Fashion

Con i Timberland boot non è stato amore a prima vista

Articolo di

Claudio Pavesi

Nessuno discute la forza comunicativa e culturale dell’hip-hop fin dalle sue origini, ma sarebbe sbagliato non creare una distinzione tra l’impatto che questo genere ha sviluppato negli U.S.A. e nel resto del mondo. C’era una volta, nemmeno così remota peraltro, in cui il rap era un genere ostracizzato al di fuori del mondo americano, un tempo in cui non era altro se non una nicchia per wannabe americani. I tempi sono cambiati: l’hip hop non è solo un genere che, in quasi tutto il mondo, va in radio e riempie gli stadi, ma anche lo stile che ne deriva è finalmente compreso e accettato. La celebrazione di tutto questo ragionamento è la partnership tra Timberland e Louis Vuitton, rappresentante una celebrazione dell’iconico boot.

Il Timberland boot è nato nel 1973 come “construction boot”, praticamente una scarpa antinfortunistica quindi. Col tempo, lo stivale Timberland è diventato un simbolo di New York, ma i primi ad abbracciarlo sono stati gli spacciatori, innamorati del mix tra comfort e resistenza che la scarpa aveva per le loro attività. Timberland era talmente consapevole di questo pubblico che per un periodo smise di vendere il prodotto a New York, ma gli spacciatori locali erano talmente appassionati da guidare fino ad altri Stati per recuperare il loro paio. 

Con l’esplosione del rap, gli artisti del genere, peraltro provenienti da ambienti legati al crimine di spaccio, avevano anch’essi utilizzato il Timberland boot come proprio simbolo, portandolo all’occhio anche di chi, questo genere, lo ascoltava e lo amava.

Certo, in America (e più ancora a New York), la comprensione di questa fenomenologia estetica era chiara dal punto di vista storico e culturale fin dal primo momento, ma nel resto del mondo no. Come ogni millenial può testimoniare, ascoltare rap e vestirsi come i propri idoli in un determinato periodo storico era il mezzo perfetto per venire riconosciuti, isolati e insultati. Col senno di poi, era facile capire il motivo: il rap era una nicchia, parlava di esperienze diverse, non per forza facili da comprendere per un pubblico europeo, spesso provinciale e bianco. Il mondo hip hop e la sua estetica era ancora più difficile da comprendere per chi veniva da una classe privilegiata o da un ambiente di lusso: furono i rappresentanti dello champagne Cristal, da sempre amato e citato dai rapper, a dire che il pubblico dell’hip hop non era il più benvenuto per l’azienda, nonostante facesse fare ottimi introiti. Al punto che Jay-Z stesso disse che il Cristal era “bandito dal mondo del rap”, oltre che dal suo locale.

Ecco, la situazione è cambiata. Il rap è il genere più nazionalpopolare che ci sia in tante nazioni nel mondo e l’estetica è sempre più completa. Vestirsi come i rapper non vuol dire essere emarginati a scuola, parlarne con amici, conoscenti e parenti non equivale a parlare una lingua sconosciuta. Questo non solo perché ora il genere vende, ma anche perché è maturato col tempo, è invecchiato. Sono cresciuti gli ascoltatori che, a loro volta, hanno educato nuove generazioni di appassionati.

E finalmente siamo arrivati qui, alla collaborazione tra Timberland e Louis Vuitton. Ma cosa c’entra con il rap? C’entra eccome perché il direttore creativo della maison è Pharrell Williams, una persona che non solo ha vissuto i primi momenti del mondo hip hop da protagonista, ma che ha aiutato a portare questa cultura nel mondo grazie al proprio estro creativo, particolarmente trasversale. Il fatto che la maison di lusso per antonomasia abbia onorato questo particolare prodotto semplicemente con l’applicazione di un monogram, senza quindi alterarlo o snaturarlo, equivale a porre la corona sul mondo hip hop, un sinonimo di accettazione che va in antitesi con ciò che Cristal aveva pronunciato in passato. Ecco, se la collaborazione tra Louis Vuitton e Supreme aveva sancito il momento in cui il lusso aveva aperto le braccia al tanto (fino a quel momento) osteggiato streetwear, ora è quella tra Timberland e la medesima casa francese a dire che l’hip hop è per tutti, comprensibile per qualsiasi tipo di pubblico, di qualsiasi background etnico o sociale.