Cosa significa creare al giorno d’oggi? Ce lo spiega Sean Wotherspoon

Articolo di

Andrea Mascia

Foto di

Michele Perna

Il termine “creativo” è uno di quelli dai confini un po’ labili, il cui significato è portato avanti da chi è fortemente convinto di poter interpretarlo liberamente. È un termine che muta anche in base ai periodi storici e agli ambiti di utilizzo. Nel mondo delle sneakers, dell’abbigliamento e più generalmente della moda, Sean Wotherspoon ci dà quotidianamente un assaggio di cosa significa creare nel ventunesimo secolo. Per intenderci, se Sean fosse catapultato a fine Ottocento non sarebbe assolutamente un reazionario del movimento Arts and Crafts. Non disprezzerebbe, come William Morris, il miscuglio confuso di stili rappresentati dalla produzione industriale. Sean Wotherspoon è entrato da protagonista nel mondo della produzione industriale e sa come essere di ispirazione per le generazioni a venire.

Marzo 2017 è stata la prima volta in cui ho letto il nome “Sean Wotherspoon”. Più specificatamente era il 25esimo giorno di quel mese, data in cui, sul sito di un arcinoto brand, venne annunciato il vincitore del contest “Revolutionairs”, che consentiva a creativi di tutto il mondo di creare una sneaker attraverso un design innovativo usando componenti e modelli appartenenti agli infiniti archivi dell’azienda. Tra le innumerevoli proposte azzardate di creativi del calibro di Tianzhuo Chen, Venus X e Shangguan Zhe, vinse l’Air Max 1/97 realizzata proprio da Sean. Fu amore a prima vista. Ho sognato sin dal primo momento di indossare quella scarpa caratterizzata da un paneling a costine di velluto multicolore. La scarpa debuttò l’anno successivo e, nonostante le numerose richieste e la scarsa disponibilità in termini quantitativi del modello, riuscii lo stesso ad accaparrarmela. Da quel giorno, la mia missione fu quella di vedere come il passare del tempo e le condizioni atmosferiche avrebbero modificato quella tomaia colorata che avrei indossato per i prossimi quattro anni (e per molti altri ancora).

Quelle costine di velluto sono oggi sbiadite e sfilacciate, hanno cambiato aspetto, e metaforicamente, anche la figura di Sean Wotherspoon – pur rimanendo fedele alla sua natura – è cambiata, ambientandosi nel caotico cosmo delle produzioni di massa dei brand leader di sportswear. Finalmente la mia più grande curiosità di provare a capire il percorso del talento di Los Angeles può trovare le sue risposte.

Seduti a un tavolino di un bar di Milano, inizio subito la conversazione chiedendogli cosa significhi, secondo lui, essere riconosciuto come “creativo” al giorno d’oggi.

Sean Wotherspoon: «Essere un creativo significa essere liberi. In primis, venendo riconosciuto come tale, ho un potere, che cerco di sfruttare per creare una strada. È una risposta un po’ di difficile interpretazione, quindi mi spiego: quello che ogni creativo dovrebbe fare è creare un percorso, spalancare le porte per il prossimo, fare da portavoce comunicando messaggi attraverso le proprie creazioni, quindi, conseguentemente, creare opportunità anche per altre persone come te. Ma non significa solo questo. Essere un creativo contemporaneo vuol dire anche avere il coraggio di tramutare la propria creatività in un “veicolo”. Mi vengono tante idee, tutti i giorni, anche in questo momento. Non riesco mai a placare la mia immaginazione. Ad esempio, sulle mie sneakers c’è l’espressione di come vedo il mondo, quello che mi circonda e quello verso cui provo un’immensa fascinazione. Colori, forme, li unisco tutti su una scarpa perché è ciò che mi piace realmente».

Queste parole sono un mantra per Wotherspoon. Abbiamo percorso un viale alberato prima di sederci e Sean, mentre camminava all’interno delle nuove Gazelle realizzate in collaborazione con adidas, non ha smesso un secondo di ruotare la sua testa a 360 gradi per osservare i colori e le forme delle abitazioni che lo circondavano. Lo capisco, siamo in Via Lincoln. Ma c’è di più da sapere sulla sua figura. Gli racconto come, almeno qui in Italia, ogni qualvolta i ragazzi provano a domandarsi chi sia Sean Wotherspoon, la risposta viene sempre un po’ difficoltosa. Ed è qui che mi interrompe.

Sean Wotherspoon: «Non lo so neanche io!»

È questa la sua forza, non essere ascritto all’interno di una categoria, e ciò gli permette di essere appetibile a chi si accorge della sua intrinseca capacità di comunicatore.

Sean Wotherspoon: «La cosa più interessante è che, per molte persone, la mia forza è proprio quella di non essere considerato un designer appartenente a una determinata categoria di oggetti o capi d’abbigliamento. Quando mi chiedono se sono un designer, un artista, un collezionista o un reseller, rispondo dicendo che tutte queste sfaccettature contribuiscono alla definizione di Sean Wotherspoon. Mi sento estremamente fiero di ciò perché non sto recitando un ruolo, sono semplicemente me stesso».

Sean si diverte, e questo è esattamente ciò che traspare anche dal suo profilo Instagram: una biografia digitale che narra di un ragazzo con un carattere estremamente giocoso che non segue un copione già scritto.

Sean Wotherspoon: «Proprio per questo motivo non sono più concentrato unicamente sull’attività di imprenditore nei miei store targati Round Two (locati a Chicago, New York e Los Angeles, ndr.). Sto accantonando parzialmente la mia attività da reseller, non mi interessa moltissimo al momento continuare a fare compravendita di pezzi di brand come Bape e Supreme, voglio lavorare su Round Two inteso come brand. Ovviamente sono e sarò sempre un amante dell’abbigliamento vintage, di tutto ciò che riguarda articoli di seconda mano e delle storie che essi hanno da raccontare».

Le radici per Sean sono importanti. Il suo retaggio si basa fortemente sul mondo del vintage, dalle sensazioni che un pezzo d’abbigliamento posseduto precedentemente da altre persone è in grado di evocare. Eppure, un ambito tanto puro e apparentemente incontaminato come il second-hand, nella vita di Sean è riuscito a diventare – nei limiti del possibile – un tutt’uno con le dinamiche dell’industria moderna.

Sean Wotherspoon: «C’è molto in comune tra il second-hand e i nuovi prodotti che disegno. Amo follemente il vintage e voglio continuare a parlarne, ogni giorno. La maglietta che indosso in questo momento ha dei segni di usura nella zona del collo e una stampa sbiadita, voglio riprodurre gli stessi dettagli anche sulle scarpe che creo e che indosso. Mi piace il velluto perché si rovina, ed è sempre bellissimo quando accade. In più, come dicevo prima in merito alla definizione di creativo, adoro quando altri brand o altri designer cercano di raccontare le stesse cose che racconto io. Ho apprezzato tantissimo le idee di Balenciaga nel corso degli ultimi anni: l’attenzione al fit, alle grafiche, c’è moltissima ispirazione dal mondo del vintage. Per lo stesso motivo, sono un grande fan anche del recentissimo lavoro di Gucci, specialmente nella collaborazione con adidas, perché è la dimostrazione di come il vintage sia duro a morire. Oggi possiamo anche confondere un paio di pantaloni trovati al mercatino delle pulci con uno da €1.000 firmato da marchi di alta fascia. È fantastico! Tutto ciò costruisce un immenso valore attorno al mondo del vintage, crea maggiore consapevolezza quando si entra in uno store di seconda mano. La bellezza dei pezzi d’abbigliamento vintage è che hanno quasi sempre una storia da raccontare, ed è bello creare un “effetto domino” in modo tale che anche altri brand possano riuscire a narrare storie uniche attraverso i loro capi».

L’estrema sensibilità impiegata nella risposta continua a farmi interrogare su come sia possibile che Sean Wotherspoon sia adesso uno dei main footwear designer di adidas, e mi chiedo se sia approcciato a questo mondo con un minimo di scetticismo.

Sean Wotherspoon: «Come ho detto all’inizio, uno dei compiti più importanti di un creativo è quello di creare una strada. Una strada si traccia portando avanti le proprie idee, e per portarle avanti e condividerle con un’audience più vasta possibile servono i grandi scenari. Per farmi conoscere nella maniera più rapida possibile avevo – e ho – bisogno di qualcuno o di qualcosa che me lo permetta. Se non avessi lavorato con vari brand, il mio messaggio sarebbe arrivato a molte meno persone. Senza queste partnership probabilmente ora non sarei conosciuto con nomignoli strani e al contempo significativi come “Plant-based sustainable designer” o “Upcycler”. La prima volta che ho parlato con adidas, invece, ho condiviso con loro le mie idee e la mia visione e la settimana successiva abbiamo subito lavorato a una scarpa. Usiamo materiali vegani e cerchiamo in tutti i modi di minimizzare l’impatto negativo che possono infliggere sul pianeta, andando a mettere mano anche alla costruzione dei box. Al momento, sempre insieme ad adidas, stiamo collaborando con Zellerfeld, un brand di footwear che produce sneakers grazie alla stampa 3D, lo stesso marchio che lo scorso anno ha lavorato al modello HERON01 di Heron Preston. Penso che la stampa 3D sia uno dei modi più sostenibili per produrre sneakers, dunque sono veramente fiero di essere partner di due realtà che nel breve termine potranno diventare brand leader nel mondo delle sneakers sostenibili».

Nel corso degli ultimi anni designer, brand d’abbigliamento e case di moda, hanno collaborato con marchi appartenenti ad ambiti apparentemente molto distanti. Sean Wotherspoon si inserisce perfettamente in questo filone di partnership grazie alle collaborazioni con Porsche e Piaggio.

Sean Wotherspoon: «Sono progetti che mi hanno lasciato senza parole, ho realizzato un sogno che avevo fin da giovane. Durante l’adolescenza io e i miei amici eravamo attratti da molti hobby che noi reputavamo cool. Andare in skate, le gare in BMX, la pesca, il campeggio, le automobili, sono tutti interessi che hanno contribuito a creare il me di adesso e che quindi mi permettono di sentirmi a mio agio anche in progetti che nascono dagli uffici di aziende in cui non ho mai messo piede. Sono riuscito ad “imporre” il mio modo di lavorare un po’ atipico anche in un’azienda italiana come Piaggio. Mi ricordo che ero in questo ufficio nella loro sede italiana di fronte a moltissime persone tra cui il CEO, che guardava la mia proposta in maniera molto scettica. Quello che avevo proposto, e che poi ho realizzato, era una Vespa con uno schema composto dalle colorazioni best seller del modello, ovviamente accompagnato da una sella in velluto, che come ho detto precedentemente è il mio materiale preferito. Fortunatamente, alla fine, il color blocking che mi ero immaginato è piaciuto tantissimo a tutti i dipartimenti di Piaggio.

Il progetto che mi ha visto lavorare sulla Porsche Taycan è stato molto simile: mi sono recato al loro quartier generale a Francoforte moltissime volte nel giro di pochi mesi e, esattamente come nel caso di Piaggio, all’inizio erano tutti molto diffidenti di fronte alla mia proposta. Continuavano a chiedermi qualcosa di diverso, ma io ho insistito perché mi immaginavo la livrea esattamente in quella maniera. Proprio quel progetto mi ha aiutato a non essere ricordato solamente come “il ragazzo che ha disegnato le Air Max 1/97”, ma come una persona che vuole raccontare la sua biografia attraverso i propri progetti». 

In questo ha contribuito anche la Superturf Adventure che ha realizzato con adidas, una delle tante sneakers che riesce a raccontare parte della sua storia. Quando Sean immagina una nuova scarpa, esiste un solido punto di partenza chiamato ibrido. A partire dalla sua prima creazione, quasi ogni suo progetto è una fusione tra suole e tomaie prese in prestito da modelli diversi. Secondo lui questo è il modo corretto per creare divertendosi: come se fossero dei pezzettini di Lego, Sean vuole giocare unendo pezzi d’archivio.

Sean Wotherspoon: «Ho deciso di lasciare le silhouette di adidas Samba, ZX 8000 e Superstar totalmente invariate. Per quanto riguarda le Superturf, si tratta di un ibrido perché la tomaia l’abbiamo progettata noi del team di design, ma l’outsole proviene dalla Turf Shoe. Anche la Orketro, che ho indossato molto in questi giorni in Italia, dispone dell’outsole del modello Supernova di adidas. In questo momento indosso un paio di adidas Gazelle, una delle ultime sneaker su cui ho messo mano: l’ho lasciata invariata come ho fatto con altri capisaldi dell’archivio di adidas, ma ovviamente ho optato per farle super colorate e ovviamente in velluto».

Mi sono sempre immaginato Sean come un uomo del popolo. Una persona che ci tiene a raccontare la sua storia, la propria visione, quella della sua adolescenza passata su una BMX con i suoi più cari amici. Sean mi ha anche accennato che la trappola più temibile in cui si può inciampare all’interno di questa industria è quella di pensare ossessivamente al denaro. Non si può essere un game changer se si pensa esclusivamente ai soldi.

Sean Wotherspoon: «Sono consapevole di essere un ingranaggio all’interno di un meccanismo, ma so anche di cosa c’è bisogno per apportare dei cambiamenti. Per cambiare un’industria c’è bisogno di offrire soluzioni, per questo motivo ritengo Kanye West la figura di più grande ispirazione. Ha portato nel mondo del footwear un’alternativa valida per risolvere problemi, e in molti lo stanno seguendo. Il mio obiettivo è esattamente questo, e anche se un giorno non sarò ricordato come il più grande designer di sempre, mi riempirebbe il cuore di gioia sapere di aver aiutato qualcuno ad emergere e a creare soluzioni per il mondo. Ho creato un percorso, e spero che qualcuno lo prosegua, quando ero giovane avevo in mente un milione di cose ma non sapevo come avvicinarmi ad esse perché non c’era nessuno in grado di aiutarmi. Ecco, io penso invece di aver iniziato a tracciare un percorso, ad esempio per quanto riguarda l’ecosostenibilità, e voglio che qualcuno continui su questa strada. È aiutando gli altri che si diventa game changer, anche in una grande industria».