Music

C’era una volta tha Supreme

Articolo di

Andrea Bertolucci

Uscito da pochi giorni con un nuovo album, il talentuoso artista romano si trova nella fase più delicata della sua carriera.

La carriera di un artista – in fondo – è un po’ come una fiaba. Il suo arco narrativo si compone di un inizio, uno svolgimento, un culmine e talvolta, una fine. In mezzo, uno o più punti di svolta ne determinano la direzione; le scelte, ne risolvono eventuali complicanze. Se dovessi posizionare tha Supreme (o thasup, come da qualche tempo ha deciso di farsi chiamare) su questa immaginaria timeline, non lo farei sicuramente nella parte ascendente. A tre anni di distanza da “23 6451“, il suo album d’esordio che aveva se non altro la capacità di incuriosire, l’artista ha pubblicato una nuova fatica discografica, “[email protected]++ere [email protected]“, che porta istintivamente a interrogarsi sul futuro di un progetto che fino a poche settimane fa veniva dato per scontato da tutti, compreso dal sottoscritto. 

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Decaduto il lungo anonimato – seppur timidamente – durante un live a sorpresa che si è tenuto al Fabrique di Milano in occasione del lancio del nuovo disco, thasup dimostra la necessità di voler voltare la pagina della smaterializzazione e iniziare una nuova era fatta – perché no – anche di eventi fisici. Una decisione dettata, per forza di cose, dalla sua presenza ormai forte all’interno della music industry. Come però spesso accade, il desiderio di non commercializzare la persona dietro l’artista ha finito per diventare la sponda del marketing stesso: la scelta dell’anonimato come espressione anti-marketing è divenuta con il tempo il principale nutrimento del voyeurismo di un pubblico disabituato a considerare la musica solo come qualcosa di totalmente immateriale.

Proprio a causa della sua scelta di restare sempre dietro le quinte, anche quando si parla dei suoi stessi progetti, quello dei live sarà uno dei principali terreni di costruzione del rebranding di thasup. Anni di idealizzata assenza hanno avvicinato la sua figura più a un’immagine di stock che alla raffigurazione di un protagonista, a tal punto che in diversi passaggi del già noto debutto milanese viene da chiedersi dove si trovi effettivamente l’headliner del concerto. La timidezza di Davide, sua forza espressiva, si manifesta sotto i riflettori come un dilettantismo che è oggi imperdonabile a un artista di successo. È questo il motivo per cui, arrivati al secondo disco in major, è necessario porre rimedio.

Non sarà certo il primo né l’ultimo artista a lanciare lo sguardo delle collaborazioni di là da una scena caotica e ripetitiva, eppure il featuring con Tiziano Ferro nella traccia “r()t()nda” di questo nuovo album, se decontestualizzata da un iniziale stupore, racconta molto della direzione a cui sta puntando il progetto thasup. La voce di uno dei più grandi interpreti della musica italiana, che si piega allo stile immateriale e al linguaggio onomatopeico di thasup, è un grande assist al lavoro di rebranding che la casa discografica sta compiendo per posizionare il giovane artista di Fiumicino sui principali palchi pop nostrani. Compreso forse quello dell’Ariston, chissà. 

Tanto soffocato dal marketing discografico, che ha negli anni disegnato i confini del suo prodotto, quanto lasciato a sé stesso nella fraseologia delle emozioni, thasup sembra voler talvolta ritirarsi a un rap senza sostanza, altre invece curvare verso un nuovo pop melodico dal profumo già sanremese, costeggiando una selezione di ritmi groovy e jazzy che cullano l’ascoltatore in una condizione di facile ascolto. 

La narrazione di thasup è diventata più cinematografica da quando ha iniziato a vestire a tempo pieno i panni del rapper, ritrovando in questa prospettiva un sentimentalismo che riflette la comprensione di quanto sia effettivamente precaria la sua nuova carriera. Ecco che la musica – in questa fase di rebranding – si registra come addomesticata, la sua energia sorvegliata dai collaboratori, le sue parole sempre più sbrodolate e incomprensibili. Destinate a riemergere, sopravvissute nelle didascalie di qualche Zoomer su Instagram.