Interviews

Come se fosse normale – Una conversazione con Guè e Shablo

Articolo di

Greta Scarselli

Production

Outpump studio

Producer

Claudio Pavesi

Art Director

Alessandro Pellegrino

Photo

Enrico Rassu

Light assistant

Marco Ceraglia

MUA & hair

Gaia Dellaquila

MUA & hair assistant

Giacomo Marazzi

Stylist

Silvia Vinci

Set designer

Asia Calzà

«Mi hanno chiesto “che cosa dirai a tua figlia”, ma pensa a cosa gli dirai tu. Io non mi devo giustificare davanti a nessuno».

Se c’è una cosa a cui Guè tiene particolarmente è la libertà, datagli nel tempo dall’indiscutibile coerenza e dalla scelta di essere reale sempre, a qualunque costo, un po’ quello che lo ha reso intoccabile, sempre perdonato, «l’impunito», ci dice lui.

Guè è arrivato all’intervista sereno, si è messo comodo e ha iniziato subito a parlare. Accanto a lui Shablo, dietro di lui la ragazza che gli avrebbe acconciato i capelli per tutta la durata dell’intervista. Non è la prima volta che lo incontro, ho avuto a che fare con lui qualche giorno prima sul set dello shooting e la prima cosa che penso, mentre i capelli gli vengono accuratamente pettinati in modo da farli scendere lisci lungo il volto, è che si trova incredibilmente a suo agio in ogni situazione. Ho l’impressione che non sia l’abitudine a renderlo così, ha un atteggiamento vero e spontaneo di suo. Le mura che ci circondano sono quelle dello studio di Shablo, tappezzate di riconoscimenti e di Dischi D’Oro e di Platino; soltanto Guè, con i suoi ultimi quattro album, gliene ha portati otto, due per ciascuno.

Siamo qui perché sarà proprio Shablo, dj e produttore discografico, nonché co-fondatore di Thaurus, a introdurre l’intervista per noi. La motivazione è semplice: si trova al fianco di Cosimo da ormai quasi 20 anni, dal 2003 per la precisione, quando “Mi fist” – primo album dei Club Dogo – non era ancora uscito e non c’era alcun sospetto che il rap sarebbe diventato quello che è oggi. 

«Se ci immaginavamo così a vent’anni? Sicuramente no», afferma Shablo.

«Io a 20 anni non avevo fatto niente. Niente di buono, niente di solido. Ai nostri 20 anni non avevi le prospettive, ma neanche alla lontana», ribatte Guè.

«Quel periodo per noi è stato diverso, gli artisti di oggi a 20 anni sono super focalizzati, hanno già una carriera, hanno già contratti da migliaia di euro, noi non ce li avevamo».

«Adesso ci sono ragazzini che mi dicono “sei un grande”, però questi vendono già i dischi, magari hanno già una Mercedes. Io quando andavo a beccare Neffa ci andavo in bicicletta, scendevo dal tram e gli dicevo “sei un grande”, e magari provavo a rappare. Qua questi già lo fanno, poi bisogna vedere se lo faranno ancora».

Quella di Guè e di Shablo è la prima generazione ad essere rimasta, il ponte tra il presente e il passato, l’esempio che i ragazzini hanno quando si avvicinano per la prima volta al microfono e la conferma che con questo genere, con questa musica, ci si vive. Entrambi hanno sempre avuto il feticcio di andare all’estero, per lavorare e imparare, creare connessioni e cercare ispirazioni. Vuoi perché Shablo ha vissuto in diverse parti del mondo sin da bambino, è nato in Argentina, si è spostato in Italia e poi ad Amsterdam – proprio uno dei primi posti in cui hanno viaggiato insieme; vuoi perché Guè è da sempre un fanatico di certi ambienti, fin dalla prima firma in major con i Club Dogo ha infatti spinto per andare a masterizzare i dischi a New York, laggiù dove quel genere di cui è allievo è nato. «Certe location le ho viste talmente tanto che mi hanno stancato, tipo Miami» dice Guè, ma resta il fatto che viaggiare permette di avere qualcos’altro da raccontare, aggiunge giustamente Shablo, «noi siamo stati i primi ad andare a lavorare all’estero, anche quando il mercato non era così aperto. Adesso è normalissimo, vedi Sfera con gli Stati Uniti. Insieme abbiamo fatto tante cose fuori, nel 2016 siamo stati un mese in Brasile per registrare “Santeria”, ad esempio, in un momento in cui il mercato non te lo permetteva. Siamo andati a Miami per fare il pezzo con El Micha ed è uscita ‘sta collaborazione gratuita perché spontanea. Viaggiamo da sempre per piacere culturale, molti di questi ragazzi, invece, anche se possono permetterselo non lo fanno».

Oggi è più semplice, basta mandare un DM per creare una connessione con l’estero, 20 anni fa, in tempi pre-social, era praticamente impossibile. Dovevi viaggiare, coltivare la passione, conoscere la cultura, e poi, forse, riuscivi a creare un rapporto quasi casuale, che comunque difficilmente si trasformava in un progetto concreto.

«Era molto difficile entrare in contatto con certe realtà, e quando ci riuscivi non ce la facevi comunque a chiudere dei business perché per loro non era business, era conoscere una nuova cultura, magari erano presi bene, si ricordavano della tua roba, ci organizzavi un concerto, ci facevi una serata, nasceva qualcosa, ma da lì a creare un pezzo era quasi impossibile», racconta Shablo.

«Adesso è bello perché ti scrivono su WhatsApp, ti chiamano loro e ti fanno i complimenti per l’album, ti chiedono un pezzo insieme e questa è una soddisfazione, anche la percezione che loro hanno adesso del rap italiano…» «…è più vincente, lo fanno volentieri, prima se ne sbattevano il cazzo».

Guè, nel tempo, si è creato una rete di contatti che si dirama in tutta Europa, dalla Francia alla Germania, la sua scena preferita e quella più forte. 

«Premetto che io non sono un groupie (ride, ndr), nel tempo ho conosciuto molte persone. Gli artisti italiani si ispirano troppo alla Francia e un po’ all’Inghilterra,io invece ho sempre ascoltato il rap tedesco. Sono in contatto praticamente con tutti e mi fa piacere. E il tempo mi ha dato ragione, perché il loro mercato è più grosso di quello italiano, adesso più della Francia, poi c’è l’est Europa e poi ci siamo noi. Pensa che rapper come Gzuz, quelli della 187 Strassenbande, si sentono la mia roba. C’è un video in cui il tipo dice “Scooteroni è il mio inno, per un anno non l’ho mai tolto dall’Audi”. E loro spaccano. Noi guardavamo i video che facevano e dicevamo “ma guarda che cazzo di video fanno”. Perché poi sai, la vera differenza è che hanno un livello di apprezzamento diverso. Lì sono proprio delle star, non che noi non lo siamo, ma sono proprio a un altro livello. È tutto moltiplicato, per gli show prendono una barca di soldi, hanno budget diversi, almeno 4 o 5 volte superiori. Io quando torno dalla Germania, salgo sull’aereo e mi deprimo».

Ascoltando il flusso di coscienza di Guè sulle sue avventure oltre il confine, mi rendo conto però che c’era una cosa che avevo dato per scontata. Capisco che il suo amore verso il genere è davvero reale, quasi tangibile, quando ci dice che a lui, di essere internazionale, non gliene frega un cazzo. Mi viene spontaneo chiedermi perché, perché seminare così tanto? Perché andare a fare le sessioni all’estero? Perché mettere Jadakiss e Rick Ross nell’ultimo disco se l’obiettivo non è imporsi sul mercato come il rapper europeo più forte? La risposta la trovo in una frase: art for art’s sake, concetto che Wilde ha coniato per liberare l’arte da ogni fine che non fosse la pura bellezza. La musica di Guè non è fatta per parlare a qualcuno, è fatta per estetica e punchline; per sé stesso e ancor prima per il bene del genere che lo ha cresciuto, l’hip hop. «Io nasco come fan del genere, l’ho studiato tantissimo e Marra è un altro come me». Non c’è niente che possa distogliere Guè dalla volontà di restare fedele a quella cultura che lo accompagna dagli anni probabilmente precedenti al ’97, quando si dava il nome de “Il Guercio” e iniziava a rappare con Dargen D’Amico. Da allora non ha mai tradito la passione. 

«I featuring servono solo se hanno un senso creativo, se tu ascolti il pezzo e dici che ci vedi bene un artista, allora ci sta. In “GVESVS” avremmo potuto mettere anche nomi più trendy e invece abbiamo preso dei kingoni, ma perché erano fatti su misura. Rick Ross in 2 giorni mi ha mandato la strofa, questo fa capire quanto era a suo agio sul beat. Solo se ha senso a livello culturale e artistico è interessante. Ci sono feat di artisti italiani veramente brutti registrati nel cesso, e costano tanto, tantissimo. Non puoi immaginare quanto.A me piace tanto viaggiare, ho viaggiato molto in Europa, ma non sono ossessionato da questa roba dell’essere internazionale. Onestamente non me ne frega niente. Sicuramente mi fa piacere sapere che se vado in Germania posso andare in studio, però non vivo di quello. Qualche volta vedo artisti giovani che mi dicono, “sai che ora mi arriva la strofa di quello o di quell’altro”, ma sinceramente sticazzi».

E c’è anche un’altra cosa che, per quanto utile, Guè non sopporta: l’utilizzo di Spotify come fosse un social per capire con quale artista conviene fare un featuring e con chi invece è meglio lasciar perdere. La legge dei numeri.

«La prima volta che andai a registrare in studio da un rapper tedesco molto famoso, un ragazzo che faceva scouting mi ha detto: “non conoscevo il rap italiano, l’ho conosciuto tramite Ghali”. Questo perché? Perché quando nel 2016 è esplosa la trap italiana è grazie a Spotify che se ne sono accorti» ed è buono, certo, ma «molte volte c’è anche la furbizia. Essendo tutto un numero, Spotify è diventato un social network. Uno vede che quello che gli ha scritto fa 20 milioni di streaming e allora accetta. Spesso sono anche paraculate, tanto ultimamente si è visto che pagando, se l’artista fa tanti streaming, lo fanno».

L’essere schietto fa parte della persona di Guè, ciò che si sente nelle cuffie lo si sente anche a pelle. Non segue la filosofia del pensare prima di parlare, Guè parla e pensa allo stesso tempo, le sue risposte sono un flusso di coscienza che si interrompe solo quando ha chiuso il cerchio dei suoi pensieri. Ha un’indole che lo spinge a intrattenere, a tenere sempre viva e calda la situazione. È qui che riconosco la sovrapposizione tra l’artista e la persona, che sia per necessità personale o per la volontà di stare sempre un passo avanti, Guè deve sempre dire la sua e gli credo quando ci dice che non è un topo da studio, che non ha bisogno di stare 8 ore davanti al microfono, così come gli abbiamo creduto quando ci ha detto che le tracce di “Fastlife 4” erano registrate one take. Il motivo adesso mi è chiaro. La sicurezza di cui gode Cosimo è quello che Shablo definisce “il lusso della lunga carriera” e che si spiega nella fermezza con cui Guè affronta il suo lavoro, se questo è il termine giusto per descriverlo.

«Mi rendo conto dei miei limiti, ma so di essere forte nel mio genere e mi piace essere una sorta di cult nel mio piccolo. Per questo, anche se ho tante influenze e sfocio spesso in tanti generi, non mi vedi mai fare il pezzo che gli altri vogliono, perché non ne ho bisogno. Non ho bisogno di essere accettato in questo tipo di mainstream, in questo tipo di salotto culturale, dall’attore alternativo, dallo chef di stocazzo. Ed è bello raggiungere quello che hanno gli altri, quello status, senza quel tipo di background, di contorno. Ma non vuol dire che sono più bravo, attenzione, a me piacciono un sacco di artisti italiani main, però è una bella sensazione, ti senti libero, no?»

Mentre la ragazza alle sue spalle continua a pettinare e a raccogliergli i capelli, mi rendo conto di quanto libertà e identità corrano su binari paralleli, e di quanto queste siano importanti per quanto dicevamo poco prima riguardo la fedeltà al genere. Shablo fa giustamente notare che il modo estremo di essere di Guè ha funzionato perché è stato mantenuto costante nel tempo, non è mai cambiato, ed è quando tale identità si è imposta come consolidata che Cosimo ha potuto godere della libertà che voleva. «È una cosa che mi sono guadagnato sul campo di battaglia, il fatto di poter essere fuori dal normale. Dicono che “io posso”, posso fare e dire quello che voglio e mi viene anche perdonato». Ma poi, che significa normale? Cos’è per Guè la normalità? Quando Shablo lancia questa domanda, Guè non risponde subito, stavolta si ferma a pensare. “La normalità per me è vivere nell’arte, nella musica, senza voler risuonare troppo altisonante. Professionalmente sono nella musica da 10 anni, culturalmente da più di 20, e non solo nella cultura urbana, street, io mi appassiono a tutto ciò che ci ruota attorno». Se per l’italiano medio la normalità si riassume nell’avere un lavoro, una casa, una famiglia e un cane, per Guè è tutto l’opposto. Un opposto che però ha messo al mondo un figlio. 

Cosimo è tranquillo a parlare di Celine, la sua bambina. Qualche giorno prima sul set dello shooting ci aveva raccontato di quanto fosse piccola, «ogni volta che la prendo in braccio piange, sente la malvagità dalle mie mani», aveva detto ridendo mentre ci portavamo a casa gli scatti più belli. Eppure nei suoi brani non ha mai accennato a un tema così personale come quello della paternità, l’unica volta che lo ha fatto è stato in “Immortale”, dove ha parlato di un’interruzione volontaria di gravidanza, quello stesso brano in cui affronta il suo tormento dell’essere immortale, appunto. E se da una parte è proprio l’arte a renderci tali, la famiglia non è forse un’altra faccia della stessa medaglia?

«Ognuno ha la sua cultura, la sua educazione. In Italia c’è molto questa cosa dell’onorare il padre e la madre, maio onoro chi mi pare. Non mi interessa la famiglia intesa come valore italiano, che poi tanto vanno tutti a puttane, nessuno che conosco è fedele alla famiglia, è tutta una finta e a me non interessa rappresentare questa cosa, o dire che le cose devono essere fatte in un certo modo. Soprattutto in un momento di buonismo esagerato come questo, sono tutti buoni, tutti corretti. Conosco gente che fa una famiglia per i sensi di colpa, perché pensa di migliorarsi e poi non si migliora mai. Io sono padre da pochissimo, non so dire ancora che sensazione provo e che cosa rappresenta questa cosa per me, però capisci, io credo nei miei valori, sono cresciuto con le mie idee. Tutti vogliono sembrare buoni, ma in realtà sono delle merde. Sono nel game da tanti anni, conosco tutti e ti assicuro che non sono così. Poi chi dice chi è una brava persona e chi non lo è? Non so come dirti, è troppo soggettiva la cosa».

Nel rap Guè non è l’unico ad essersi trovato in mezzo a certe dinamiche. Quando fu un personaggio come Ice Cube a diventare padre, gli chiesero come l’avrebbe affrontata e se il suo modo di fare musica sarebbe cambiato, lui disse che no, mai avrebbe nascosto la sua realtà al figlio, né il suo essere né il suo stile.

«Quando mi sono innamorato del genere, mi sono innamorato proprio della parola. È una cosa molto seria, molto nobile, è una forma di poesia moderna unita a tutto l’immaginario che ne consegue, l’underworld in cui mi sono buttato. Io non venivo necessariamente da quel mondo lì, ma talmente mi è piaciuto che mi ci sono tuffato a piè pari e sono diventato molto più credibile di altri. Questo è il mio modo di intendere l’hip hop. Non è che il figlio di Scorsese chiede al padre perché ha fatto un film in cui si ammazzano tutti; è un racconto, tra l’altro fatto in un certo modo, è articolato, ci sono le figure retoriche, c’è un immaginario, un dipingere delle immagini, e tutto il mondo. Se capisci bene, altrimenti cazzi tuoi».

Se il rap è una fotografia di quello che si è, che cambia nel tempo pur restando fedele all’artista, è probabile che quella di Guè, dal momento che adesso nella sua vita c’è un’anima in più, tenderà a mutare in modo impercettibile, o magari no. Ma sicuramente non adesso. Intanto siamo arrivati alla fine. I capelli di Guè ora sono raccolti in due alte trecce che gli scendono lungo gli zigomi pronunciati, un’estetica che rimanda dritto al 2009, alle origini che Guè non ha intenzione di lasciar andare e se è vero che il diavolo sta nei dettagli, non è certo una scelta casuale. Un cerchio che si chiude in attesa dell’inizio di chissà che cosa. Nella dialettica giornalistica c’è un modo di dire che non mi è mai piaciuto, quando esce un disco si dice spesso che “l’ultima fatica” dell’artista è stata pubblicata. Per Guè fare rap non è una fatica, è una passeggiata «sono uno studente dell’hip hop io, quando entro in studio vado e colpisco», ci ha detto a un certo punto. Guè non deve correre, non deve sottostare ai meccanismi del mercato, non deve cambiare perché è così che gli viene naturale, come se fosse normale.