Edoardo Tresoldi: tra rete metallica e ossessione per il genius loci

Articolo di

Alberto Bonazzi

Vi siete mai chiesti quanti modi possano esistere per dire o rappresentare qualcosa, proprio senza dire o rappresentare quella cosa? Se pensate che non ne esista nemmeno uno e che ciò sia impossibile, è del tutto normale, dato che quanto appena detto sembra solamente un ossimoro, una contraddizione o qualcosa di decisamente controintuitivo. Provate però un attimo a pensare banalmente agli indovinelli, quelle brevi formulazioni contorte che impariamo sin da piccoli e con cui continuiamo a divertirci anche una volta cresciuti. L’indovinello consiste esattamente nel parlare di qualcosa senza dire quella cosa, raccontare un oggetto, un’azione o una sensazione senza rivelarla, lasciandola quindi nascosta tra labirintici giochi di parole e pluralità di significati che, una volta compresi, permettono di risalire alla soluzione dell’enigma. Un’operazione analoga può sorprendentemente essere applicata anche alla materia, l’entità che per definizione “o c’è o non c’è”, e a dimostrarcelo troviamo l’indagine di un giovane e talentuosissimo artista italiano grazie al quale, proprio quella materia concreta, fisica e tangibile, può contemporaneamente essere presente e assente. Ci stiamo riferendo a Edoardo Tresoldi, lo scultore, entrato nella classifica dei 30 artisti under 30 più influenti in Europa di Forbes nel 2017, che ha improntato il suo percorso artistico sulla formulazione di una poetica da lui definita come “Materia Assente”, attraverso la quale, non solo ci regala profondi spunti di riflessione e suggestive immagini dense di contenuto, ma riesce a produrre grandi opere estremamente affascinanti e di forte impatto sia visivo che emotivo.

Per comprendere al meglio il lavoro e il contributo artistico di Tresoldi, non c’è modo migliore che entrare subito nel vivo di una sua opera. “Il collezionista di venti” è di fatto il primo vero intervento di Tresoldi in campo artistico, che avviene nel 2013 in occasione del Mura Mura Fest di Pizzo Calabro. Proprio per la cittadina calabrese che si affaccia sul Tirreno, l’artista concepisce la sua prima scultura: un uomo, completamente rappresentato attraverso la modellazione di rete metallica, si affaccia sul mare sedendo sul bordo di un muro in cemento. La particolarità dell’installazione, che contribuì a delinearne un discreto successo, consiste nella forte relazione che l’artista è riuscito a intessere tra l’opera stessa e il paesaggio circostante. Grazie alla trasparenza della rete metallica, infatti, la mutevole luce naturale e le condizioni meteorologiche del luogo, filtrano i volumi antropomorfi della scultura e permettono di trovarsi davanti sempre un’opera diversa, capace di suscitare le più disparate emozioni nell’osservatore. Ecco quindi che Tresoldi mette in campo sin da subito quegli elementi che non abbandonerà mai più: da un lato la rete metallica, come unico materiale costruttivo delle opere, dall’altro la relazione tra opera e paesaggio, che trova la sua massima realizzazione nella rievocazione del genius loci.

Ma prima di affrontare il nodo tematico del genius loci, dobbiamo fare qualche passo indietro per conoscere il percorso che ha portato Tresoldi a diventare un artista. Classe 1987, nasce a Cambiago, un paese in provincia di Milano, dal quale si sposta solo dopo aver portato a termine un percorso formativo presso l’Istituto d’Arte di Monza. Una volta completati gli studi decide di trasferirsi a Roma dove si inserisce sin da subito nel mondo del lavoro. Qui, mettendo da parte ogni disciplina artistica propriamente detta, si dedica per alcuni anni al settore dello stage design e del cinema, all’interno del quale ricopre il ruolo di scenografo, svolgendo una professione i cui lasciti si possono rintracciare nelle opere più mature che produrrà. È grazie ad un amico artista, infine, che Tresoldi viene spronato a riprendere in mano quanto aveva imparato durante la sua formazione e, di conseguenza, a intraprendere un percorso mirato all’elaborazione di un’arte personale che vede il suo primo risultato proprio nell’opera del 2013.

Photo: Andrea Mete

Il primo corpus di opere uscito dalle mani di Tresoldi, però, rimane ancora sostanzialmente ancorato alle sperimentazioni condotte per “Il collezionista di venti”, in quanto ripropone, sempre con la rete metallica, figure umane che compiono movimenti di volta in volta diversi, concentrandosi piuttosto sullo sviluppo delle dimensioni delle sculture e l’affinamento della tecnica di lavorazione del materiale. A questo periodo, infatti, appartengono alcuni interventi di arte pubblica tramite i quali l’artista può esporre ai passanti grandi sculture umane e grazie ai quali si fa notare sempre di più. Ma il punto di svolta avviene nel 2016, anno in cui il Ministero della Cultura gli commissiona un lavoro inedito per un artista. In quel periodo si voleva valorizzare un sito archeologico pugliese, posizionato più precisamente a Siponto, una piccola località vicino a Manfredonia in provincia di Foggia. Si trattava di riportare in vita i resti di una basilica paleocristiana, per far rivivere un edificio oggi scomparso e di cui rimangono soltanto le tracce delle fondamenta, un lavoro che canonicamente viene affidato ad architetti e non a scultori. Tresoldi, allora, facendo fare un balzo in avanti a delle sperimentazioni che aveva intrapreso da poco riguardo la definizione di volumi più geometrici, a scapito della figura umana, decide di riprodurre l’architettura stessa della basilica attraverso la sua ormai inconfondibile rete metallica. Un vero capolavoro questo della Basilica di Siponto, grazie al quale l’artista si misura sulla scala degli edifici, che da quel momento non abbandonerà più, e riesce a mettere in atto al meglio il concetto di “Materia Assente”, arrivato qui a completa maturazione, e quello di “Rovina Metafisica”, applicato per la prima volta a tutto tondo.

Per quanto riguarda la “Materia Assente”, è facilmente comprensibile dalla diretta visione delle opere: la rete metallica, dotata di trasparenza e leggerezza, descrive le superfici di volumi che tradizionalmente sarebbero pieni di materiale, come mattoni o cemento nel caso degli edifici, ma che qui risultano vuoti, o meglio, colmati da ciò che si può intravedere al di là dei piani reticolati, primo fra tutti il paesaggio che fa da contorno alla scultura. Ed è su questo risultato che si sviluppa la connessione tra l’opera d’arte e il paesaggio che si citava prima, fondamentale al lavoro che Tresoldi opera sul genius loci. Per genius loci, infatti, intendiamo la formula con cui la civiltà latina dell’antica Roma si riferiva allo “spirito di un luogo”, ovvero quella dimensione ulteriore di cui qualsiasi posto, sia esso naturale o artificiale, si arricchisce in funzione della sua storia e di ciò che lì vi è accaduto nel corso del tempo. Con le architetture trasparenti, l’artista interpreta e fa rivivere la personalità del luogo entro cui le colloca, proprio perché ne ricostruisce i “fantasmi” architettonici ormai scomparsi e non più visibili. A ciò si collega poi la teoria di “Rovina Metafisica”, di cui la Basilica di Siponto è un esempio eclatante: l’edificio religioso, dopo essere stato progettato tantissimi secoli fa, è stato poi costruito e utilizzato fino a che non è caduto in disuso; con il tempo, poi, è andato incontro alla rovina e alla sua completa sparizione, fino a che non ne è stata rievocata la memora e la sacralità grazie all’intervento dell’artista, che l’ha “ricostruito” e che permette così al fruitore un’inedita esperienza di contemplazione dell’essenza di un paesaggio in stretto contatto con l’architettura che lo ha connotato.

Le fasi del concetto di “Materia Metafisica” rappresentate graficamente da Edoardo Tresoldi

L’innovativo intervento sulla Basilica di Siponto è valso a Tresoldi la Medaglia d’oro all’architettura italiana, un premio che nessuno di noi si aspetterebbe venire riconosciuto a uno sculture. Eppure il modus operandi dell’artista ha molto a che fare con l’elaborazione architettonica dei progetti, non solo perché rappresenta degli edifici attraverso le sculture, ma perché l’indagine artistica è volta proprio alla valorizzazione dei significati dell’architettura in relazione al paesaggio e al contatto con l’uomo, tematiche centrali per la professione dell’architetto. Successivamente, dopo l’opera pugliese del 2016, Tresoldi si è buttato a capofitto sul linguaggio artistico che aveva inaugurato in quell’occasione, iniziando a produrre opere dove gli edifici sono sempre i soggetti centrali. Di anno in anno, i suoi interventi hanno iniziato a riscuotere un enorme successo anche per il mero impatto visivo che generano negli osservatori, emanando l’idea di sospesa leggerezza e irreale definizione di forme. Già nel 2015, per un festival tenutosi in UK, aveva realizzato una delle sue tipiche cupole classiche che, sospesa nel vuoto, faceva da polo attorno al quale i partecipanti dell’evento potevano orientarsi e contemplare da ogni lato l’interazione tra gli assenti volumi e il cielo in continuo mutamento.

Nel 2018 è stata la volta di una commissione d’eccezione proveniente direttamente dalla California: il Coachella Valley Music and Arts Festival, uno degli eventi musicali più celebri al mondo, ha chiesto a Tresoldi di pensare a un’opera da disporre su uno dei grandi spiazzi che vediamo fare da sfondo alla marea di foto che alla fine di aprile di ogni anno inondano i social. L’artista ha così dato vita a “Etherea”, un’installazione site-specific composta da 3 strutture ispirate all’architettura barocca e neoclassica, identiche per forme, ma diverse per dimensioni. Alte 11, 16.5 e 22 metri, le tre architetture trasparenti, oltre a fare da ipnotica scenografia all’area centrale del festival, accompagnavano l’osservatore a un climax percettivo: seguendo l’ingrandimento di scala, proporzionalmente le sensazioni generate dall’opera si amplificavano e offrivano un sempre diverso inquadramento del cielo che, filtrando tra la maglia della rete metallica, generava un intrigante effetto ottico.

Ad oggi Tresoldi ha ricevuto commissioni l’una più stimolante dell’altra, ottenendo la possibilità di pensare, realizzare e vedere applicate delle proprie opere per luoghi ed eventi fuori dal comune. Esempi sono la colossale scultura “Archetipo” per un evento della famiglia reale di Abu Dhabi, o l’installazione dal titolo “Aura” esposta a Parigi presso il prestigioso Le Bon Marché Rive Gauche. Anche in questi casi, protagonisti indiscussi sono gli elementi architettonici vuoti e sospesi, capaci di incantare le persone che si trovano a girarci attorno, conquistate dai giochi di sovrapposizione di piani semitrasparenti e lo sfondo che varia a seconda del punto di vista adottato.

Ma l’applicazione della poetica artistica dello sculture è stata vista soprattutto in territorio nostrano. Gli ultimi progetti più rilevanti in questi termini sono sicuramente “Simbiosi”, l’installazione site-specific per il parco artistico Arte Sella del Trentino, e “Opera” realizzata nel 2020 a Reggio Calabria. Quest’ultima, opera d’arte pubblica permanente che segna quasi un ritorno geografico alle origini del suo percorso artistico, ha arricchito con una ripetizione di colonne classiche parte del lungomare della città calabrese, che ora può godere di un bene culturale tanto profondo nel suo significato, quanto attrattivo per la bellezza che ha contribuito a creare nel sito di posizionamento. Ancora più interessante è, però, il contatto avvenuto con il mondo fashion. In un ambiente che si nutre di contaminazioni, Tresoldi ha collaborato con Marcelo Burlon per la sfilata della collezione uomo SS20. In questo caso, l’incontro delle due menti creative ha fatto sì che l’artista producesse un’opera, ancora una volta dalle valenze scenografiche, in cui la tradizionale architettura impiegata si scompone e disgrega, come in un esplosione di volumi rigorosamente trasparenti, al di sotto dei quali hanno sfilato i modelli in passerella.

Sebbene l’opera di Tresoldi, per la sua profondità concettuale, possa sembrare ostica da affrontare e da comprendere, è però innegabile quanto riesca a trasmettere e veicolare il proprio contenuto nel momento della fruizione dell’atto artistico. Proprio per questo siamo fermamente convinti che tali sculture architettoniche necessitino di essere vissute e respirate in prima persona: solo così si può essere capaci di apprezzare appieno il carattere talentuoso e pionieristico di un artista che, per ora, non ha fatto altro che iniziare un lungo percorso muovendo impeccabilmente i suoi primi passi.