Abbiamo intervistato Red, l’ideatore dell’abito che Roshelle indossa nella copertina di “MAMA”

Articolo di

Jessica Longhi

In occasione del lancio del nuovo singolo di Roshelle, “MAMA”, abbiamo intervistato Red, artista milanese, creativo a 360°, che ha disegnato l’abito che la cantante indossa nella copertina del brano. Tra graffiti, l’Africa, la sua storia e i suoi progetti, ecco cosa ci ha detto.

Spiegaci chi è Red e cosa si nasconde dietro al suo profilo Instagram

“Red è l’abbreviazione di Rediet che ho aggiunto come nome d’arte, diciamo. Red è un ragazzo etiope che è arrivato in Italia circa 15 anni fa.
Ho sempre avuto un debole per l’arte sin da quando ero in Etiopia da piccolino. Da lì poi sono stato adottato e sono arrivato in Italia, ho fatto un percorso artistico anche scolastico e dai tredici anni ho sviluppato questa passione per i graffiti attraverso un videogioco (ride ndr).
Da ragazzino, nel condominio, ero invidiato perché giocavo bene a calcio e avevo la collezione di Pokémon più grande di tutti, mi invidiavano per questo. Uno di questi ragazzi un pomeriggio mi invita a giocare da lui alla PlayStation e io non avevo neanche la tv. Mi propone un gioco chiamato “Gettin Up”, impazzisco per questo gioco e decido che lo voglio assolutamente, allora gli propongo tutta la mia collezione di Pokémon in cambio. Non avevo né la Play né la tv, continuavo a leggere la trama del gioco senza poterci giocare, così sono entrato nel primo negozio e ho comprato una bomboletta spray. Avevo 13 anni.

All’inizio mi sembrava veramente un gioco, adesso ne ho 22. Ho iniziato il percorso di graffiti in parallelo col Liceo artistico, poi ci sono stati anni in cui davvero mi sono cimentato al 100% nei graffiti, facendo tutto in maniera illegale, con tour notturni. Da un videogioco mi sono visto in una realtà vera dietro i graffiti, ai tempi c’era un mondo. Io ero tra i ragazzini che giravano col book per farselo autografare. Erano gli anni del disagio, problemi adolescenziali, scazzi coi miei, ma io ero diverso. Invece di andare dietro alle ragazze, andavo dietro ai treni e stavo lì ore e ore a fissarli, a vedere la sicurezza. Ero il più piccolo nel campo dei graffiti, rischiavo molto, mi hanno anche rubato gli spray fuori da un negozio.

Successivamente c’é stato l’Expo a Milano e il sindaco era fissato: la città doveva essere pulita. Quindi a chi davano la colpa? Ai graffiti. Un anno mi sono entrati in casa gli sbirri, alle 6 del mattino, hanno aperto il computer per cominciare ad eliminare i file, perché comunque tu le conservi le foto delle tue opere. Dopo l’Expo sono stato costretto a ridimensionarmi, continuavo a studiare, a dipingere tele, però i graffiti erano proprio il mio sfogo personale. Questo mi ha spiazzato totalmente ma non mi sono mai fermato. Ho cambiato tag però, scrivevo “Rouge” con la R al contrario.
Ho cambiato anche approccio ai graffiti: sempre spray, sempre propaganda artistica in giro, ma obiettivi diversi. Anziché farli sui muri, sui treni o sulle metro, ho iniziato a farli sui cantieri. Anziché scrivere “Red”, ho cominciato a scrivere pensieri. Erano i tempi in cui facevo l’Accademia a Brera e lavoravo in un bar in zona, da lì tornavo dai miei a San Donato. Durante il tragitto facevo parecchie scritte su tutti i cantieri che trovavo. Da lì ho avuto il primo riscontro su Instagram. All’inizio il mio era un profilo da vandalo, poi ho cominciato a pubblicare ciò che facevo e le persone che leggevano le frasi si immedesimavano; lasciavo il tag di Instagram affinché la gente potesse riconoscermi. Poi è successa una cosa.

Chiara Ferragni, prima di Fedez, stava sempre a Palazzo Parigi, io lavoravo in Brera e lì stavano facendo un cantiere enorme, dove ho fatto una scritta. Lei è scesa e ha messo una foto su Instagram con dei cuori, chiedendo chi l’avesse fatta. Io mi son svegliato e ho trovato centinaia di persone sul mio profilo. Prima di questo, moda zero, treni e basta. Con lei ho scambiato un paio di parole e da lì ho avuto una visibilità maggiore. Essendo seguita da profili di moda, da quel momento sono stato chiamato per i primi shooting. Da lì ho fatto i primi scatti, all’inizio per Fucking Young. Non mi rendevo conto minimamente, quel giorno è stato pazzesco, c’era Vivienne Westwood. Ho fatto un suo completo che mi piaceva un botto, mi sentivo Snoop Dogg.

Inizialmente ho fatto tanti lavori come modello, poi successivamente ho cominciato ad applicare la mia arte alla moda. Durante questo percorso di transizione, dall’Expo ai graffiti sui cantieri, ho conosciuto il mio migliore amico, il padre dei graffiti, Zoow24, che ha appena aperto un brand, Bad Deal. L’ho conosciuto attraverso la mia compagna del Liceo, un giorno ci siamo incontrati e mi ha proposto di scattare per il suo marchio. Lì gli ho raccontato la mia storia e lui mi ha proposto una capsule collection insieme, era la prima volta che applicavo ciò che facevo in giro su dei vestiti. Facevo le scritte ma ho anche imparato a cucire, mi piaceva imparare e sperimentare, stesso mood ma con materiali diversi. Poi ho iniziato anche a mettermi in proprio. Con lui sono andato alle prime fiere, come il Pitti a Firenze, poi mi ha portato a Parigi e lì ho avuto i primi contatti con la moda, contemporaneamente a Fucking Young, avevo circa 19 anni.

Andando avanti ho sempre sperimentato, ho conosciuto varie persone a Parigi, sono andato a diverse sfilate, e continuando su quella strada ho avuto le prime richieste anche di collaborazioni, non ero più un modello e basta, ma un creativo. Durante gli eventi di Fashion Week, attraverso Zoow, ho conosciuto persone, luoghi. Lì c’è stato anche un cambiamento dentro di me, ho pensato: “perché non posso farlo diventare una cosa continuativa? Un lavoro?”. All’epoca non lo avrei mai detto, ma oggi ho un brand, Colored, e niente, sono contento. Dietro Red si nasconde un ragazzo curioso con tantissima voglia di fare e imparare, che ama l’arte alla follia a 360 gradi, questo è importante. Per Danilo (Paura ndr) ho fatto l’anno prima la sfilata come modello, e l’anno dopo mi ha fatto fare una performance artistica con i suoi fotografi: lui fotografava i modelli e io apportavo dei cambiamenti, è uscita una cosa figa e ha anche fatto una mostra. Lì ho conosciuto Roshelle, è tutto collegato.”

Designer, writer, modello e tanto altro. Quale di questi ruoli senti più tuo?

“Io sono un creativo a 360 gradi, non riesco a dire “io sono un artista”, perché è una definizione che spetta agli altri darmi. Sono un creativo perché mi piace tanto portare creatività nei miei progetti e nelle mie cose.
A 360, perché io ho questo approccio che non riesco a chiudermi soltanto in una tela, non riesco a essere solo un pittore o un designer. Io sono una persona che pensa a disegnare una collezione, fa graffiti in giro, però se mi gira faccio una scultura. Tutto questo forse l’ho racchiuso in un progetto che mi piacerebbe chiamare 360 gradi, potrebbe essere un collettivo di ragazzi che hanno voglia di fare ed esprimersi, e più menti insieme possono essere forti. Secondo me la nostra generazione ha bisogno di cose come queste.”

Hai collaborato con tantissimi brand, tra cui recentemente con Heron Preston. Com’è stato lavorare insieme a lui?

“Quasi tutte le collaborazioni mi hanno insegnato veramente tanto, perché ho iniziato dando idee disegnando. Quando ho visto in alcune fabbriche come si fanno i tessuti, ho appreso molto. A farti designer è un attestato, ma per tutto il resto serve anche avere una visione, e devi avercela. Il workshop con Heron è stato uno dei lavori più fighi mai fatti e non me l’aspettavo. Grazie anche al gruppo di corsa Nike Running, Veloci in the streets. Loro sono una famiglia che spingono giovani creativi, infatti questo workshop era con loro.

L’anno prima avevo fatto un workshop con lui ma ero dietro i banchi.
Dire cosa fare ai ragazzi, a Side e Capo Plaza, mi ha fatto tanta impressione. Poi c’erano amici, persone che conoscevo del giro. Ho fatto le scarpe, ho parlato con Heron, gli ho spiegato cosa faccio. Lui ha un background, è uno che ne sa.”

Scorrendo il tuo profilo Instagram abbiamo visto che hai fatto un bellissimo viaggio in Uganda. Raccontaci come è andata e perché hai scelto proprio quella meta.

“Ho conosciuto una ragazza, Mirelle, che mi ha parlato del lavoro che faceva suo padre in Uganda. Per me, che sono anche una persona molto sensibile e fragile, un ragazzo adottato che cerca l’arte, i graffiti sono anche un po’ un dramma. Una ricerca di personalità. Non accettavo il mio nome, Francesco, il mio nome italiano. Scrivevo Rediet per quello, facevo i graffiti per quello. Per me l’Africa è stato un punto molto forte.

Crescendo in questo campo potevo fare tutti i lavori che volevo, ma sentivo che c’era un vuoto da riempire. Ho avuto l’opportunità di andare in Uganda insieme a lei, in questa associazione in cui c’erano i bambini, e l’ho sfruttata per portare ciò che avevo imparato io qui in Italia dall’arte. Volevo portare giù da loro tele e colori. Volevo mettere al loro servizio ciò che amavo di più. Ho disegnato insieme a loro e infatti con questi lavori poi vorrei allestire una mostra. Lì poi c’è stato il drop delle prime magliette che ho realizzato per Colored, le ho fatte indossare ai bambini. Sono tornato in Italia forte di questa nuova esperienza, ma soprattutto gasato. Io sono nato lì, in una casetta così, quel vuoto l’ho un po’ colmato. Anche il nome Red, è tutto collegato. La mia radice vera è Rediet, da questo il colore red, rosso, come la terra dell’Africa.”

Passiamo al tuo rapporto con Roshelle. Come si sono intrecciati i vostri percorsi creativi?

“Nulla, è successo per caso. Prima ho conosciuto i ragazzi di Converse, Roshelle non la seguivo neanche su Instagram, la vedevo solo ogni tanto in giro. L’ho conosciuta all’evento di Danilo Paura dove ho fatto la performance, lei si è innamorata subito di come stavo realizzando le fotografie, non sapevo ancora cosa stesse progettando però. Poi mi ha accennato qualcosa riguardo a una possibile copertina del singolo. Sono andato per la prima volta a casa sua e abbiamo parlato di una eventuale realizzazione, abbiamo scambiato quattro chiacchiere, delle idee, e ci siamo conosciuti. Abbiamo realizzato questa copertina in uno studio fighissimo, uno dei miei lavori migliori.

Mi hanno dato uno spazio fotografico enorme che potevo devastare con i miei graffiti come volessi, sono stato pienamente me stesso. Moda, set, bombolette, graffiti, non c’erano regole, non era un brand, ero io e basta.
Lì ho fatto il caos che facevo in strada, prima anche dell’Expo. Si è creata un’energia super positiva. Ho legato con tutti quelli del team e con Roshelle anche più di quanto mi aspettassi, lei non si è fermata a un lavoro, abbiamo proseguito questo percorso.

Durante la realizzazione c’era questa capsule collection per Converse, delle magliette che abbiamo deciso di continuare anche oltre il set. Lei è abbastanza pazza, non me lo aspettavo. È proprio creativa. Per quanto riguarda il pezzo, ho ascoltato più versioni, non mi aspettavo il feat. con Lele Blade, però la traccia mi è piaciuta da morire. È molto estiva e orecchiabile, un pezzo che metterei in discoteca tutta l’estate. Il brano era finito, senza featuring, ma Roshelle scende a Napoli con Lele, torniamo dal viaggio a Roma per fare l’altro singolo e mentre parliamo nasce l’idea del feat. con lui. Avevamo già fatto tutto quanto, video e copertina, il brano c’era già, poi siamo ritornati a Napoli per aggiungere nuovi dettagli al progetto.”

Come ti vedi fra 3 anni?

“Mi vedo con il mio brand avviato seriamente e in una posizione in cui avrò ancora tanto da fare e imparare. Magari su delle passerelle. Con i progetti già ingranati, col progetto 360.”

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