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Daniel Arsham presenta una nuova collezione d’arredamento

Articolo di

Alberto Bonazzi

Foto

Friedman Benda

Daniel Arsham sembra non dare un attimo di tregua alla sua fervente e prolifica creatività che, con il passare del tempo e il susseguirsi dei progetti, ci siamo abituati a vedere sempre più spesso applicata al campo del design. In aggiunta alle iconiche sculture, che ripropongono immagini della classicità ma anche della cultura pop e contemporanea reinterpretate in un’estetica archeologica e futuristica, l’eclettico creativo ha portato avanti una ricerca volta a intervenire nella vita quotidiana e a connotare un vero e proprio lifestyle. Pensiamo, per esempio, alla passione che Arsham nutre per le quattro ruote, passione che lo ha spinto a collezionare e introdurre nella sua routine numerosi esemplari di Porsche, fino a collaborare più volte con la casa automobilistica tedesca sia da un punto di vista artistico, tramite sculture, sia da un punto di vista pratico, lavorando su modelli funzionanti da guidare. A questo si aggiunge anche l’interesse per gli oggetti di cui si circonda, soprattutto dei complementi d’arredo con cui, nell’atmosfera creativa dello studio o nel privato relax domestico, interagisce quotidianamente e che ricoprono un ruolo determinante nel suo stile di vita. Dopo aver già ottenuto notevoli risultati nell’ambito progettuale con Snarkitecture, lo studio co-fondato nel 2007, con Ikea o tramite alcuni pezzi di arredamento autoprodotti, Arsham è ora tornato con un progetto tutto nuovo di furniture design che porta il nome di “Objects for living: Collection II”.

Daniel Arsham

Per essere più precisi “Objects for living: Collection II” è il titolo della mostra all’interno della quale Arsham, già dallo scorso 30 agosto e fino al 25 settembre, presenta la sua nuova collezione d’arredamento. Si tratta della prima mostra personale che l’artista tiene presso Friedman Benda, un’importante galleria newyorkese che si impegna a ricercare e mettere in evidenza i più promettenti creativi in discipline che non si riducono esclusivamente all’arte, ma spaziano anche nell’architettura e nella progettazione industriale stimolandone nuove contaminazioni. In questo caso, i 10 pezzi che compongono la collezione sono stati disposti negli ambienti della galleria come a ricreare gli scenari domestici per cui sono stati progettati, il tutto in un grande ambiente per il quale la scelta dell’allestimento è ricaduta sul “white cube”, ovvero non vi è altro oltre ai colori neutri di pavimento e pareti che fanno da sfondo basico per permettere agli oggetti in mostra di risaltare. Si potrebbe dire il contrario di quanto realizzato nel 2019, in occasione della presentazione della prima collezione di arredamento di Arsham in cui sedie, poltrone, scrivania e gli altri complementi presenti erano stati collocati all’interno della riproduzione monocromatica di una stanza della sua casa, uno dei capolavori dell’architetto modernista Norman Jaffe al quale avevamo già dedicato un articolo. In attesa che il 9 settembre si tenga l’evento di inaugurazione presso la galleria di Manhattan, andiamo a conoscere i nuovi arredi e tutto quello che vi si nasconde dietro.

Uno degli aspetti più importanti del progetto è sicuramente il processo creativo e progettuale adottato in questa occasione. Durante i lunghi e monotoni mesi di lockdown che la pandemia ha imposto globalmente, Arsham ha cercato, seppur lontano dallo studio, di tenersi attivo rendendo fruttuose le interminabili giornate passate tra le quattro mura domestiche. Trascorrere tanto tempo in casa ha inevitabilmente indirizzato i suoi interessi di ricerca verso l’arredamento, ma senza materiali a disposizioni con cui prototipare, la vera e propria progettazione sembrava non avere neanche il modo di cominciare. Niente è un limite e tutto è risorsa per l’artista che, passando molto tempo con i propri figli, trova tra i loro giocattoli il modo di plasmare le sue idee. Tutti i pezzi della collezione, infatti, sono stati modellati a partire da Play-Doh (gioco per bambini costituito da materiale plastico modellabile) e sassi raccolti dal proprio karesansui giapponese. Dopo aver assemblato modellini in scala con le forme e le proporzioni desiderate, di fatto un primo abbozzo degli oggetti poi realizzati, ne sono state effettuate delle scannerizzazioni 3D con il fine di digitalizzarli. Prima di giungere ai prodotti finiti, ovviamente, si è svolta la vera progettazione tecnica, apportando modifiche strutturali e formali affinché gli oggetti potessero essere effettivamente funzionanti e di elevata qualità. Ultimo step, infine, è stato quello della scelta di materiali e finiture dove il compensato fa da protagonista coesistendo, però, anche con resina, pietra e tessuti. Sfruttando una particolare tecnica di fresatura del compensato si sono riusciti ad ottenere i riconoscibili pattern generati dalle naturali venature del legno che, di volta in volta, vengono lasciati in vista mantenendo il color legno oppure verniciati con i pigmenti della palette cromatica adottata da Arsham anche per molti altri progetti.

Il risultato di questo singolare processo, in termini formali e visivi, si articola nell’unione di una curiosa estetica primitiva e una plasticità dalle tenui cromie: il fatto di aver realizzato linee e volumi in piccola scala attraverso l’azione delle proprie mani sul materiale modellabile, ha reso visibili tali intenzioni anche quando gli oggetti hanno subito l’ingrandimento atto a renderli funzionali all’uomo, ottenendo quindi le tracce della modellazione, piuttosto che il risultato scultoreo tipico delle sue creazioni puramente artistiche. Dal punto di vista progettuale, inoltre, Arsham ha scelto di prestare grande attenzione allo studio ergonomico degli arredi che, come lui stesso ha dichiarato, nascono per essere provati, toccati e usati. A differenza di quello che accade con le sculture, opere che prevedono un distacco con l’osservatore e una fruizione puramente visiva, seppur tridimensionale, per le sedie e divani entra in gioco la consapevolezza del progettista di rendere questi oggetti confortevoli e significanti anche attraverso il senso del tatto. Uno degli esempi più eclatanti è “Rubble Couch”, un divano dove gran parte dei volumi che compongono la struttura sono stati foderati con un materiale soffice e piacevole color panna che arriva a ricoprire anche uno dei braccioli in modo che possa fungere da cuscino una volta sdraiatisi sul divano. Uno dei pezzi più complessi e articolati è sicuramente il letto “Hatrock Bed” che Arsham ha progettato prima di tutto per sé stesso in quanto necessitava di un letto per la sua nuova casa a Brooklyn. Zone di ricarica, lampade da lettura e una comoda panca ai piedi del letto di ispirazione asiatica, sono tutti gli elementi di cui Arsham necessitava e ai quali si aggiungono vere e proprie chicche come la retroilluminazione della testiera e comodini integrati alla struttura. “Dino Dining Chair” e “Pebbles Armchair”, invece, sono sedute che racchiudono al meglio l’estetica del progetto e che sarebbe divertente, e non troppo fuori contesto, vedere utilizzate dalla famiglia dei Flintstones. Tavolo, specchio, panca e lampade completano la collezione che, anche se pensata per entrare nella vita domestica di tutti i giorni, rimane un progetto esclusivo sia per le tirature limitatissime, che per i prezzi al pubblico.

Sebbene il progetto si posizioni sul confine tra arredamento funzionale e opere scultoree, avendo poco a che fare, in realtà, con quello che possiamo definire prodotto industriale, Arsham ha comunque dato prova di una sensibilità diversa da quella necessaria per esporre opere in un museo, una sensibilità che ha avuto come oggetto d’analisi la quotidianità e il rapporto tangibile che il fruitore. Dal punto di vista stilistico, poi, l’artista ha sicuramente dato esempio della sua identità creando qualcosa di unico e fortemente caratterizzante e riconoscibile, capace di rappresentare un nuovo capitolo della sua produzione e che ci fa sperare di vedere nuovi progetti di questo tipo in un futuro non troppo lontano.