“Can’t be broken”: Lil Wayne si piega ma non si spezza

Articolo di

Riccardo Primavera

Il 2020 è l’hanno che ha visto l’uscita di “Funeral”, il tredicesimo album ufficiale di Lil Wayne. Una discografia impressionante, quella del rapper di New Orleans, nato nel 1982 e attivo dal 1994, quando era appena dodicenne. Un vero e proprio enfant prodige dell’hip hop mondiale, pronto inaugurare il ventiseiesimo anno di carriera. Ma oggi il protagonista non è il Lil Wayne di “Funeral”, è il Lil Wayne di “Can’t Be Broken”.

Ma riavvolgiamo un attimo il nastro. L’anno è il 2010: l’Italia esce con le ossa rotte dal mondiale in Sud Africa, l’America è nel pieno del primo mandato Obama, Apple presenta il primo iPad, l’Inter vince la Champions League a Madrid e nel 1984, secondo il film del regista Peter Hyams “L’anno del contatto”, proprio il 2010 sarebbe dovuto essere l’anno dell’incontro con gli alieni. Se l’ultima di queste voci si è rivelata piuttosto infondata, tutto il resto è passato alla storia.

Per la storia di Lil Wayne invece, il 2010 è stato l’anno in cui l’artista ha regalato al mondo “Let It Rock”, uno dei brani più atipici della sua intera discografia, tra i meno apprezzati dai “die hard” fans del rapper, ma allo stesso tempo uno degli esperimenti più coraggiosi tra quelli in cui si sia mai imbarcato. Con un ormai conclamato status di leggenda alle spalle, avrebbe potuto tranquillamente adagiarsi sugli allori, ma aveva semplicemente voglia di continuare a fare musica, di fare ciò che gli passasse per la mente. Erano anni in cui, se i fan e la critica sentivano il bisogno di etichettare la sua musica, lui li ignorava senza problemi, e in studio dava vita a qualunque tipo di crossover. Nel frattempo continuava comunque a rilasciare album rap di altissimo livello, continuando ad accrescere la sua già sterminata fan base, che dopo il quarto volume della saga “Tha Carter” era praticamente ai massimi storici. Quando nel 2012 annunciò l’imminente uscita di “Tha Carter V”, i fan erano in visibilio, l’attesa si era fatta quasi spasmodica, diverse generazioni di ascoltatori non vedevano l’ora di avere un nuovo disco per le mani.

Flash forward al 2018: la nostra nazionale fa ancora incredibilmente schifo, in U.S.A. sono passati da Obama a Trump (!), e finalmente Lil Wayne ha rilasciato “Tha Carter V”, dopo una lunghissima e impervia battaglia legale – impossibile da riassumere in un articolo, servirebbe un libro – con la sua ex-label, Cash Money, e con Birdman. A sei anni dall’annuncio originale, lo spirito con cui gli ascoltatori si approcciano al disco è decisamente cambiato. L’hype è andato, sostituito da un religioso rispetto per un’icona e dall’assoluto terrore di rimanere profondamente delusi da un prodotto figlio di altri tempi, di un altro rap, di un altro rapper e di un altro uomo. Per fortuna non è andata così.

Ph: Garrett Poulos

Si potrebbe parlare di “Mona Lisa”, la traccia con Kendrick Lamar, o di “Don’t Cry”, con il featuring postumo – arrangiato dal produttore – di XXXTentacion. Ma non si renderebbe giustizia a ciò che Lil Wayne ha rappresentato e rappresenta per i fan e gli ascoltatori di tutto il mondo, e a come questo disco sia riuscito a ricordarlo a tutti loro.
Can’t Be Broken” è infatti il brano che riassume al meglio “Tha Carter V”, che lo condensa in una sola traccia, che può essere letto come il testamento musicale – e per certi versi personale – di Lil Wayne. Qualcuno potrebbe sicuramente obiettare, e sarebbe legittimo, visto e considerato che nel disco non mancano pezzi di spessore. Eppure “Can’t Be Broken” è la canzone che a livello emotivo, tra produzione e liriche, riesce ad evocare la quintessenza della musica di Lil Wayne. Prodotta da Thomas Troelsen e Ben Billions, la strumentale di “Can’t Be Broken” è suggestiva e affascinante, suscita un fortissimo sentimento di malinconia, spinge l’umore dell’ascoltatore ad adagiarsi sulle agrodolci linee di piano che costituiscono l’ossatura del pezzo. Con un beat del genere, i presupposti per una narrazione tragica, dalle tinte tristi e melodrammatiche, ci sono tutti.

Ecco però che Wayne prende tutti in contropiede e decide di andare controcorrente, trasformando il brano in un manifesto della propria indomita resistenza. Il rapper si rivolge all’emotività dell’ascoltatore, instaurando una sorta di dialogo inconsapevole, senza però mostrarsi debole o indifeso in maniera “strumentalizzata”. A partire dalle difficoltà economiche durante l’infanzia, passando per un’adolescenza turbolenta contraddistinta da droghe e criminalità, Lil Wayne arriva a parlare di rapporti d’amicizia inossidabili e relazioni ondivaghe, per poi concludere riflettendo sulla sua carriera. Nulla di tutto ciò può essere spezzato, se Lil Wayne decide il contrario. Che sia davanti o dietro le quinte, poco importa. E quella voce incredibilmente pitchata nel ritornello ce lo ricorda alla perfezione, di ascolto in ascolto.

“You cannot break down what can’t be broken”.

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