Interviews

Codìghel: intervista a Francesco Mandelli

Articolo di

Matteo Maresi

Fotografo

Alan Chies

Quando Patrick e Alexio brevettarono il pi greco del linguaggio imbruttito con la Gazzetta dello Sport in mano e il Booster parcheggiato nella piazzetta del quartiere Barona di Milano, la visione dei Soliti Idioti in tv era vietata agli under 14, mentre sul neonato YouTube circolava liberamente la loro distintiva semantica generazionale: “figa-il-Milan… Codìghel… Minchia-figa il Milan”. Oggi li chiamano maranza, allora erano semplicemente Gli Zarri. 

Trasmessa a partire dal 2009 su Comedy Central e MTV, la serie tv I Soliti Idioti andò in onda fino al 2012, anno in cui il successo del loro secondo film portò Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio anche sul palco di Sanremo. Un fenomeno prima virale, poi nazionalpopolare, anche se divisivo. Soprattutto perché divisivo. Ruggero e Gianluca, Gisella delle Poste, Marialuce e Giampietro, il mafioso… personaggi dalla comicità dissacrante che si spingeva ben oltre i limiti del politicamente corretto. O li amavi o li odiavi. 

Mezza Italia li odiava, ma alla fine a non amarsi più furono loro due, i protagonisti, Francesco e Fabrizio, che ruppero all’improvviso il sodalizio artistico e intrapresero percorsi di vita e carriere diverse. «Per 10 anni ci siamo sentiti il minimo indispensabile, finché un giorno non è arrivata una chiamata». Francesco Mandelli, 44 anni, regista, attore, scrittore, pittore e musicista, racconta così la rinascita di un’amicizia e il boom nelle sale de I Soliti Idioti 3 – Il ritorno, film che corona un recente tour sold out nei teatri e due anni di vecchi sketch della coppia in costante trend su TikTok.

Come spiegheresti la nascita dei Soliti Idioti a un adolescente? 

Gli dovrei raccontare che c’erano degli aspetti di quello show che hanno fatto arrabbiare un sacco di persone. Dovrei spiegargli che facevamo satira sociale con un linguaggio che ha spostato i paletti un bel po’ più avanti, un linguaggio violento di una violenza mai stata usata prima nei confronti del pubblico. Mi ricordo che su Facebook avevano aperto un gruppo intitolato “Ma solo a me i Soliti Idioti non fanno ridere?”. Ci fu una grossa presa di posizione. La cosa assurda è che oggi mi scrive l’amico: “Vorrei venire alla prima del film con mio figlio 17enne”. Quindi i casi sono due: o erano troppo avanti per quel tempo e quindi risultiamo contemporanei oggi, oppure, per un motivo che non mi so spiegare, piaciamo a una generazione che non conosco e per la quale non sarei capace di pensare a un prodotto, oggi. Una cosa è certa: i Soliti Idioti non sono nati per i teenager, ma per gli adulti.

Che cosa vi ha reso virali su TikTok?

Non me lo so spiegare se non per il fatto che quegli sketch hanno tutte le caratteristiche per funzionare su TikTok: soddisfano l’algoritmo anche se continuano a essere scorretti e non pensati per quella piattaforma. Credo sia una cosa bella, essere rimestati da TikTok, non capita a tutti. Tu fai una cosa e dieci anni dopo, senza aver mosso un dito, la gente torna a volerle bene e a riderci sopra… Beh, è una figata. 

Il primo weekend di incassi è stato da record. Patrick e Alexio hanno avuto il supporto incondizionato dei maranza. 

Se penso a quel giorno in cui abbiamo registrato per la prima volta Gli Zarri e ci siamo detti: “Ma che cazzo stiamo facendo? Ma cos’è sta roba?” (ride). Era il 2011, avevamo quest’idea di due zarri che dicevano solo minchia, figa e codighel, ma non andavamo oltre a queste battute, fu come registrare una canzone senza avere ancora gli accordi. Registrammo dieci gag, quel giorno, ma ci sembravano tutte risicate. Soprattutto quella della Gazzetta, che invece è diventata eterna. Forse perché è lo zarro ad essere eterno, anche se adesso si chiama maranza: negli ultimi 30-40 anni si è fatto strada, è diventato una figura riconoscibile in tutto il mondo, dalla periferia di Birmingham a Il Cairo.

Giocavate a fare gli zarri, ma c’era un’elite di intellettuali italiani che vi considerava dei geni: la critica cinematrografica Mariarosa Mancuso, il rettore dello IULM Gianni Canova, Maurizio Cattelan…

Una volta Maurizio ci fece ritirare un premio al posto suo, facendo infuriare tutta l’Accademia delle Belle Arti di Bologna. Era un riconoscimento istituzionale importantissimo, una delle organizzatrici scoppiò in lacrime, appena ci vide entrare in scena. Quando uscì il primo film, nel 2011, ci fu un grosso attacco mediatico da parte del mondo radical chic, perché venivamo dal nulla e nessuno ci aveva dato il permesso per avere tutto quel successo. Concita di Gregorio, Gigi Marzullo, Massimo Bernardini di TV Talk, che ci dedicò un’intera puntata per dire che facevamo cagare… Ci infamarono dappertutto. A tal punto che mi venne il dubbio che avevamo fatto davvero una cosa brutta. Un regista di cinepanettoni disse che dopo di noi nessuno avrebbe più dovuto citarlo come esempio del trash… Ma qualcuno si innamorò di noi, come Maurizio, che è sempre stato uno libero, e tanti altri, e alla fine divenne una discussione bipartisan.

Gli sketch dei Soliti Idioti sono l’inversione comica dell’inclusività, una manna per gli hater. Nel nuovo film vi siete dati dei paletti?

Siamo stati molto attenti nell’evitare di venire percepiti per quello che non vogliamo dire, quindi siamo stati molto attenti al messaggio. Prendi la coppia gay: volevamo calarla nel contemporaneo, dove la parola “omosessuale” è stata completamente sdoganata, per cui ce la siamo immaginata come una coppia normalizzata che oggi ha gli stessi identici problemi che avrebbe avuto una coppia eterosessuale dieci anni fa. E quindi succede che uno dei due diventa fluido, facendo vivere al partner lo stesso dramma di un marito che fa coming out alla moglie e a tutta la sua famiglia. La domanda che ci siamo fatti è: una coppia gay oggi sarebbe in grado di accettare quello che doveva essere in grado di accettare una coppia etero 10 anni fa? Non abbiamo mai preso di mira l’omosessualità, ma certi meccanismi sociali che riguardano tutti. Odio, amore e gelosia sono uguali per tutti. La forza dei Soliti Idioti è nel non aver mai avuto paura di raccontarlo.

Paura di raccontare cosa?

Il conformismo borghese che riguarda tutti i tipi di coppie.

A proposito di coppia, che cosa è successo a Biggio e Mandelli?

Quando le cose vanno bene, spesso subentra l’ego. 10 anni fa pensavo di avere il mio sotto controllo, invece oggi mi accorgo di averla gestita da ragazzino, senza la capacità di fare quel passo indietro quando serve, quando hai deciso che quell’inquadratura deve essere assolutamente così. Ti incarti per le minchiate. Infatti ci incartammo per le minchiate.

Come avete fatto pace?

Per caso, due anni fa. Ci hanno cercato separatamente per fare uno spot, chiamando i nostri rispettivi agenti, e per la prima volta dopo 10 anni, abbiamo dato entrambi l’ok a fare una cosa assieme. Ci siamo scritti, abbiamo deciso di vederci, e siamo ripartiti da noi due, ci siamo raccontati quello che ci è successo. Lo spot alla fine non è andato in porto, ma ci è rimasta la voglia di fare qualcosa di nuovo, di ripartire, anche in un contesto molto più difficile. 

Uno show biz governato dall’influencer marketing.

Una volta, quando avevamo in mente un nuovo progetto, ci bastava andare da MTV, bussavamo e il giorno dopo ce lo facevano fare. Oggi sarebbe impossibile. Quindi ci è venuta l’idea di ricominciare dal teatro, per tastare il terreno. Abbiamo cercato un’agenzia, scritto lo spettacolo e mentre scrivevamo lo spettacolo è arrivato il film.

Avete dovuto aggiornare i personaggi?

No, non abbiamo cambiato niente, le loro dinamiche sono rimaste totalmente invariate, per quanto ci sia l’idea di una nuova serie e di creare nuovi personaggi costruiti più sulla contemporaneità.

Quali sono i nuovi bersagli dei Soliti Idioti?

È stato tutto molto naturale e veloce: era chiaro che bisognava costringere Ruggero ad avere a che fare con la tecnologia e con l’inadeguatezza degli anziani rispetto ad essa, ma anche con la strumentalizzazione della paura per controllare gli altri, quindi la manipolazione del figlio Gianluca attraverso una fisima legata alla salute. Sono tutte storie di famiglie disfunzionali: c’è la famiglia di Gianluca e Ruggero che si risveglia dal coma dopo 10 anni, quella dei due moralisti Marialuce e Giampietro che vogliono a tutti i costi avere un figlio perché vengono esclusi da tutte le feste del loro circolo di amici e scoprono che il motivo è che sono solo feste di compleanno dei figli altrui. C’è la famiglia degli omosessuali, in cui un Fabio diventa fluido e bisogna capire come la prende l’altro Fabio, e poi ci sono gli zarri, il capolavoro del film.

Ma quindi, zarri o maranza?

Che tu li chiami zarri o maranza, loro non cambiano nella storia del mondo. Sono lì, al bar, che leggono la Gazza, ma stavolta l’hanno combinata grossa. Torna la Sabri, interpretata da Anna Pepe, incinta di uno di loro due ma non sa di chi, perché una sera, dopo un rave, hanno fatto un’insalatona e adesso devono entrambi diventare padri e prendersi le loro responsabilità.

Altri Camei, oltre ad Anna Pepe?

Gue Pequeno, Gabriele Corsi del trio Medusa, Andrea Delogu, Daniela Virgilio e una guest star pazzesca, la voce di Sabrina Ferilli.

In che senso la voce di Sabrina Ferilli?

C’è Ruggero che scopre l’assistente vocale Vanexa, ma non riesce a interagirci perché Vanexa non capisce il suo accento romano, finché nel deep web non trova una versione più aggiornata, Patrixia, che parla esattamente come lui…

Avete cercato di girare un film “postabile”?

I Soliti Idioti 3 è un film girato come una classica commedia all’italiana, non ci sono effetti speciali. È un film dritto. Però, ogni volta che finivamo un girato, ci dicevamo: “questo è perfetto per Tik Tok!”. Sono sicuro che dentro ogni scena c’è quel minuto perfetto per un reel o un bit pronto a diventare meme.

E Gue, come ci è finito nel cast? 

Gue è sempre stato nostro mega fan, uno dei primi in assoluto a farci i complimenti. Me lo ricordo ancora ad una festa di MTV al vecchio Rolling Stone di Milano, lui che viene verso di me e io che avevo paura che mi picchiasse… Invece voleva farmi i complimenti. È una persona incredibilmente riservata, ai limiti della timidezza, con noi è stato il più patatone. Gli abbiamo affidato un ruolo con Anna Pepe.

Che ruolo, esattamente?

Francesco ride, tentenna, poi spoilera. 
È il suo ostetrico.