stanno cercando di espandersi collaborando con artisti appartenenti a scene straniere. In tanti, come Tedua e Izi, puntano alla scena francese, altri, come Sfera Ebbasta, si sono spinti fino in America. Qual è secondo te la scena più promettente, che sia europea o meno? C’è qualcuno in particolare con cui ti piacerebbe collaborare?

“In Europa sicuramente la Francia è quella più avanti, ma anche i tedeschi si difendono. Personalmente preferirei collaborare con artisti Usa, è una scena alla quale sono più legato, ma non so se lo farò nel breve termine: collaborare con gli stranieri costa e per il pubblico italiano non porta mai grandi risultati, la maggior parte del nostro pubblico preferisce se collabori con un altro rapper italiano piuttosto che con un grosso straniero.”

Il Nameless è la dimostrazione che c’è una grande richiesta per questo genere musicale. L’Italia sta riuscendo a dare il giusto valore al rap?

“Sì, ma non lo ha ancora capito.”

Raccontaci del tuo ultimo EP. Tutti quanti si aspettavano un featuring con Nitro che ancora non c’era stato. Come ti sei trovato a lavorare con lui?

“Nitro é un professionista da anni pur avendo la mia età, mi sono divertito ed è stato facile.”

Abbiamo intervistato anche lo stesso Nitro e Tredici Pietro. Andate a leggere cosa ci hanno detto.