Il durag non è solo un oggetto

Articolo di

Greta Scarselli

Durag. Termine, simbolo, oggetto. Da qualunque lato vogliamo vederlo, in Italia ne abbiamo una concezione totalmente diversa da quella che sta oltreoceano, ed è bene iniziare questo articolo con una premessa: la storia del durag è lunga e fortemente radicata alla cultura nera, motivo per cui dobbiamo affidarci a fatti e parole di chi in questa cultura c’è nato.

Torniamo indietro al 2003, anno in cui Eminem faceva scalpore salendo sul palco dei Grammy Awards con un durag bianco a fasciargli la testa. Era lì per ritirare il premio che riconosceva “The Eminem Show” il miglior album rap di quell’anno e, durante il suo discorso, Shady fece una serie di ringraziamenti che coinvolsero i RUN DMC, Beastie Boys, LL Cool J, Rakim, Jay Z, Nas, Tupac, Biggie, Dr. Dre, gli NWA; una lunga lista di rapper di colore che non bastò, però, ad evitargli gli sguardi ostili di gran parte della comunità nera. La scelta di indossare un durag durante quella cerimonia non era passata di certo inosservata, Eminem voleva colpire nel segno, essere accettato. Dimostrare che era uno di loro, perché con loro era cresciuto, eppure per molti quel gesto aveva un solo nome: appropriazione culturale. Ma perché il durag è così legato a una cultura che non è la nostra?

Al tempo in cui Eminem salì sul quel palco, il durag era già diventato un simbolo. Significava avere una mentalità da strada, venire dal nulla ed esserne orgogliosi. Era – ed è tuttora – un simbolo di riconoscimento, somiglianza, appartenenza. Il problema sono le origini, che Eminem, per quanto cresciuto al fianco di quella cultura, non aveva.

La storia del durag inizia infatti molto prima del gangsta rap. Se noi occidentali vediamo nel durag solo il lato simbolico, per una persona di colore è anche un accessorio funzionale. Negli anni ’30, il durag era popolare tra gli afroamericani per mantenere l’acconciatura durante il sonno e ancor prima, per oltre un secolo di schiavitù, era indossato dalle donne per proteggersi dai raggi insistenti del sole. Inoltre, il durag è utilizzato anche per mantenere i capelli idratati e creare l’effetto delle cosiddette waves – una piega che i capelli di Eminem non avrebbero mai preso. ASAP Ferg ha spiegato molto bene come funziona il processo in un video: durag di seta, spazzola e creme. 

Gli anni d’oro del durag arrivarono però tra i ’90 e i 2000, quando il rap di Cam’ron, Nelly, Jay Z iniziò prepotentemente a farsi spazio. Più i loro nomi diventavano conosciuti, più il durag diventava tanto moda quanto simbolo di appartenenza. Se prima il suo utilizzo era per lo più limitato alle mura di casa, adesso era indossato per sentirsi parte di un gruppo, per mostrare un’estetica precisa e ribelle. Ma come tale, proprio negli anni in cui 50 Cent pubblicava “Get Rich Or Die Tryin’”, la NBA e la NFL introducevano un dress code che impediva l’utilizzo di determinati capi di abbigliamento, tra cui il durag. Linee guida che sapevano tanto di stretta di mano al razzismo sistematico, andando a colpire e a limitare l’estetica principalmente dei giocatori neri, peraltro la maggioranza di entrambe le federazioni sportive in causa. Fu un momento importante quello, perché per 5 anni nessuno vide più Allen Iverson con un durag a coprirgli la testa. L’idolo sportivo di tutti i rapper aveva cambiato modo di vestire, abbandonando quel segno distintivo portato con sé dal quartiere al campo da basket. 

Nel 2005 i limiti all’abbigliamento nell’NBA furono modificati, ma il rap nel frattempo era cambiato, stavamo entrando nell’epoca di Kanye West, Kid Cudi, Lil Wayne, che proprio in quell’anno usciva con “Tha Carter II” proponendo una nuova estetica: i lunghi dread che ricadevano sulle spalle. Da allora, e per diversi anni a venire, l’utilizzo del durag è rimasto silenzioso, lo si trovava sempre nei quartieri americani, certo, ma l’impatto mediatico era andato scemando. Tutto questo almeno fino al 2013, anno in cui il movimento BLM si fece avanti per la prima volta.

Lil Wayne nella cover di “Tha Carter II”

L’America è recidiva. “I can’t breathe” non sono state solo le parole di George Floyd, ma anche quelle di Eric Garner, che nel 2014 moriva anch’egli soffocato da un agente di polizia. Non è un caso se proprio in quell’anno Rihanna decise di presentarsi ai CFDA Awards con un un rhinestone durag – quindi impreziosito di pietre, diamanti nel caso di Riri – e abbinato a un trasparente abito di Adam Selman, un’apparizione che pochi oggi dimenticano. La cantante delle Barbados lo fece nuovamente nel 2016, presentandosi ai VMA con una variante in rete, mentre nel 2017 riempì di durag la sua collezione Fenty x Puma. Ancora, per la prima volta in 104 anni di storia della rivista Vogue, nel 2020 Rihanna è stata messa in posa per la copertina con una stoffa pregiata annodata sulla fronte.

Se il primo a dargli quel tocco di eleganza fu Allen Iverson nei primi anni 2000, Rihanna è riuscita a portarlo nel mondo della moda come probabilmente nessuno prima, ma non è stata l’unica. ASAP Ferg ha avuto sempre un occhio di riguardo per il suo utilizzo: nel 2017, quando le elezioni americane nominarono Donald Trump il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America, il rapper della ASAP Mob uscì con “Still Striving”, ancora in lotta, disco che in copertina mostrava le sue mani nel gesto di annodare un durag verde petrolio dietro la nuca, uno sfondo rosso acceso e la sua schiena scoperta appena visibile. Con quella cover e quel disco, ASAP Ferg sembra dirci che – ancora una volta – era il momento di dimostrare ai bianchi quello che i neri sapevano fare, rimboccarsi di nuovo le maniche e portare in alto la black excellence.

ASAP Ferg nella cover di “Still Striving”

Negli ultimi quattro anni in molti hanno seguito il suo esempio e il perché ce lo spiega bene Wale con il suo singolo “Sue Me”, I’m rootin’ for everybody that black / Spent ‘bout two racks on handmade durags. In Italia difficilmente facciamo caso a determinate scelte, dettagli nella musica e nella moda, ma con tutte queste premesse dovremmo capire che niente accade per caso, soprattutto quando parliamo del simbolo di un’intera cultura. I durag posti sotto eleganti cappelli nell’ultima collezione di Virgil Abloh, ad esempio, non sono casuali, così come la scelta di Beyoncé e Jay Z di riempire il Louvre di ballerine di colore con lunghi durag bianchi che toccano terra. Quanti di voi guardando il video di “Apeshit” hanno notato l’estrema celebrazione della black excellence? 

Le ballerine con il durag nel video di “Apeshit”

Potremmo stare qui un giorno a parlarne, basti sapere che le riprese del video inquadrano volutamente determinate opere neoclassiche per sfidare la storia che raccontano, non per condannare, bensì per rendere consapevole lo spettatore. Ed è proprio con tale consapevolezza che, alla fine del video, Bey e Jay si voltano per guardare La Gioconda di Da Vinci con occhi diversi, estremamente fieri. È ciò che dovremmo fare tutti. La maggior parte della black music, oggi, fa questo: esalta la bellezza e la capacità di una cultura di cui il durag è solo l’espressione più comune. Cosa fare nella nostra penisola, sta a noi deciderlo, basta farlo con una certa coscienza. Alle volte, capita che spogliamo questo simbolo di significato per indossarlo come qualsiasi altro capo d’abbigliamento. Appropriazione culturale? O una richiesta di accettazione da parte di un immaginario forse un po’ lontano? È giusto o sbagliato? Impossibile dire se questi siano comportamenti da condannare. L’importante, a nostro parere, è conoscerne la storia.

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