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Balenciaga

Ecce Homo, l’account Instagram che svela il lato non convenzionale della moda

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Molto spesso il mondo della moda viene percepito come un’oasi irraggiungibile di eleganza e sofisticatezza, prefissata da rigidi canoni etici che impongono un equilibrio idilliaco. Ma siete sicuri che tutt’ora sia questo il clima che si respira nell’ambiente e che caratterizza anche il retroscena degli insider? Per smentire questo cliché e per parlare della situazione attuale della moda, abbiamo deciso di rivolgere qualche domanda a Ecce Homo. Il suo profilo Instagram è infatti una raccolta di momenti quotidiani ed estratti di collezioni che svelano un lato controverso del fashion business. Ecco cosa ci ha raccontato:

Grazie alla conoscenza del fashion business e dello stile non convenzionale, il tuo profilo Instagram è diventato tra i più influenti del settore. Spiegaci qual è la filosofia di Ecce Homo.

Ecce Homo vuole essere un profilo instagram non convenzionale, a tratti sovversivo, che sia in grado di offrire un approccio al mondo della moda del tutto personale, senza alcun tipo di filtro se non quello di spogliare la moda di tutti i suoi orpelli e le sue finzioni per restituirla alla realtà nuda e cruda, esasperandone spesso il lato più perverso. Il mio account instagram nasce proprio da una certa noia cronica nei confronti delle tradizionali declinazioni in cui viene veicolata la comunicazione nella moda. Anche il sistema degli influencers, termine che detesto, sono fermamente convinto che sia degenerato oggi in una sorta di ecomostro impersonale dove il punto di vista sulla moda si limita solo a sorrisi più o meno fotogenici tra un frullato detox e una sfilata. Se influencer devo essere, preferisco farlo coinvolgendo i miei followers in un privato che appartiene a tanti e che spesso nascondiamo sotto il tappeto. Accompagnarli in un’estetica differente, un tableau vivant fatto di lusso e perversione, moda e schifo, sneakers da collezione e locali gay, Balmain e darkroom, Loboutin e piedi gonfi.

Ecce sunday playlist: spotify, gym socks and cracking plastic #Balenciaga shirt 🔥

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Nel corso degli ultimi anni l’alta moda si è avvicinata molto allo streetwear. Cosa ne pensi di questo fenomeno?

Credo sia la conseguenza inevitabile di un’esasperazione generale del fashion system cui si è assistito negli ultimi anni. Lo scollamento tra una moda pretenziosa e una realtà invece senza troppi scintillii ha, a mio avviso, finito per generare un cortocircuito stilistico su cui nomi come Demna Gvasalia, Glenn Martens, Virgil Abloh, Eckhaus Latta hanno saputo inserirsi e ribaltare la cosa a loro vantaggio, proponendo non più semplici collezioni ma veri e propri statements. Balenciaga è forse l’esempio più lampante: se Cristobal quasi certamente avrebbe aberrato tutto ciò, quello che in un paio di stagioni è successo in Rue de Sevres è già roba da manuale. Demna ha saputo rivoluzionare i codici della maison, vedi i tagli cocoon, adattandoli con cinica furbizia allo sportswear e trasformando quello che era un brand sepolto dalla polvere in qualcosa che ha più i confini mistici della religione che quelli terreni della moda. Erano gli anni 60 quando Saint Laurent gridava “À bas le Ritz, vive la rue” , ma mai come oggi quel grido disperato sembra attuale. Certo, c’è chi storce il naso davanti a tutto ciò, chi parla di meteore e chi si ostina ad arroccarsi in una moda fuori tempo massimo. Intanto però la rivoluzione va avanti, portata avanti da quel Salon des Refusés di designers che prima di tutti hanno saputo sfidare le convenzioni di una moda artificiosa e patinata, istituzionale e parruccona.

Ecce Milano: let’s play the dirty #Valentino match 🔥

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Dai tuoi post notiamo che sei un sostenitore della moda genderless. Credi che in futuro non ci sarà più la distinzione tra collezioni maschili e femminili?

Più che della moda genderless sono un sostenitore dell’unconventional. Credo che la moda oggi sia come il mondo della profumeria, dove la distinzione tra fragranze maschili e femminili è più una convenzione di mercato che un’autentica identificazione di genere.  Anzi, spesso sono proprio le note maschili come rhum, tabacco, cuoio su una donna e le note tradizionalmente femminili come la tuberosa su un uomo a colpire e spiazzare. Ho sempre avuto una repulsione per le comfort zones: mi piacciono le rotture, mi piace la moda in grado di mettersi in gioco e sfidare le consuetudini. Ogni stagione siamo travolti da una moltitudine di collezioni, precollezioni, capsule, ma pochi sono quelli in grado di emergere e comunicare un’estetica realmente totalizzante. Gucci docet, ma anche Prada non è stata da meno, partorendo una collezione eccezionale come non se ne vedevano da un po’. Ci sono poi nomi nuovi come il collettivo berlinese Gmbh, Dumitrascu, Ludovic de Saint-Sernin, il newyorkese Nihl che stanno dando una bellissima lezione in tal senso, spiriti liberi fuori dalle schiaccianti logiche di mercato in cui si ritrovano spesso ad operare i grandi nomi della moda internazionale.

Da poco sono finite le fashion week, che ti hanno visto parecchio impegnato. Quali sono le collezioni che ti hanno affascinato di più?

Difficile scegliere. La partita di Milano l’hanno vinta Gucci e Prada. Alessandro Michele continua a scrivere capitoli bellissimi del suo romanzo Gucci. E’ un’estetica massimalista e surreale, fatta di cuccioli di drago, teste mozzate e terzi occhi che sa essere tanto onirica quanto terrena e, al di là delle esagerazioni di sfilata, in grado comunque di legarsi alla realtà lanciando la collaborazione già vincente con la Major League Baseball. Prada invece ha proposto una collezione talmente Prada che più Prada non si può. I codici estetici del nylon, delle cannucce di paillettes, del logo Luna Rossa che hanno accompagnato gli anni 90, tornano alla ribalta in improbabili tinte neon tanto fastidiose quanto desiderabili. A Parigi hanno vinto Saint Laurent e Y/Project: dopo lo scandalo Weinstein e tutto il polverone che ne è seguito, Anthony Vaccarello ha portato in passerella la sfilata più femminile di Parigi, una donna di una potenza impressionante che ha dominato una collezione forte, fatta di lunghezze ridotte al minimo nella consapevolezza che il dominio maschile e la violenza non si rifuggono certo strizzando l’occhio a puritane estetiche calviniste. Y/Project è stata invece pura poesia: Glenn Martens riesce a modulare sul corpo volumi e panneggi da statuaria classica adattandoli a denim, felpe, stivali. Ogni singolo pezzo sembra in qualche modo vivere su chi lo indossa creando degli effetti visivi eccezionali. A New York però brilla la stella più bella: Calvin Klein. Raf Simons continua a esplorare le mille declinazioni e contrasti della cultura americana e lo fa partorendo quella che per me è stata la collezione più bella da quando è arrivato a New York. I cartoons, i firemans, le esplorazioni spaziali, i popcorn, la cultura amish sono stati gli ingredienti di una miscela esplosiva come poche.

Hai qualche progetto speciale per il futuro?

I progetti sono tanti. Non sono mai stato tipo da fermarsi una volta trovata la sedia comoda, anzi, sono sempre alla ricerca di qualcosa che sappia motivarmi di continuo e alimentare nuovi progetti. Di recente, sono entrato a far parte del buying team delle boutiques Coltorti, per le quali si sta lavorando a nuovi piani di sviluppo assolutamente accattivanti in arrivo per le prossime stagioni. Parallelamente a ciò, continuo a seguire l’universo Ecce Homo, partecipando alle fashion weeks fuori dagli itinerari ufficiali della moda, come Tbilisi o Alma Ata, e collaborando con i brands a comunicare la moda “in an Ecce way” come è successo già con Fendi la scorsa stagione, seguendo il live backstage della sfilata uomo. E poi perchè no, lanciare una capsule, sulla scia del successo della collaborazione con GCDS lanciata lo scorso anno, così come ci sono in ballo collaborazioni di styling con alcune importanti riviste. Ma di questo non vi anticipo nulla. 🙂


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