Anderson .Paak: from nothing to Rocco Siffredi Of Soul Music

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Redazione

Se c’è una storia che, una volta arrivata al termine o, perlomeno, al momento in cui gli americani direbbero “to be continued”, è proprio quella di Anderson .Paak. Sì, perché quello che succede aldilà dell’oceano ha sempre un fascino particolare per come poi si evolve. A voler fare un parallelismo discretamente interessante, la “vicenda” Paak ricorda molto quella di Zach Randolph, cestista NBA attualmente in attività ma free agent. Z-Bo è sempre stato uno difficile da gestire, uno che ha avuto problemi con la legge in maniera più frequente del cittadino medio. Dopo aver incantato la lega con il suo piede perno e, dopo aver giocato nei Portland Trail Blazers tra il 2001 e il 2007, in quel roster soprannominato Jail Blazers per ovvi motivi, stava per buttare via quanto di buono costruito per i sopracitati problemi. Nel 2009, però, arrivano i Grizzlies, trasferitisi da relativamente poco tempo a Memphis. Gli dicono: crediamo che tu possa portarci ai playoff. Randolph, incredulo, accetta. E compie la missione per cui era stato ingaggiato, condendola con un discreto 20 e 10 di media per tutta la stagione (punti e rimbalzi).

Dicevamo, la storia di .Paak è molto simile, perché parla di un ragazzo che ha visto il papà picchiare sua mamma e in cui pochi credevano, almeno fino al 2014.

Nel 2011, .Paak è già sposato (2 volte) e ha una figlia da una studentessa di musica sudcoreana, sua allieva. Viene licenziato senza preavviso dall’azienda per cui lavorava, che produceva marijuana, e finisce in mezzo alla strada con moglie e figlia a seguito. Seguono tre anni di divani prestati e ospitate in giro per la California. Nel frattempo, .Paak aveva già pubblicato dei progetti come “O.B.E. vol. 1” e “Cover Art“, un album in cui rivisitava in chiave soul e r&b alcuni brani degli anni 50. Nel 2014 esce “Venice“, il suo primo album, che rappresenta anche il punto di svolta della sua carriera. Sì, perché questo album arriva tra le mani di Dr. Dre, il quale lo chiama in studio e lo piazza all’interno di 6 pezzi su 16 di “Compton“, colonna sonora del film “Straight Outta Compton”, nel 2015.

Malibu“, del 2016, viene nominato ai Grammy Awards nella categoria Best Urban Contemporary Album, e gli permette di girare il mondo con la sua musica, accompagnato dalla band The Free Nationals. Alla fine dei live, sul palco, dice sempre questo: “Last year, nobody gave a fuck about us!“. “Malibu” è magico: ti fa respirare l’aria della California e ti fa appassionare alla musica e alla vita dell’autodefinitosi Rocco Siffredi Of Soul Music. Pezzi come “Am I Wrong“, con una bella strofa di Schoolboy Q, “Heart Don’t Stand a Chance“, “Come Down“, “Room In Here“, in cui The Game ci mette il carico da 90 (Got a bullet in my heart and she the shooter!), o “Silicon Valley“, non lascerebbero indifferenti nessuno, nemmeno quelli che sostengono di essere sentimentalmente freddi.

Dopo 2 anni in giro per il mondo, nessuno sapeva niente della nuova musica di .Paak: soltanto che fosse in studio con Dr. Dre, Andre 3000, Kendrick Lamar e Q-Tip (4 nomi a caso, eh). 4 ottobre 2018. Esce “Tints“, proprio con Kendrick: panico. Un brano che ti prende sin dal primo ascolto, grazie anche alla produzione di On’Mas e di quella addizionale di Pomo, producer canadese che vi consigliamo di approfondire. Hype alle stelle. Segue “Who R U?“. Quindi l’album, “Oxnard“, in cui si sente la mano pesante di Dr. Dre. E questa può essere una cosa positiva o negativa, a seconda dei casi.

Durante la sua ospitata da Jimmy Fallon, lo scorso Febbraio, Anderson .Paak annuncia che lui e Dr. Dre hanno prodotto così tanta musica che, ad Aprile, sarà pubblicato “Ventura“, il secondo disco in 6 mesi dell’artista, anticipato dai brani “King James” e, soprattutto, “Make It Better“, con il featuring di Smokey Robinson, accompagnato da un videoclip bellissimo. Il disco ha le vibrazioni giuste, le stesse che ci si aspettava da “Oxnard” e che, forse, non avevano reso giustizia all’hype creatosi dopo l’uscita del primo singolo. All’interno del progetto compaiono nomi di spicco della black music americana come quelli di Andre 3000, nella traccia che apre il disco “Come Home” e del compianto Nate Dogg sul pezzo di chiusura “What Can We Do“. Brandy e Jazmine Sullivan impreziosiscono i brani “Jet Black” e “Good Heels“, mentre Lalah Hathaway e Sonya Elisae prestano la loro voce su “Reachin’ 2 Much” e “Chosen One“. 39 minuti di musica che, in realtà, sembrano 5: quando fai qualcosa di bello, il tempo scorre sempre in maniera più veloce. Ma, in questo caso, a differenza del tempo passato con chi ci fa battere il cuore, possiamo rimettere in play e godere di nuovo. Tutte le volte che vogliamo.