C’era davvero bisogno dell’All-Star Game NBA 2021?

Articolo di

Claudio Pavesi

L’All-Star Game NBA è un evento particolare, può affascinare o allontanare. L’assenza di competitività è spesso un grosso deterrente: molti infatti non sono affascinati dallo sport professionistico non competitivo. Altri invece amano la situazione in cui le superstar si dividono con estrema leggerezza tra battute, balli, giocate spettacolari e interazioni con il pubblico. Quest’anno però molte di queste attività non si sono potute realizzare per via del COVID-19: cambio di sede da Indianapolis ad Atlanta, assenza di pubblico, eventi confluiti in una singola serata e giocatori costretti a saltare la competizione per i contagi. C’era davvero bisogno dell’ASG 2021?

LE DIVISE FUORI LUOGO

L’ASG aveva casa a Indianapolis ma a novembre la NBA ha comunicato che l’evento sarebbe stato posticipato. Con solo qualche settimana di preavviso è stato ufficializzato lo spostamento ad Atlanta, una sede fortemente voluta dalla NBPA e dal suo presidente Chris Paul così da mostrare supporto alle HBCU (Historically black colleges and universities), un tema carissimo a CP3 al punto che lo ha spesso celebrato nelle sue sneakers.

Le maglie dell’ASG vengono presentate solitamente con un mesetto di anticipo rispetto alla partita, mentre quest’anno le abbiamo viste ufficialmente solo il giorno prima della partita domenicale, molto probabilmente perché Nike ha cercato di cambiarle. Le maglie infatti erano una celebrazione del basket a Indianapolis, essendo un chiaro richiamo alle divise che gli Indiana Pacers hanno indossato dal 1984 al 1990. Nulla di tutto ciò però aveva alcun legame con Atlanta, né nei colori né tantomeno nel design. Nike tendenzialmente lavora a queste produzioni con 12, o meglio 18, mesi di anticipo, per questo motivo infatti non è stato possibile trovare alternative.

LE SNEAKERS PRESENTI E QUELLE ASSENTI

L’All-Star Game è da sempre il momento in cui i brand raccolgono i principali drop della prima metà dell’anno, non solo quando si parla di prodotto performance, ma anche se parliamo di materiale lifestyle collegato. In questo caso però le variazioni di location, temi toccati e convocazioni hanno portato anche a una scarsa attenzione da parte di alcuni brand. Nike aveva lanciato un pack con tutte le sue signature line, una serie di sneakers a tema sostenibilità ambientale per Kyrie Irving (cambiate a partita in corso), LeBron James, Giannis Antetokounmpo, Paul George e Kevin Durant ma si sono ritrovati senza quest’ultimo e i modelli stessi hanno avuto diversi ritardi nelle uscite a livello internazionale. Paradossalmente hanno avuto più impatto giocatori come Jokić e Julius Randle, rispettivamente con delle Nike Zoom Rize 2 mismatch impreziosite dal proprio logo, e con delle Nike Kobe 6 Protro ASG, la riedizione della scarpa del 2011 e modello più ambito dell’ASG Pack di Nike di cui sopra. Va detto che Devin Booker e Anthony Davis sono state due assenze enormi da questo punto di vista.

A livello lifestyle non abbiamo visto nessuno indossare le Nike Dunk All-Star il 9 marzo e nessun drop di estremo hype. Letteralmente l’unica anticipazione di alto livello è stata la nuova Off-White x Air Force 1 “University Gold” mostrata da LeBron James.

Jordan ha anche deluso le attese ma dopotutto ha saputo della presenza di Zion Williamson solo all’ultimo secondo, così come non è stata certa della convocazione di Bradley Beal per diverso tempo. Luka Dončić e Zion Williamson hanno mostrato delle PE di Jordan 35 ma quella di Zion non vantava temi o richiami di alcun tipo, segno che probabilmente parliamo di una PE destinata ad altri momenti, come ad esempio al Rising Star Challenge che non si è svolto. Chris Paul è stato l’unico a mostrare una notevole varietà, utilizzando una colorazione per il riscaldamento, una per lo Skills Challenge e una per la partita. La poca organizzazione e lo scarso preavviso ha portato addirittura a una mancanza di PE nello Slam Dunk Contest, in cui il Jumpman stesso non ha realizzato nulla ad hoc per Obi Toppin, la firma più recente del marchio.

Jordan ha fatto un lavoro eccezionale con Jayson Tatum, proprietario di una PE veramente d’impatto, e soprattutto con suo figlio Deuce, ai cui piedi c’era una Air Jordan 5 x Off-White “Sail” tenerissima.

Ottimo lavoro di New Balance che ha mostrato la nuova 2002R in collaborazione con BAPE ai piedi di Kawhi Leonard. A rubare la scena però è stata adidas. Il marchio tedesco ha permesso ai propri giocatori di presentarsi con scarpe di altri brand per l’ambito lifestyle, e infatti abbiamo visto Lanvin, Louis Vuitton e Dior. Ma il lavoro migliore di adidas si è visto in campo: Lillard aveva una versione alternativa delle Dame 7 “Ric Flair”, Zach LaVine una PE delle adidas Crazy BYW 2.0, ma la miglior PE della serata è andata sicuramente a Jaylen Brown, il quale ha indossato delle TMac 2 mismatch, proprio come McGrady fece nel 2004 con le TMac 3, impreziosite dalla scritta “Humble and Hungry”, a citare un tweet che McGrady stesso gli scrisse per motivarlo nel 2014, anno in cui l’attuale giocatore dei Celtics era ancora al liceo.

IL FORMAT PER SALVARE LA SERATA

L’All-Star Weekend a volte può risultare pesante perché non tutto va secondo copione. Talvolta gli schiacciatori non danno spettacolo, i giocatori non hanno voglia di giocare e così via, ma tendenzialmente qualche bel ricordo rimane sempre. Concentrare tutto in una singola sera non ha aiutato perché ha forzato una quantità impressionante di eventi uno in fila all’altro, trascinando la serata per tante, troppe ore consecutive. In questo contesto c’è anche il fatto che la NBA ha dovuto ridurre al minimo le convocazioni per limitare l’esposizione dei giocatori, motivo per cui abbiamo visto giocatori impreparati ad ogni situazione: Cassius Stanley con poche varietà nelle schiacciate di uno Slam Dunk Contest con solo tre giocatori, tiratori come Donovan Mitchell, Jaylen Brown e Jayson Tatum che non hanno mai raggiunto il 40% da tre punti e con l’ultimo dei tre menzionati alla peggior stagione al tiro in carriera, oltre a gente come Luka Dončić che nemmeno si è tolto la tuta per partecipare allo Skills Challenge.

A chiudere la serata c’è stata la scelta del finale Elam Ending, ovvero una modalità che prevede il raggiungimento di un certo punteggio per concludere la partita al posto del solito cronometro. Ciò dovrebbe portare a una competizione serrata e a un finale punto a punto, ma in questo All-Star Game il Team LeBron ha dominato e un Elam Ending sul +20 è qualcosa di cui si sarebbe fatto volentieri a meno.

GLI ASSENTI E LE RIPERCUSSIONI SULLA STAGIONE

Il deterrente principale era ovviamente il COVID-19. Il virus che da un anno domina il mondo intero ha già portato a uno stop totale della NBA nello scorso e una conclusione dell’ultima stagione limitata alla sola Bolla di Orlando, una soluzione tutt’altro che semplice seppur possibile e con risvolti esilaranti. Molti giocatori hanno espresso il loro disappunto verso la realizzazione dell’All-Star Game ma ne hanno ovviamente preso parte, quasi forzatamente come suggerisce James Harden, il quale ha dichiarato che i giocatori sono stati “costretti a venire”, per poi ribadire che avrebbe fatto più comodo una pausa in una stagione come questa in cui si gioca così frequentemente per condensare il calendario. Tutti i giocatori sono stati d’accordo sul fatto che la magia dell’All-Star Game la fa l’atmosfera di festa di quei giorni, il fatto di poter vedere i giocatori NBA come normali ragazzi che si divertono con famiglia e amici come se stessero partecipando a un torneo amatoriale, tutti elementi che quest’anno sono mancati, con i giocatori chiusi in stanza. Persino il silenzioso Kawhi Leonard ha espresso perplessità in merito, dicendo però di non essere sorpreso dal momento che la NBA ha sempre messo il guadagno davanti alla salute dei propri atleti.

A coronare questa situazione c’è la grave circostanza che ha coinvolto Ben Simmons e Joel Embiid, i quali non solo non hanno preso parte all’evento, in quanto in contatto con persone positive, ma si sono ritrovati in questa circostanza proprio nell’arrivo ad Atlanta. Il rischio è che le due stelle dei Sixers possano perdere delle partite, andando a intaccare forzatamente la stagione della franchigia.

Insomma, 5 giocatori assenti, mancate attivazioni di marketing, poco spettacolo e soprattutto tanta insoddisfazione da parte dei giocatori non sono prerogative che di solito associamo alla NBA, ma il mercato è mercato e solo dalla diretta televisiva la NBA incassa circa 24 milioni di dollari da questo evento, senza considerare le attività collaterali e l’immagine. Rimane il fatto che il pubblico della NBA è abituato a ben altro.