“Diva”: Don Toliver sapeva dove sarebbe arrivato ancor prima di esordire

Articolo di

Riccardo Primavera

Provate ad immaginare di essere nati nel 1994 a Houston, nel sud degli Stati Uniti. Sono anni ruggenti per il rap americano, gli anni in cui la musica di quelle zone sta riscoprendo la propria identità e si sta emancipando sempre più dal duopolio East Cost – West Coast. Insomma, anni di grande fermento artistico: tra le conseguenze nel lungo termine di quel fermento, nel 2017 arriverà “Diva” di Don Toliver, ma procediamo con ordine.

Ripartiamo da dove ci eravamo interrotti. Immaginate quindi di crescere in un ambiente musicale fervido e fertile e – quando siete poco più che adolescenti – di venire travolti in pieno dal movimento della trap, vero e proprio marchio di fabbrica del Southside. La trap ha conquistato tutto, la trap è ovunque. Passano pochi anni e, tra il 2013 e il 2014, da Houston arrivano due mixtape che segnano profondamente la scena, seguiti da un album d’esordio che è un statement dal peso specifico incredibile. Grazie a “Owl Pharaoh”, “Days Before Rodeo” e “Rodeo”, Travis Scott diventa (quasi) istantaneamente una delle stelle più luminose del panorama musicale mondiale. Voi, classe ’94, avete vent’anni scarsi: è impossibile non rimanere contagiati, è impossibile non sentire il bisogno e il desiderio di cimentarsi con la musica.

Facciamo un piccolo salto in avanti: adesso avete 23 anni e avete appena iniziato a rilasciare la vostra musica, da esordienti indipendenti. La produzione di Travis Scott è ovviamente un punto di riferimento, una fonte d’ispirazione. Immaginate ora, solo un anno dopo, di essere nel suo disco e di firmare per Cactus Jack, la sua label. Sembra incredibile, sembra la trama di un film, invece potrebbe essere quella di un documentario: la storia del ragazzino classe ’94 di Houston è infatti quella di Don Toliver.
Il giovane artista americano ha impressionato prima l’autore di “Astroworld” e poi il mondo intero, grazie a una serie di singoli e alla prestazione maiuscola in “JackBoys” – il disco corale di Cactus Jack -, finendo persino in “Music to be murderd by”, l’ultimo album di Eminem. Un climax pazzesco, che in neanche tre anni ha trasformato un emergente assoluto in uno dei talenti più apprezzati della scena USA, che si prepara – a scanso di ulteriori annullamenti – a prendere parte al prossimo tour di The Weeknd. Ma com’era Don Toliver agli inizi?

In una parola, era già musicalmente maturo. L’elemento che colpisce di più nella sua produzione è infatti l’incredibile bilanciamento tra elementi cantati e rappati, con una versatilità assoluta. Un timbro vocale unico è il suo valore aggiunto e le sue doti canore hanno già arricchito innumerevoli brani. Da solista però, le sue qualità erano evidenti già agli esordi: “Diva“, uno dei suoi singoli più famosi, esce nel dicembre del 2017 ed è già la testimonianza del talento del rapper texano. C’è tutto: un ritornello ipnotico dalla melodia impeccabile e dalle liriche catchy, delle strofe che uniscono tecnica e musicalità, una scrittura per immagini scorrevole ma evocativa. “Diva” sembra anche riuscire nella profetica missione di anticipare il suo futuro: il brano parla infatti di una donna – presumibilmente la sua compagna – dallo stile di vita lussurioso e costoso. A giudicare dal name dropping dei brand presente nel brano, uno stile di vita compatibile solo con un portafoglio piuttosto pieno.
Esattamente il tipo di portafoglio che ha qualcuno che firma con Cactus Jack e sta per partire in tour con The Weeknd. Don Toliver aka Nostradamus, insomma.

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