Music

Abbiamo finalmente raggiunto Yung Lean 

Articolo di

Marco Bianchessi

La perifrasi di “artista troppo avanti per il suo momento storico” non è nuova, ogni tot mese esce infatti un artista troppo avanti per qualcosa. Il problema è che spesso questo marchio viene associato ad artisti che nulla hanno a che vedere né con un’idea di avanguardia né di innovazione, anzi, si tratta di derivati di ultima lega di filoni artistici spremuti fino al midollo dalle charts, e dal pubblico. 

Uno dei pochi casi in cui però questa definizione ha avuto un suo senso, è stato quello di Yung Lean

Dieci anni fa si parlava di Yung Lean come uno degli artisti più visionari della sua generazione, per il modo in cui, da adolescente, aveva codificato il cloud rap per come lo conosciamo ora, per il modo in cui giocava con il linguaggio inserendo riferimenti a cartoni animati e meme, per come era stato sadboy prima di Lil Peep, per come aveva filtrato la sua musica attraverso un’estetica post internet, eccetera eccetera. 

Yung Lean è stato infatti descritto per anni come un artista troppo avanti per il suo tempo, perché mentre la scena musicale andava in una direzione, lui sembrava su un altro pianeta, distante anni luce da ciò che accadeva sulla Terra. Per questo è stato raccontato come un artista di culto, amatissimo dai suoi fan e da una certa parte degli addetti ai lavori, mentre per altri è un semi sconosciuto, se non proprio uno sconosciuto. 

E per quasi un decennio questa è stata la sua narrazione. Mentre altri artisti si prendevano la scena e la fama con temi e visioni che prima di altri, lui aveva compreso, il grande pubblico gli ha riconosciuto pochissimo dal lavoro fatto – forse anche per una diffidenza generale verso tutto ciò che non è anglosassone – arrivando al paradosso di essere riconosciuto come l’artista preferito del tuo artista preferito. 

Chiaramente le sue soddisfazioni se le è tolte: non vogliamo dire con questo che Yung Lean sia un signor nessuno, però provate ad ascoltare “Ginseng Strip 2002 – la sua prima hit, un pezzo del 2013 – e diteci se non potrebbe essere uscita l’altro giorno

Comunque, mentre il mondo procedeva e andava in avanti, Yung Lean ha attraversato peripezie di ogni sorta, tra cui un mental breakdown a causa di droghe e psicofarmaci, la morte del suo fidatissimo manager mentre gli portava l’hard disk e problemi personali di ogni sorta. Questo, per certi versi, l’ha anche portato a ritirarsi ulteriormente dai riflettori, e nel 2016, mentre il mondo della discografia cambiava e forse avrebbe potuto prendersi più spazio, lui usciva con un progetto incredibile come “Frost God” dove, nella canzone “Kirby”, diceva “Fuck all the fame, and the hype”. 

Ma, come si diceva prima, la discussione culturale, soprattutto a partire dal 2016, si è evoluta in modo molto rapido, e ad oggi, dopo quasi 10 anni dal suo primo lavoro, sembra che la nostra linea temporale e la sua si siano finalmente incrociate. Con otto progetti alle spalle, di cui l’ultimo, “Stardust“, uscito poche settimane fa, Yung Lean ci appare come perfettamente inserito all’interno della discussione culturale/musicale contemporanea, che finalmente lo comprende alla perfezione, e non lo tratta più come un oggetto misterioso e di culto. E quindi tutto ciò che inizialmente ci appariva come avanguardia è stato normalizzato come, vedi sopra, il cloud rap, il linguaggio meme, il sadboy, l’estetica post Internet. 

L’altro lato della medaglia di tutto ciò è che forse abbiamo già visto il meglio che poteva offrire. 

Per fare un paragone distante con il suo caso ma molto vicino per altri versi, il suo percorso può essere assimilato a quello di un artista come Chief Keef, che nel 2012, a 16 anni, creava insieme a pochi amici, come Fredo Santana e il producer Young Chop, quello che oggi tutti conosciamo come la drill di Chicago – che è il genitore della drill UK di Pop Smoke et similia. E per quanto la sua figura sia stata comunque più apprezzata di quella di Yung Lean – forse perché è americano – sta di fatto che per il grande pubblico rimane legatissimo a un periodo storico molto preciso, e a una serie di lavori iconici, su tutti il mixtape “Finally Rich” – se non mi credete aprite Spotify e cercate Chief Keef, i primi 3 pezzi sono tutti di quel lavoro. 

Ora, nessuno vuole dire che le carriere di Chief Keef e Yung Lean siano le stesse, ovviamente parliamo di artisti diversi, con obiettivi diversi, che si rivolgono a pubblici diversi, però sono entrambi stati geni precoci che hanno inventato qualcosa dal nulla, e che hanno ricevuto forse meno di quanto avrebbero potuto o dovuto. 

Rimane quindi in sospeso una domanda: Yung Lean può ancora sorprenderci? Mi spiego meglio, che cosa può ancora offrire qualcuno che ieri, sembrava aver già compreso dove sarebbe andata la musica oggi? 

Ovviamente non c’è una risposta a tutto ciò, è solo uno spunto di riflessione, però ascoltando “Stardust” il dubbio rimane, perché sembra un progetto troppo giusto, troppo inserito all’interno del contesto contemporaneo per essere davvero un progetto di Yung Lean. Certamente rimane un progetto strano per il grande pubblico, una persona che ascolta ciò che è in tendenza non si avvicinerebbe, né cercherebbe mai un album come questo, però ecco, se si è appassionati di modi alternativi di produzione del rap, si fa fatica ad inquadrare questo lavoro come un progetto innovativo, o che spinge in là l’asticella di quanto fatto fino ad ora. 

Forse non tocca più a lui spingere oltre l’asticella, però è sempre stato questo il compito di Yung Lean, essere un rifugio sicuro per tutte le persone stanche delle tendenze, e del cosa funziona a tutti i costi. 

Per concludere, la parabola di Yung Lean attraverso gli ultimi dieci anni è forse una delle più interessanti della musica contemporanea, perché racconta di un ragazzo svedese di diciassette anni che con le sue passioni cambia il volto della musica rap, raggiungendo il mondo. Una storia dal sapore unico che, anche per questo, non ha bisogno di ulteriori spiegazioni e basta a sé stessa.