Music

Baby Keem è ovunque e non ce n’eravamo accorti

Articolo di

Greta Scarselli

Foto di

Glen Luchford per i-D

Pochi nomi, poche parole, pochi concetti, pochi minuti. Baby Keem sta mettendo tanta carne al fuoco, ma gli piace restare nell’ombra. È la sua arte che parla per lui. “Not a wave, I’m a vibe”, rappava nel 2019 in quel singolo che ha segnato il suo debutto e che sicuramente conoscerete, “Orange Soda”, entrato in Billboard Hot 100 regalando a Keem il primo platino della sua carriera. Hykeem Jamaal Carter aveva solo 19 anni, oggi ne ha 20, è membro della pgLang e padrone di un’estetica difficile da imitare

Se citiamo “Durag Activity”, forse inizia a farsi tutto più chiaro. Si tratta del suo ultimo singolo, il primo in collaborazione con un altro artista, Travis Scott. Baby Keem ha scelto il rapper di Houston per fare un secondo importante salto dopo “Orange Soda” e insieme a lui ha pubblicato il suo decimo intrigante video, diretto stavolta da Eliel Ford, sempre con lo zampino di Dave Free e la pgLang. Per la cover scopriamo una nuova scala cromatica, quella del marrone, colore che si adatta alla perfezione al suo ospite. 

Baby Keem è entrato nel mercato urlando “Fuck you mean? Bitch, I’m Baby Keem” e con queste parole ha convinto Cardo a produrre il suo primo mixtape. Stiamo parlando di un produttore multiplatino (artefice di brani quali “God’s Plan” e “goosebumps”) che si è messo a produrre a quattro mani il progetto di un diciottenne. Sì, perché Keem i pezzi se li produce anche e non solo per sé stesso, lo abbiamo spesso trovato infatti dietro le voci di ScHoolboy Q, Kendrick Lamar e Jay Rock. Come è andata? Un giorno ha twittato “Yo, Cardo. Let’s work.” e gli ha mandato alcune delle sue registrazioni, Cardo le ha sentite, gli sono incredibilmente piaciute e gli ha inviato un beat pack per vedere che cosa sarebbe riuscito a fare. “Quello era il momento in cui dovevo davvero mettermi alla prova. È stato il mio punto di svolta. Perché se la canzone non fosse stata accesa, non avremmo fatto il disco”, ha affermato Keem in un’intervista ricordando l’accaduto. Ne è uscito “The Sound of Bad Habit”, un progetto breve, conciso – 12 brani in 22 minuti – che ha iniziato subito ad incuriosire gli ascoltatori più attenti. A catturare e a prendersi i primi complimenti sono stati anche e soprattutto i suoi video musicali, pochi ma ben scelti e lavorati, che hanno realmente dato un valore aggiunto alla sua poetica. Non a caso dietro ad essi c’è spesso la mano di Dave Free, da sempre manager e guida creativa di Kendrick Lamar – del quale Keem, secondo le indiscrezioni, è cugino.

Quelle prime barre del suo omonimo brano sono diventate l’epilogo del suo primo disco, un gioiellino sottovalutato e rimasto da parte per fare spazio poi al più conosciuto “Die For My Bitch”. Nel secondo progetto, Keem ha sviluppato una poetica soltanto accennata nel primo. Gli insistenti riferimenti alla donna sono diventati un intrigante racconto delle proprie relazioni complicate e della confusione che queste hanno scaturito nella sua persona. La figura femminile è sicuramente un tassello importante all’interno dei suoi pensieri. Protagoniste di titolo e cover, continuamente presenti nei suoi video musicali. Il filo conduttore di “Die For My Bitch” è una donna, la cui voce ritroviamo in diverse registrazioni sparse per il disco. Un rapporto di amore e odio che non sembra lasciarlo in pace.

She tried to walk out the room wearin’ my merch / I said, “Bitch, come back, that’s my shirt”

Baby Keem in “Monsters Dot Com”

La figura grazie al quale ha iniziato a registrare, il caso vuole, è anch’essa una donna. Keem ha raccontato che è stata sua nonna a comprargli il suo primo microfono, quello più economico, perché soldi al tempo non ce n’erano. Keem è cresciuto a Las Vegas, ma si è trasferito a Los Angeles per trovare un lavoro. Non ci sono rapper a Las Vegas, è una città piccola dove tutti conoscono tutti, ha detto, e lui aveva bisogno di farsi vedere. “Sono cresciuto in fretta, scoprendo cose che non avrei dovuto scoprire, vedendo cose che non avrei dovuto vedere. Sono cresciuto con lei [sua nonna, ndr] ed era la mia migliore amica. Ero un bambino, e tutto il suo stress ricadeva su di me, anche se non lo faceva apposta”, ha affermato poi. E ad oggi periodicamente torna nella sua città natale per far visita a una delle donne della sua vita.

Baby Keem e Kendrick Lamar

Ispiratosi alla musica di Kid Cudi e Kanye West, alcuni dei suoi artisti preferiti, Baby Keem non ha provato a fare qualcosa di già fatto. Ha lavorato al suo progetto da quando aveva 12 anni e scriveva nella sua cameretta, quella che descrive come il posto magico dove è nato tutto ciò che ha realizzato, un’importanza che gli altri non vedono, ma che per lui rappresenta invece il luogo dei sogni. Ciò che ha catturato dai suoi idoli è piuttosto la ricerca dell’unicità. La grinta di voler essere il numero uno e la consapevolezza che per esserlo c’è bisogno di qualcosa di nuovo. In effetti, riprendendo le sue parole citate sopra, quella di Keem non può essere una nuova wave perché non è possibile da imitare. 

My flows. That was my whole thing. I didn’t want to be like the best lyricist. I wanted to be the best: the king of flows. I wanted to have crazy flows. That was my whole thing from when I was 12 years old.

Baby Keem a Complex

Con i suoi ultimi tre singoli, “Hooligan / Sons & Critics“, “No Sense” – e ora con “Durag Activity” – Keem ha dimostrato una continua crescita. Si domanda cos’è la libertà e prende di mira critici e manipolatori, non sopporta la falsità delle persone. Tali progetti sono i perfetti candidati per quello che potrebbe essere il suo primo vero e proprio album, “The Melodic Blue”. Sull’uso di questa terminologia Keem ha infatti le idee molto chiare. Quelli usciti fino ad ora non sono album, sono mixtape. “In “Die for My Bitch” è tutto un andare avanti e indietro tra il crepacuore e l’essere arrabbiati. Ma non sta ancora raccontando la storia completa”. Un disco, invece, è un lavoro coeso che non ha niente a che vedere con ciò che Baby Keem ha nel suo repertorio. È tutto sfogo e sperimentazione, per trovare il modo di fare qualcosa che possa lasciare il segno nel tempo.

“I run the city, I’m the next guy”, rappa in “Check Please”. Keem non è certo una figura presente, sui social appare di rado e non fa mai niente che possa far parlare di sé al di là della musica. Le strofe, le basi, i video, le cover. Keem è incredibilmente consapevole delle proprie capacità e le ha tirate tutte in ballo ma in piccole dosi, tenendo viva l’attenzione intorno a sé stesso. Il suo, molto probabilmente, sarà un futuro ricco e pieno di sorprese, perché come affermato da Zack Fox nella sua puntata di cosign per Genius, “non ha creato qualcosa di troppo isolato in una generazione. La maggior parte dei teenagers conosce la musica di Baby Keem, ma anche Drake lo conosce”. La sua figura e il suo progetto, d’altronde, vanno oltre la musica, oltre il rap; “we are creators”, il motto della pgLang, è forse quanto di più adatto e completo possa rappresentarlo.