Come si progetta un prodotto Ikea? Intervista a Gio Tirotto

Il mondo del design è tanto affascinante quanto ampio e, quindi, misterioso. Per gli addetti ai lavori è ordinaria amministrazione, ma per il pubblico si tratta di un settore difficile da definire in maniera precisa. Infatti, che si parli di lampade e poltrone iconiche o prodotti di usi quotidiano, tutti abbiamo avuto a che fare con prodotti di design, ma ciò che si nasconde dietro alla loro creazione è poco conosciuto: un processo in bilico tra arte, ingegneria e antropologia

Anche se gli approcci e le filosofie variano a seconda della nicchia che si osserva, c’è un traguardo che può essere considerato l’apice della carriera di ogni designer, un momento che rappresenta il massimo dell’espressione della propria visione, per molteplici motivi: disegnare un prodotto per Ikea. Vedere il proprio prodotto distribuito in 471 punti vendita in 63 paesi, infatti, non è un privilegio riservato a tutti, ma a Gio Tirotto sì. Designer e art director formatosi al Politecnico di Milano, Gio è il primo italiano a cui Ikea ha affidato la progettazione di una sedia, il secondo in generale se si considera Vico Magistretti e la sua lampada Telegono, progettata nel 1966 per Artemide e inserita nel 1970 nel catalogo del colosso svedese. 

Il risultato è ENSHOLM, una sedia progettata per l’esterno e assemblabile grazie solamente a dieci viti a brugola. Il nome si ispira a un’isola svedese, ma il prodotto, disponibile in un’unica colorazione in acciaio verniciato verde, è tanto semplice nell’aspetto quanto complesso nella progettazione. L’utilizzo di soli due materiali, metallo e tessuto, è la chiave che ha permesso di mantenere un design pulito ed essenziale, ma anche una struttura, caratterizzata da un tessuto reticolare plastico che ricopre la seduta e lo schienale, che sorregge il peso della persona senza deformarsi. Ma come si arriva a collaborare con la più grande azienda di arredamento del mondo?

Ce lo ha spiegato direttamente Gio Tirotto, raccontandoci da dove è partito ma soprattutto dove è arrivato, grazie a una filosofia che fa della semplicità e della multidisciplinarità il suo punto di forza.

Per un designer, realizzare un prodotto per Ikea è un risultato particolarmente importante. Tu non solo l’hai fatto, ma sei anche il primo italiano a cui l’azienda ha affidato la progettazione di una sedia. 

Per me questo è stato veramente IL sogno, perché sembra sempre tutto così lontano e passi una vita a pensare “vabbè è impossibile”. Poi però ci provi, riesci a usare le parole o le immagini giuste e succede. Mi arrivano spesso portfolio di studenti e suggerisco sempre di pensare a cosa si vuole mandare, a cosa ti rispecchia di più e a cosa potrebbe avere più senso per chi hai di fronte. E questa è stata la chiave anche per me per riuscire a creare un dialogo: non c’è una ricetta precisa, è una cosa che ho sempre fatto. Questa volta però l’ho fatto con loro, ed è andata in porto.

Qual è stato il percorso che ti ha permesso di arrivare fino a questo traguardo?

A 19 anni dovevo scegliere l’università e nella mia testa pensavo di voler fare architettura solo perché sapevo disegnare. Un giorno, mentre stavo lavando la mia bicicletta, un amico che stava già studiando ingegneria al Politecnico mi suggerì di fare design. Io non avevo la minima idea di cosa fosse e lui mi disse: “l’architetto fa le case, il designer fa le cose”. Questa frase mi folgorò, sentii una soluzione dentro la parola “design” che “architettura” non mi dava. E così, tra vivere l’università, lavorare durante gli studi e poi fare le prime esperienze, passai 12 anni della mia vita a Milano.

Dopo un periodo di modelli e praticantato in uno studio di architettura, iniziai a lavorare con Diego Grandi, il mio primo maestro. Diego mi insegnò come pensare e capire il design, e non solo a fare gli esami o i laboratori. Pensarlo anche nei momenti di pausa, in modo più filosofico, e soprattutto capire Milano: mettendo insieme la città e il design, cominciai a sentirmi nel posto in cui dovevo essere. Solo in un secondo momento cominciai invece a sentire il bisogno di lavorare su più cose differenti e decisi quindi di aprire il mio studio. Iniziai quindi con i concorsi, poi con i primi clienti e così in modo naturale ho cominciato a fare solo il mio. 

Scorrendo tra gli altri tuoi tantissimi lavori, si può notare che spaziano da lampade a saracinesche, da prodotti diffusi in grande scala a installazioni specifiche. Cosa lega tutti questi progetti? Qual è la tua filosofia nel design?

Il progetto con Ikea rappresenta molto bene il mio modo di pensare perché è qualcosa che tutti possono acquistare, l’etica alla base del design industriale. In generale, però, la mia metodologia è quella di non specializzarmi perché per il mio modo di vedere sarebbe troppo riduttivo: un linguaggio artistico deve funzionare in qualsiasi progetto. Forse, non facendo sedie o lampade e basta, non ho sviluppato uno stile preciso e riconoscibile, ma il mio obiettivo è solamente risolvere la forma partendo dall’aspetto funzionale. Qualsiasi produzione e qualsiasi tecnologia per me va bene. Mi possono chiedere di disegnare un bicchiere come una nave, un allestimento temporaneo quanto pezzi in edizione limitata in modo artigianale: l’atteggiamento rimane sempre lo stesso. 

Il design nasce nell’industria, un meccanismo di relazioni e non un meccanismo e basta. Infatti, quando si va in un’azienda ci sono persone che conoscono quelle macchine da vent’anni e tutto quello che accade nel prodotto è il risultato di come si evolve il dialogo con queste figure. Non si può pensare che il design sia un disegno che viene appoggiato lì e basta. Questo, almeno a me, non funziona e non mi è mai successo: se disegnassi una cosa e il risultato finale fosse esattamente uguale, sarei un genio. Quasi irreale forse. 

Proprio questi meccanismi che sono dietro al mondo del design e della progettazione industriale sono sconosciuti a tanti. Ancora più “misteriosi” se in riferimento al mondo Ikea, un’azienda con presenza mondiale. Come si è evoluto il rapporto?

Come ti dicevo all’inizio, non è stato di nulla di assurdo. Si è trattato più che altro di un dialogo che ho provato a instaurare. Ovviamente, però, non ho proposto un progetto a Ikea appena uscito dall’università perché non mi sentivo di certo in grado: ho avuto bisogno di un po’ di anni per capire come fare ma anche per avere effettivamente qualcosa da dire. Il mio approccio è stato semplice: “sono un designer, sono un professionista, ho questa idea, cosa ne pensate?”. Se dall’altra parte c’è qualcuno che ti risponde, è fatta, ma non c’entra la grandezza dell’azienda, a me tuttora arrivano molti no.  

Il risultato di questa collaborazione è ENSHOLM. Qual è l’ispirazione dietro alla sedia e quali sono le sue caratteristiche?

Il “democratic design” è la filosofia alla base di Ikea da sempre quindi anche ENSHOLM nasce come un prodotto progettato nel miglior modo per arrivare al miglior prezzo: tutti devono poter acquistarlo. Altri due elementi molto importanti che caratterizzano sia la sedia sia l’approccio di Ikea sono il “flat pack”, quindi il packaging più sottile e piccolo possibile, e, infine, la sostenibilità. Mettendo insieme queste tre cose, l’idea che vede il consumatore è anche quella che tiene le redini di tutto il percorso: due materiali completamente disassemblabili e divisibili tra di loro. Per arrivare a questo risultato siamo passati per il tema della tensostruttura, il quale si è rivelato il motivo del successo di ENSHOLM. Questo approccio, infatti, ci ha permesso di mantenere una bella forma, iconica e riconoscibile subito come “sedia”, facendo sì che la mente dell’utente l’accolga facilmente. Molto spesso, infatti, i design nuovi e innovativi hanno un gap di forma, perché si tratta di silhouette che non sono ancora state viste e quindi non sono convincenti: creano attrito all’impulso. Questa invece la guardi e pensi “sedia”. È un design pulito, molto italiano e che ricorda il design degli anni ’50 e ’60: proprio questa silhouette, mettendola dentro a dei “sacchetti” di rete, crea la possibilità di rimanere carina ma avere anche la forza di sorreggere un corpo. 

Come hai appena detto, hai dovuto mixare l’aspetto funzionale, quello estetico ma anche quello della sostenibilità. C’è un lato di questi tre che più ti ha condizionato durante lo sviluppo? Sei dovuto scendere a compromessi con uno dei tre per ottenere il risultato finale?

Il team di Ikea è molto bravo a capire fin da subito dove vuoi arrivare, quindi non ci siamo mai trovati in situazioni in cui la soluzione del problema avrebbe snaturato completamente il primo schizzo, proprio perché secondo loro già quel primo schizzo funzionava. Riuscire a stare in quella forma con i limiti produttivi era l’obiettivo: se l’avessimo snaturata, il progetto avrebbe completamente perso di senso. Nei primi prototipi, però, le curvature della silhouette non erano come volevamo e neanche così scontate da risolvere, ma essendo tutti d’accordo sul fatto di doverle migliorare, ci abbiamo lavorato. Tutto il processo è stato molto bello, non particolarmente complesso: non c’è mai stato un “combattimento” di intese.

Da spettatori e consumatori, siamo abituati a vedere i prodotti finiti ma il processo che porta alla loro definizione non è così noto. Nel caso di Ikea, quali sono stati gli step che hanno permesso di arrivare a vedere il prodotto finito nei negozi? Ci sono stati dei riscontri o delle dinamiche che solo con loro hai vissuto? 

La cosa più interessante e “assurda” che ho riscontrato lavorando con Ikea è che, essendo così grandi, hanno una potenza di fuoco incredibile. Per quanto riguarda i tessuti, per esempio, la maggior parte della aziende del mondo deve affidarsi a un produttore esterno, con la conseguenza di doversi basare su quello che si trova e cercare di trovare la quadra migliore per far funzionare il prodotto come vorresti. Da Ikea, invece, si producono loro stessi il tessuto perché hanno un’azienda apposita, e questo mi ha permesso di dover semplicemente spiegare di che caratteristiche avevo bisogno e dove volevo arrivare: loro mi hanno prodotto tutto il necessario.  

Dall’altro lato, invece, ci sono stati tantissimi aspetti di cui abbiamo dovuto tener conto, come il peso o lo spessore della confezione per calcolare quante unità sarebbero state in una spedizione, in modo da avere il minor impatto possibile. Nonostante la sfida, questo mi ha permesso di lavorare in modo diverso anche sulla scelta del packaging: un film leggerissimo di plastica, sufficiente a non farla graffiare, che è si è rivelato essere più sostenibile di una scatola di cartone tradizionale. Una scatola semplice, con le scanalature per i vari pezzi, è sicuramente più bella e più impattante per il cliente, ma per Ikea il rapporto prodotto-packaging era meno sostenibile. Infatti, per noi il cartone è una cosa naturale, ma il processo per produrlo è molto più dispendioso in termini di energie e di impatto ambientale rispetto a un film di plastica. Una scelta molto diversa dalla mia normalità perché solitamente il concetto di “scatola” diventa parte del prodotto stesso durante la vendita ed è quindi intoccabile. Nella realtà dei fatti, per Ikea la democraticità e la sostenibilità sono così importanti che l’unica cosa che conta è la soluzione migliore. E così si incentiva anche il pubblico: il lusso non è più quello dell’abbondanza, ma dell’intelligenza.  

Una volta hai dichiarato che il tuo obiettivo in ogni progetto è “la costruzione di un messaggio, che possa essere etico, politico o ironico… non ha importanza quale, ma non deve mai mancare”. In ENSHOLM, qual è il messaggio?

Sicuramente il fatto che si tratti di un prodotto che costa poco, è per tutti ed è pure sostenibile è favoloso: tengo molto a questo progetto proprio perché è completo sotto tutti i punti di vista. Ma un elemento che per me è centrale è che tutti dovranno montarla. Sembra scontato, ormai non se ne parla neanche più, ma si tratta di un momento in cui chi ha preso l’oggetto capisce perfettamente com’è fatto. Non basta comprarlo e appoggiarlo in un angolo, devi per forza dedicargli del tempo e qualcuno, in giro per il mondo, in questo momento sta approcciando il prodotto e sta capendo com’è fatto. 

Probabilmente molti non daranno minimamente peso a questa cosa, ma altri sicuramente penseranno “cavolo, guarda come l’hanno curvata qui” e il design è anche questo: portare alle persone un momento di comprensione. Qualcuno da questo momento imparerà qualcosa, anche solamente come usare una brugola. Sembra scontato, ma Enzo Mari per esempio scrisse “25 modi per piantare un chiodo” per sottolineare l’importanza dell’autoprogettazione. Arrivare alla minima spesa possibile per qualcosa che tutti potevano montare, però, non era il discorso principale: la parte più interessante era che ognuno, alla fine, costruiva quelle sedie a modo proprio e da qualche parte ce ne saranno alcune montate male, diventando lo specchio della persona.

Uno stereotipo del mondo del design, infatti, è che si tratta solamente di oggetti e prodotti assurdi, estremamente costosi o poco accessibili, quindi distaccati dalla realtà. Dall’altra parte, Ikea è spesso associata a un un prodotto “basso”. Qual è invece l’impatto che un prodotto che si posiziona a metà deve avere nelle persone? 

Il prodotto che costa poco di Ikea è tale perché hanno lavorato per decenni sulla produzione e sulla distribuzione, ma la qualità che ha è molto alta. La mia sedia è semplice e utilizza solamente due materiali, ma è fatta a regola d’arte: non è prodotta male, non è leggera e solo prendendola in mano si può percepire che non si tratta di un oggetto “traballante”. L’unica differenza sono i numeri, e questo permette di avere dei prezzi più bassi. 

Quando iniziai a lavorare, per crearmi un portfolio ed essere riconoscibile, collaboravo solo su prodotti artigianali con gallerie di design che producevano solo piccole quantità in edizione limitata per avere un tasso di rischio minore, ma mi sembrava assurdo disegnare cose che poi non mi potevo permettere. Lo fai perché ami il tuo lavoro e perché vuoi avere dei pezzi che dimostrino quello che sai fare, dall’altra parte però sono prodotti che vanno sul mercato ma non ti rispecchiano completamente, perché non rappresentano il tuo standard di vita. Solo successivamente ho capito che, per me, quello non è design perché la realtà è un’altra: si tratta di un mercato di lusso, con una ricerca e una filosofia completamente diversa. Per me, l’importante è fare dei prodotti che abbiano un senso e, se non si può puntare sul prezzo o sulla funzione, che si punti almeno sulla sperimentazione o sulla durabilità. Molti prodotti mi annoiano perché ti accendono per pochi secondi e poi sono già vecchi: sono legati alla moda, al tempo, hanno i colori giusti o la forma che ricorda qualcosa ma non lo sono. 

Il potere di ENSHOLM è proprio quello di essere un prodotto apparentemente semplice, che puoi avere in casa, ma che comunque “nasconde” un approccio con tanto pensiero e anche tanta tecnica… 

Una delle cose più importanti per me è trasmettere alle persone “comuni” che anche questi progetti sono in realtà molto complessi. La gente si abitua, erroneamente, a pensare che solamente ciò che appare come assurdo o fuori dagli schemi sia difficile da realizzare, e di conseguenza bello. Non c’è bisogno di impiegare 30 mesi, decine di migliaia di euro di materiali e 30 persone per rendere un prodotto “di valore”. Il valore non è dato dalla quantità di questi elementi, ma dalla qualità per centimetro quadro.

Con questo progetto, si può dire che hai avuto un ruolo importante nell’esportare il design italiano nel mondo. C’è qualcosa che ancora sogni di progettare o qualche azienda con cui sogni di lavorare? 

Sicuramente uno dei miei obiettivi è quello di conformare il mio metodo di lavoro, avere una solidità già all’inizio di ogni progetto e avere quindi la capacità di instaurare subito un dialogo riguardo a dove si sta andando. Quando si parte per un viaggio con altre persone, i primi giorni si passano a capire con chi sei, se invece si parte con qualcuno di cui ci si fida si è avvantaggiati. 

Ci sono poi anche tante aziende con cui mi piacerebbe lavorare. Negli anni ho sviluppato diverse lampade quindi vorrei collaborare con aziende italiane iconiche, come Flos e Kartell, che hanno uno stile indubbiamente molto simile al mio ma delle tecnologie potentissime che mi permetterebbero di scoprire approcci nuovi. In generale, però, voglio solamente continuare a fare prodotti che abbiano coerenza: troppa precisione e troppa ambizione mi fanno paura. 

A livello di filosofia del design, invece, quali sono le sfide che un designer deve affrontare oggi e nel futuro?

Non c’è alcun dubbio: l’attenzione nell’essere migliorativi riguardo alla sostenibilità. So che è difficile perché all’inizio può comportare un aumento dei prezzi o incidere sulla forma, rischiando di vendere meno. Ma prima si fa, prima si impara a farlo e prima si diventa bravi a farlo.