Fashion

Dai rapper alla critica, la moda retrò di Casablanca ha conquistato tutti

Articolo di

Marco Marini

La collezione Fall/Winter 2021, presentata con un video nell’ambito della Paris Fashion Week digitale conclusasi da poco, è la summa dei codici di Casablanca, incentrata su un (immaginario) drappello di dandy che, alla fine degli anni Sessanta, si ritrovano a Montecarlo per il Gran Premio di Formula 1 e proseguono i bagordi tra casinò e palazzi nobiliari: un tripudio di grafiche vibranti, tessuti impalpabili, motivi optical, pants scampanati e altri capisaldi dell’abbigliamento dei sixties.

“Grand Prix” – questo il titolo dello show – è l’ultimo step nel percorso di crescita di un marchio che, nel giro di tre anni, ha conosciuto un’ascesa impetuosa, imponendosi tra le realtà di punta della new wave della moda contemporanea.

Il direttore artistico Charaf Tajer, d’altronde, nel 2018 non era certo un debuttante assoluto: già membro del collettivo di creativi PPP (con cui aveva co-fondato il brand street Pigalle e gestito Le Pompon, uno dei locali notturni più in vista di Parigi) nonché collaboratore di Supreme e dell’ubiquo Virgil Abloh, aveva deciso di concentrarsi su un progetto che condensasse le peculiarità stilistiche delle “sue” città, la Ville Lumière e Casablanca, appunto, luogo d’origine dei genitori.

Charaf Tajer

La griffe, in effetti, da un lato evoca già dal nome le atmosfere languide della costa marocchina, tra volumi fluenti e una palette in equilibrio tra sfumature brillanti e altre arse dal sole a picco; dall’altro, l’eleganza e spigliatezza dei capi, dal flair sartoriale, richiamano immancabilmente lo chic parigino.
Un’estetica intrisa di nostalgia e rimandi al leisurewear d’élite del passato, punteggiata da camicie vaporose, pantaloni flare, illustrazioni da cartolina, completi dalle linee allungate, texture soffici (seta, lino, velour, suède, jersey ecc.), intarsi geometrici sulla maglieria, foulard annodati al collo e altri vezzi di stile pensati, idealmente, per gli avventori dei resort più esclusivi del secolo scorso, di ritorno da una partita a tennis o una giornata sugli sci, intenti a sorseggiare un cocktail a bordo piscina.
È lo stesso Tajer a parlare di «incrocio tra comfort e raffinatezza», professando il suo amore per le hall degli alberghi, spazi in cui «tutti sono rilassati ma ben vestiti».

La collezione d’esordio della Spring/Summer 2019 viene presentata nel suo appartamento di Parigi, sperando di intercettare buyer e giornalisti di passaggio per la fashion week, cosa puntualmente avvenuta, tanto che nell’elenco dei primi rivenditori sono annoverati store di caratura internazionale come Selfridges o United Arrows.

La sfilata per la F/W seguente, organizzata nemmeno a dirlo nei saloni di un hôtel particulier, riunisce quelli che diventeranno rapidamente i best seller della label, ovvero suit pastellati (che prevedono giacche decostruite dai revers “importanti” e pantaloni sciolti), shirt dalle stampe souvenir, tute spugnose e ampi pullover, declinati in una gamma cromatica soft, con punte di colore squillanti, dal blu indaco all’arancione.

Sulle passerelle successive cambiano ovviamente le influenze (le mise da sfoggiare in una magione sul lago di Garda della F/W 2020, l’idillio della natura tropicale della S/S 2021 e così via) e pesi e consistenze degli indumenti, oltre alla tipologia degli stessi, ma rimane invariato l’appeal sprigionato dagli outfit, disinvolti ed elaborati in egual misura.
Un mix stridente solo in apparenza, che rappresenta il filo conduttore delle proposte, dai blazer – ricalcati sui tailleur perbene di Chanel – ai giubbotti trapuntati, passando per polo, tracksuit e cappotti avvolgenti come vestaglie. Tutti capi che, complici anche le forme morbide e la mano vellutata dei filati, trasmettono una sensazione di notevole comodità.

D’altra parte la chiave del successo di Casablanca risiede, con ogni probabilità, proprio nella desiderabilità di abiti e accessori immediati, accattivanti, lontani anni luce dalle creazioni lambiccate e sperimentali di certi stilisti che, pur entusiasmando la critica, risultano pressoché impossibili da replicare nella quotidianità delle persone comuni.

I giudizi degli addetti ai lavori, del resto, sono tutt’altro che negativi, come confermato dalla presenza del brand nella rosa dei finalisti del LVMH Prize 2020 (poi vinto ex aequo dagli otto nomi in lizza a causa dell’emergenza Covid), seguita da quella nella sestina dei candidati all’International Woolmark Prize che verrà assegnato quest’anno.

Quello con i retailer è però un rapporto privilegiato, che ha portato la griffe in oltre 130 tra le migliori boutique in assoluto, dal Giappone agli Stati Uniti, scandito inoltre da alcune capsule collection esclusive: la prima, nel 2019, coinvolge Maxfield, e consiste in una serie di bluse, tee e pantaloncini percorsi da grafismi floreali.
L’anno dopo, la partnership con il multibrand digitale Net-a-Porter sancisce il debutto del womenswear, caratterizzato dalle medesime note retrò e fantasie rigogliose della controparte maschile.
Lo scorso settembre, infine, è la volta dell’e-tailer 24S, per cui Tajer rivisita uno dei motivi più fortunati del marchio, ottenuto dall’accostamento ripetuto del profilo di un levriero a linee ondulate bianche e blu, posandolo su una selezione di hoodie, magliette, jeans e baseball cap.

Merita un capitolo a sé il sodalizio con New Balance, arricchitosi qualche giorno fa del terzo modello in edizione limitata, le XC-72, scarpe running dai tratti 70s, che si distinguono grazie ai contorni dilatati di para, punta e N laterale, ulteriormente enfatizzati dalle sferzate di arancio e verde, stessa combinazione cromatica delle precedenti co-lab. Queste ultime, svelate in occasione degli show F/W e S/S 2020, vertevano sulla sneaker 327, accesa per l’appunto da nuance a contrasto sulla tomaia clean.
Le collaborazioni con il designer franco-marocchino, tra l’altro, hanno contribuito all’annata eccezionale dell’azienda di Boston, fotografata dalla classifica del report Current Culture Index 2020 di StockX, in cui figura al quinto posto, con una quota di mercato sulla piattaforma aumentata di quasi tre volte rispetto al 2019.

Comincia dunque a concretizzarsi il proposito del creative director di rendere Casablanca un brand di lifestyle tout court, che nel lungo termine possa affiancare nell’empireo del lusso francese maison quali Hermès, Chanel o Saint Laurent.
Un obiettivo a dir poco temerario, ma visto il livello dei fan più noti della label – Travis Scott, J Balvin, Lil Nas X, Serge Ibaka, Kendall Jenner e Hailey Bieber, per citarne qualcuno – potrebbe essere meno illusorio di quanto sembri.

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