Fashion

Che problema hanno i bikini?

Articolo di

Giorgia Monti

Ci risiamo, è tornato quel momento dell’anno che vede il bikini costretto a combattere contro tutte le criticità del mondo della moda. Non dovrebbe essere così difficile: arriva l’estate, scegli il costume perfetto e sei pronto per passare giornate intere in spiaggia. Peccato, però, che trovare il tanto agognato costume perfetto sia ormai un’impresa.

“Se non sono magra che bikini posso indossare per andare al mare?”, questa è solo una delle tante domande che popolano il web e che ci fanno rendere conto di come il mercato del beachwear, molto spesso, annienti ogni valore di inclusività che abbiamo cercato di costruire durante gli ultimi anni, per diventare promotore di insicurezze e messaggi sbagliati. 

Dovrebbe essere passato il tempo in cui ad indossare bikini e lingerie erano solo i corpi perfetti ed atletici degli angeli di Victoria’s Secret. I costumi da bagno rappresentano un notevole capitolo di storia della moda che inizia molti decenni fa e ad oggi – sebbene l’estetica si sia evoluta e non debba rispecchiare più un codice rigoroso – a cambiare dovrebbe essere la concezione che si ha nel rapporto tra bikini e corpo stesso. Indossare due pezzi di stoffa striminziti che a malapena riescono a coprire zone del corpo che Instagram bannerebbe non è una scelta semplice per chiunque: per qualcuno è uno status, per altri un motivo valido per dover passare giornate estive a casa e non in riva al mare.

Un ideale tanto alienante dovrebbe essere diventato arcaico in questo tempo di body positivity, ma è davvero così? Se osserviamo celebrità quali Lizzo, Megan Thee Stallion, Ashley Graham o Rihanna riusciamo a percepire un approccio realmente vicino al tema. Portatrici di inclusività, attraverso il loro lavoro – campagne, collezioni, videoclip – danno un senso e un significato a quelle che, in molti casi, sono solo parole e non fatti autentici. Ognuno di noi è in grado di dirsi vicino a una causa importante, ma la differenza sta nel mostrarsi realmente coinvolto apportando un contributo reale.

Dover assistere costantemente, ogni anno, alle stesse campagne estive realizzate su spiagge perfette, con modelle perfette che hanno corpi perfetti, oltre che estremamente noioso a lungo andare continuerebbe a portare avanti sempre lo stesso ideale: se non hai un fisico come il mio questo bikini non fa per te. E qui non vale più proclamarsi inclusivi in un comunicato stampa o nella bio del brand, perché tutto ciò che noi vediamo è l’inarrivabilità di una cerchia elitaria a cui della diversità interessa ben poco.

Se sei una top model che viene pagata milioni all’anno e decidi di aprire un tuo brand di costumi, non devi necessariamente esserne testimonial, o se proprio vuoi, magari aggiungere modelle con taglie e vestibilità diverse potrebbe essere un grande passo in avanti per l’umanità. Del resto, che ogni essere vivente abbia una fisicità diversa rispetto agli altri è giustamente innegabile, ma dover paragonare la propria fisicità a quella altrui – poiché non esistono altri metri di paragone anche solo per la scelta di un costume da bagno – con il passare del tempo potrebbe far vacillare anche la persona più sicura del mondo.

Durante gli anni ’50 Marilyn Monroe indossava il suo iconico bikini a pois con ruches, da qui in poi il trionfo delle pin up con le loro forme morbide ed esplosive a stento trattenute dagli inconfondibili costumi a vita alta. Del resto, il bikini viene così chiamato perché esplosivo proprio come l’atollo di Bikini nelle Isole Marshall dove gli Stati Uniti conducevano i loro test nucleari. Se i corpi di ieri erano quelli delle maggiorate che finalmente dopo anni di rigidità hanno avuto modo di esporre le loro forme, oggi più che mai non abbiamo dubbi che questa nudità sia all’ordine del giorno. 

Ma anche i brand che propongono una visione non standardizzata della fisicità femminile – vedi SKIMS o Kylie Swim – schiavizzano gli scatti con sessioni estreme di Photoshop andando a limare e perfezionare la figura dei testimonial, se non direttamente la loro. Diventa quindi poco utile inserire corpi differenti se poi l’obiettivo resta quello di ridurre al massimo le irregolarità, tornando a un fisico utopico che poi, una volta in spiaggia, è completamente diverso da quello delle fotografie. 

Le campagne pubblicitarie rimangono infatti uno degli aspetti più controversi dell’industria della moda. La mancanza di diversità o l’oscuramento voluto di essa rappresentano alcune delle principali cause d’insicurezza del compratore, che molto spesso si ritiene in obbligo a doversi comparare con la perfezione fittizia delle celebrità. 

Certo, i bikini che vediamo continuamente sui social sembrano fantastici, ma allo stesso tempo talmente striminziti che viene da chiedersi per quanto tempo sia possibile indossarli prima di rimanere nudi. Se l’obiettivo è quello di risultare sexy non ci sono dubbi sulla riuscita, ma per chi avesse intenzione di muoversi, tuffarsi o nuotare, è necessaria una ricerca più accurata mirata anche all’utilità. Belli sì, ma potremmo puntare a qualcosa che duri più di una sessione di foto per Instagram.

Il tema bikini, ormai, è anche tra i preferiti dell’influencer Giulia Torelli (@rockandfiocc) che tra storie su Instagram e articoli che pubblica sul suo blog cerca puntigliosamente di trovare il costume perfetto che riesca a sposare i suoi gusti e la sua fisicità. Sempre per sottolineare il fatto che se un bikini non ci sta come ad Emily Ratajkowski, dobbiamo semplicemente provarne un altro e levarci dalla testa questa idea di perfezione fisica che ci viene costantemente propinata.

Tuttavia, lo scoglio da affrontare è anche un altro: la tanto cara sostenibilità. Un po’ come per la body positivity, infatti, la moda sostenibile interessa e viene trattata così tanto – tra fashion week, campagne e iniziative – da sembrare quasi realtà, ci crediamo davvero. Peccato, però, che giusto poco prima dell’estate veniamo riempiti da sponsorizzazioni di costumi su Instagram dove ogni prodotto assomiglia esattamente a quello di un qualsiasi altro colosso del fast fashion. Per quanto siano economici, appare ragionevole sospettare della qualità o della vestibilità, parliamo infatti di marchi come ZAFUL, Shein o Fashion Nova che vendono numeri vertiginosi di costumi da bagno a prezzi decisamente bassi. A farli sembrare ancora più ombrosi è il fatto che spesso gli annunci non danno alcun quadro di riferimento su come il bikini potrebbe adattarsi al corpo, poiché questo non viene minimamente mostrato. Ma i costumi striminziti di Shein a 10 euro restano comunque il nuovo Sacro Graal della Generazione Z, che preferisce rischiare comprandone due o tre a 10 euro piuttosto che uno a 50 – che poi magari non ti sta neanche bene.

È qui, infatti, che si apre un altro dibattito: perché i costumi sono così costosi? O meglio, perché dovrei pagare un bikini 200 euro quando allo stesso prezzo da un qualsiasi colosso fast fashion potrei riempirmene l’armadio?

Il ragionamento potrebbe filare, i costumi da bagno, del resto, richiedono molto meno tessuto rispetto ad altri capi di abbigliamento e sicuramente anche meno tempo di produzione, giusto? Beh, non proprio. Dalle pratiche di cucitura all’uso di elastici e fili, è anche importante ricordare che i costumi da bagno utilizzano tessuti a prova di acqua e cloro, che possono complicare sia il processo di progettazione che di produzione. Trovare un tessuto con la giusta quantità di elasticità per il design potrebbe non essere così facile. Ma non è semplicemente il tessuto che deve reggere, tutto – dalle rifiniture ai ganci – deve resistere all’usura di sostanze chimiche, acqua salata e calore intenso. 

L’ingresso delle influencer e blogger nel mercato del bikini ha contribuito a trasformare i costumi da bagno in una categoria più ambita, diventata sicuramente più redditizia grazie all’uso dei social media. Qui, però, attenzione come sempre a non scambiare la qualità per il nome del marchio. Non tutti i bikini che costano 200 euro sono impeccabili o qualitativamente ottimi: invece di guardare la testimonial è sempre bene controllare la composizione.

Solitamente, prediligere un costume in quanto economico potrebbe essere uno svantaggio sia dal punto di vista della sostenibilità che semplicemente della qualità. Questi tendono a rovinarsi più velocemente, soprattutto se usati di frequente e sappiamo che come per gli abiti, uno più costoso vale l’investimento e, con la dovuta cura, durerà per anni. 

Qual è, dunque, il costume perfetto? Difficile a dirsi. Come abbiamo visto gli ostacoli sono molti, ma altrettante sono le proposte che potrebbero avvicinarsi alla nostra versione preferita. Basta un po’ di ricerca per trovare i giusti marchi che mixano stile, inclusività, sostenibilità e prezzi modici, l’importante è non arrendersi subito e ascoltare le proprie esigenze.