Fashion

Charles Jeffrey e la collaborazione con Pineider: com’è nato il duo che non ti aspetti

Articolo di

Leonardo Brini

Pineider è sinonimo di tradizione, passione e qualità: un brand senza tempo nato a Firenze che da 250 anni rappresenta il pilastro del mondo della pelletteria e della stationery di lusso. Facendo del Made in Italy e della cura dei dettagli il proprio marchio di fabbrica, Pineider non è solo il marchio che ha introdotto sul commercio italiano le prime lettere stampate personalizzate, ma anche il punto di riferimento per chiunque sia alla ricerca di accessori rigorosi, sofisticati e realizzati a regola d’arte. L’uso preponderante della tecnologia nella vita di tutti i giorni ha portato però il brand a rimanere in una nicchia, fatta indubbiamente di cultori del settore ma spesso dimenticata e difficile da scoprire per le nuove generazioni. A segnare un cambio di direzione ci ha pensato però Charles Jeffrey, designer scozzese classe 1990 e fondatore del marchio LOVERBOY, il quale ha firmato con il marchio fiorentina una speciale collaborazione che unisce arte, moda e artigianalità.

Al centro del progetto troviamo l’approccio creativo e libero di Jeffrey, il quale ha “personalizzato” diversi prodotti iconici di Pineider che spaziano dalla pelletteria (duffle bag, borsa a tracolla e pochette) all’oggesticia da ufficio (porta biglietti da visita e porta passaporto) con “Big Beastie”, l’illustrazione realizzata ad hoc dallo stilista stesso e raffigurante un una bestia multiforme con numerosi occhi. 

Ma com’è possibile che l’estetica dall’animo punk, coloratissima e fuori dagli schemi di Charles Jeffrey possa dialogare con l’estetica rigida e di lusso di Pineider? Lo abbiamo chiesto direttamente allo stilista, che ci ha raccontato com’è nata la collaborazione e qual è stato il percorso creativo che ha portato alla nascita dei prodotti, molto più vicini al designer di quanto si possa pensare.

Tu e Pineider rappresentate due pianeti, forse due galassie, distanti anni luce a primo impatto. Com’è nato il progetto?

La collaborazione per me rappresenta un’opportunità per raccontare e approfondire il mio rapporto con Milano. Da quando ho presentato le mie ultime collezioni qui, LOVERBOY è cresciuto tantissimo e questa è stata l’occasione perfetta per consolidare il legame. È stato però un viaggio molto diverso rispetto al mio modo di lavorare tradizionale: come direttore creativo di Loverboy, il mio compito è principalmente quello di guidare il team di design quindi di prendere decisioni, questa volta c’erano solamente la mia mano e il mio rapporto con i prodotti. 

La collaborazione poi si è evoluta e sono arrivato ad avere centinaia di bozzetti e variazioni: con il resto del team abbiamo quindi ristretto la selezione, decidendo di concentrarci su una sola sola grafica – l’illustrazione “Big Beastie” – per capire fino a che punto potesse adattarsi su tutti i prodotti che avevamo a disposizione. Era importante infatti tenere a mente che il pubblico di Pineider ha un range di età più elevato rispetto a quello con cui comunico solitamente e non potevamo cambiare tutto e “sconvolgerli” così all’improvviso. Il focus è diventato quindi proporre un punto di vista più fresco e innovativo ma con un numero contenuto di modifiche, lavorando su varie tipologie di prodotto e vedendo come la mia creatività e le mie illustrazioni potessero funzionare su tutte queste.

Qual è stata quindi la tua prima reazione? 

La prima cosa che ho fatto è stata andare sul loro sito e ho scoperto così che Pineider negli anni ha lavorato con tantissime personalità differenti. Ho cercato di vederla non come una collaborazione tra due brand ma come un progetto personale, chiedendomi cosa questi prodotti magnifici rappresentano per un artista e come gli permettono di interagire con il mondo: volevo che fosse un progetto sui creativi e sulla mia arte.

Infatti tu sei molto più di un designer: sei un illustratore, un pittore, un creativo a tutto tondo possiamo dire. Il tuo rapporto con il mondo della cartoleria è quindi probabilmente molto intenso, quasi sentimentale. Hai un ricordo specifico legato a questo mondo che ti porti nel cuore?

Mia mamma mi ha sempre incoraggiato a disegnare e a dare sfogo alla mia creatività: da bambino avevo tantissimi giocattoli ma quando mi diede per la prima volta del materiale per dipingere rimasi incantato. Mi sono sempre piaciuti tantissimi i videogame e i cartoni animati quindi cominciai a passare tutto il mio tempo a creare i miei mostriciattoli e i miei personaggi, sognando di finire a lavorare per Nintendo o qualche azienda simile. 

Quando invece ho cominciato a trovare i miei riferimenti culturali e a sviluppare i miei gusti a livello musicale capii di voler entrare nel mondo della moda. Le illustrazioni sono sempre rimaste con me, anche se in modo secondario, e nella mia casa ho ancora una zona dedicata a tutto il mio materiale artistico, è lo spazio in cui mi sento al sicuro: quando ho tantissime riunioni e appuntamenti, mi ritrovo spesso a scarabocchiare e questi bozzetti sono molto più speciali e dinamici rispetto a quelli a cui mi dedico con la massima concentrazione. Volevo trasmettere questo stesso sentimento nella collaborazione: volevo sembrasse un disegno spontaneo e autentico, non un capolavoro.

Il mondo di Pinedier è pulito, semplice e ha molte “regole” legate all’estetica e alla manifattura dei prodotti. Come sei riuscito quindi a combinare la tua estetica eclettica e anti-convenzionale con quella di Pineider?

C’erano tantissimi modi in cui avrei potuto farlo, ma la cosa più importante per me era essere completamente genuino e non pensare troppo. Volevo fare qualcosa che fosse davvero rappresentativo di me stesso e del mio modo di vedere, interagire o indossare questi prodotti: sono andato quindi nel loro negozio e provandoli mi sono chiesto come potevano diventare “miei”. Per il futuro l’obiettivo sarà invece quello di cominciare a pensare come evolvere i pezzi esistenti per renderli più contemporanei, ma questa prima collaborazione volevo fosse completamente immersa nella mia personalità.

Nelle tue collezioni abbiamo visto riferimenti a tantissimi elementi diversi, dal punk all’emo, dal Rinascimento alla cultura scozzese. Cosa si può ritrovare invece in questa collezione?

La collezione è legata in qualche modo al mio rapporto con la musica e in particolare al mondo post-punk, che è una delle mie passioni. Dall’altra parte c’è anche un elemento “carnevalesco”, scherzoso, quasi una risata che questi mostriciattoli con la lingua di fuori possono suscitare. Da sempre l’uomo si è divertito a rappresentare personaggi come ghuls, fantasmi e creature strambe perché aiutano a descrivere un mondo che non conosciamo e che solo l’immaginazione può creare, come se fossero delle premonizioni. Mi sono reso conto che finisco spesso a rappresentare elementi del genere perché mi aiutano a rilasciare tutto lo stress che accumulo durante il giorno, forse perché mi fanno ridere o forse solo perché mi fanno rilassare. Sta poi allo spettatore dare la sua interpretazione.

Come dicevi, c’è un grande contrasto tra il mondo di Pineider e il tuo mondo. Pensi che questa collaborazione possa avvicinare le nuove generazioni a un settore che viene spesso dimenticato?

Il mio marchio ha un grande seguito composto soprattutto da persone giovani e questo progetto è l’occasione perfetta per offrire loro qualcosa di diverso, un marchio e un prodotto con una qualità così elevata da essere quasi introvabile al giorno d’oggi. Penso che le nuove generazioni siano alla ricerca costante di nuovi modi per descriversi e distinguersi, allontanandosi dai brand che indossano tutti per trovarne di diversi: la collaborazione con Pineider è l’occasione perfetta per fare proprio questo. Le grafiche, poi, hanno una natura universale che può funzionare in tanti paesi differenti ed è sempre interessante vedere come le nuove generazioni interpretino il mio mondo e lo integrino nella loro realtà: voglio continuare a colmare questi divari, far sì che le persone si rivedano in quello che faccio. 

Questa però non è la prima volta che ti ritrovi a lavorare su un progetto “lontano” da quello che è il mondo della moda in senso stretto. Come mai?

Ci sono tantissimi marchi fashion che collaborano tra di loro ma io preferisco trovare realtà di cui le persone non hanno mai sentito parlare. Con i brand “tradizionali” capita troppo spesso che siano già state fatti tanti altri progetti e trovare un punto di vista nuovo e interessante non è così facile. Ma in questo caso non è stato così, era la prima volta anche per loro e ho potuto portare una ventata d’aria fresca. Nessuno ovviamente si aspettava qualcosa del genere da Pineider e proprio questo aspetto “anticonvenzionale” è la forza motrice del progetto: è bello avvicinare nuove persone e spero che, dopo questa collaborazione, possano vedere anche gli altri prodotti in modo differente. 

Qual è un settore, un mondo, che non hai ancora esplorato ma vorresti approfondire? 

In generale voglio continuare a lavorare con aziende “classiche”. Sono un grande appassionato di gioielli e ho sempre giocato con il mondo dei costumi e la bigiotteria ma ora vorrei sperimentare con l’alta gioielleria. Mi piacerebbe molto anche lavorare di più direttamente con l’industria tessile per sviluppare tessuti ad hoc, per esempio con aziende scozzesi. Stiamo già lavorando con realtà della Savile Row di Londra e questo ci permette di dimostrare che anche brand considerati più “conservativi” possono essere trasportati in mondi nuovi. E chissà che un giorno non finisca a guidare un grande marchio, reinventando i loro capi e la loro storia. 

Siamo vicini al decimo anniversario del tuo marchio LOVERBOY ed è sicuramente il momento migliore per riguardare indietro a tutto il tuo percorso. Ma cosa c’è nel tuo futuro?

Raggiungere questo traguardo mi ha permesso di prendermi un momento di riflessione che si è rivelato molto importante: è stato sorprendente tornare negli archivi e vedere il legame tra le collezioni, i capi e le idee che abbiamo sviluppato negli anni. Il mio unico obiettivo ora è quello di perfezionare queste connessioni e capire come spingermi oltre. 

Abbiamo sempre lavorato con costumi teatrali, capi storici o sculture indossabili e, anche con un team molto piccolo, siamo stati in grado di fare cose gigantesche. Come posso quindi spingere ancora di più su questi elementi e allo stesso tempo creare un legame con prodotti più facili da indossare? Questo sarà il mio obiettivo per quest’anno: riguardare tutto, riscoprire gli archivi e capire come possiamo creare questa connessione. 

Dieci anni di carriera è un traguardo importante, soprattutto se consideriamo che hai appena superato la soglia dei trent’anni, e non è così scontato in un settore come quello della moda. Come sei riuscito a trovare il tuo spazio e la tua voce in un mondo così competitivo?

Avere una community vicino è stato fondamentale. Le persone sono interessate agli altri gruppi di persone, a come il tuo brand e il tuo prodotto si possono trasformare a seconda di chi lo indossa. Io sono stato molto fortunato perché quando ho iniziato avevo un grandissimo gruppo di persone intorno a me che indossavano e promuovevano LOVERBOY a modo loro.

Ora viviamo in un mondo dominato dai social ma provo ancora un sentimento di odio e amore insieme nei loro confronti. Di recente mi sono infatti preso un po’ paio di mesi “off” ed è stato bello non essere costantemente travolto dal paragone con gli altri: bisogna comprendere quando usarli, quando allontanarsi e quando concentrarsi su altro. Disegnare, scrivere e fare “journaling”, per esempio, sono tutte cose importantissime per me ed è per questo che la collaborazione con Pineider ha un valore particolare.