Egreen ci ha parlato di “Fine primo tempo”

Articolo di

Matilde Manara

Fotografa

Francesca Di Fazio

In occasione dell’uscita del suo nuovo disco, abbiamo fatto quattro chiacchiere con Egreen, uno dei volti chiave della storia del rap tricolore. Dalle strade di Varese ai grandi palchi, Nicholas ha alle spalle un percorso in cui la musica è sempre stata la compagna e la destinazione, e ora che “Fine Primo Tempo” arriva per regalare ai fan un nuovo capitolo della sua saga, ha parlato con noi dei featuring che gli piacerebbe realizzare, del suo rapporto con il nuovo rap e dei suoi progetti.

La tua storia d’amore con il rap è iniziata presto e non è mai finita. Tu e la musica siete prima cresciuti e poi maturati assieme, ma come è iniziato tutto?

“Mi piace molto che avete utilizzato la parola “RAP”. Dato che in primo luogo è esattamente il tipo di linguaggio ed espressione che mi sono arrivati dritti in faccia, credo avessi 9/10 anni su per giù. La sensibilizzazione riguardo al fatto che fosse una cosa “più grande” è arrivata col tempo e svariati steps di consapevolezza. È nato tutto per caso, come spesso accade. Totalmente a caso.
In quel periodo stavo a Detroit, avevo l’abbonamento ai Pistons e fra un quarto e l’altro suonavano sempre “Whoomp! (There It Is)” dei Tag Team, una one hit Wonder storica tipo “I Got 5 On It” ma molto più commerciale (ride, ndr). Quello fu il primo pezzo rap che imparai a memoria nella mia vita.”

A suo tempo, la campagna di crowdfunding che ti ha permesso di realizzare “Beats & Hate”, l’album uscito nel 2015, ha rappresentato sicuramente un momento di svolta nel tuo percorso, ma è anche simbolo di un ideale non comune nel mondo hip hop: la fiducia nelle persone e nelle loro intenzioni. Hai deciso di affidarti al tuo pubblico, come hai maturato questa scelta? E, ripensandoci ora, cosa ricordi di quel periodo?

“In realtà credo che la fiducia possa rifarsi a un concetto di aggregazione che ha sempre contraddistinto la sfera “nobile” del codice della “sacra doppia” (ride, ndr), scherzi a parte credo che in realtà abbia una certa attinenza. Arrivavo dall’aftermath di un disco importantissimo come “Il Cuore E La Fame”, per la precisione arrivavo da “Entropia 2”, che ebbe un feedback al di sopra di ogni rosea aspettativa. Ma il vero peso era ancora quello di dover fare un disco ufficiale che reggesse il peso, appunto, di “Il Cuore E La Fame”. Inoltre ero fresco da un bruttissimo divorzio con Unlimited Struggle, quindi free agent sul mercato, oltreché ancora molto acerbo per certi versi in quanto a mentalità e a un mindset di professionalità, ero molto immaturo.

Una mattina ero da Fish – siamo amici e ci conosciamo da diversi anni – e lui, parlando del più e del meno, non esitò a dirmi “tu devi fare sta roba (riferito al crowdfunding, ndr)”. Tornai dal mio socio e dal mio editore, che ai tempi era anche il mio neonato manager, e dissi loro: “Brothers, dobbiamo fare sta roba”. La facemmo, stop.
Ricordo solo che è successo tutto molto molto in fretta e che, tanto per cambiare, non mi sono goduto niente di quel periodo, ma proprio niente. Anzi.”

Il rap, da quando hai iniziato a Varese fino ad oggi, è cambiato moltissimo. Come vivi il confronto della tua visione di musica con quella dei nuovi volti di questo genere?

“Ho passato anni a fare il vecchio rosicone, con la convinzione a spada tratta del ‘eh ma ai miei tempi’, che gran cazzata. Oggi in realtà vedo tutto come un grande processo ciclico in costante evoluzione e trasformazione, nel quale come in tutte le epoche e i momenti storici, ci sono prodotti di passaggio e prodotti destinati a rimanere nel tempo. Punto.
Credo anche che in Italia ci sia molta confusione, sia da una parte che dall’altra, ma non credo spetti a me giudicare. Quantomeno non più.”

C’è qualche rapper emergente con cui ti piacerebbe collaborare?

“Mi piacciono molto Taxi B, Disme, Gianni Bismark e Neima Ezza. Sono i primi che mi vengono in mente.”

Il tuo “fare rap non è obbligatorio” è ormai un marchio di fabbrica, tantissimi ragazzi portavano questo slogan sulla t-shirt come se fosse il primo comandamento di una religione. Nonostante sia passato molto tempo, ascoltando il tuo nuovo disco, la percezione è che nulla sia cambiato per te. Sei ancora di questa idea?

“Sono dell’idea che so fare il mio, molto bene anche e con un considerevole distacco rispetto alla media, di qualsiasi etnia, età ecc…
Più passa il tempo però, più mi sto levando di dosso trip megalomani sulla falsa riga di “sono il King”. Non sono il King, non voglio esserlo, sono un campione nella mia categoria di peso, nel mio modo di rappare, che si basa su una ben specifica e determinata sfumatura di questo genere musicale, non è che mi accontento, sono solo consapevole. Molto.”

In una recente intervista, un altro nome dominante della storia di questo genere come Marracash ha detto di aver scelto un silenzio lungo tre anni per mancanza di motivazione, mancanza generata da un ambiente piuttosto asettico. Adesso tu stai per tornare con “Fine primo tempo”, cos’hai da dire e da dare ancora alla musica italiana?

“Alla musica italiana credo un bel niente (ride, ndr). Io penso a fare il rap tutto il giorno, tutti i giorni, anno più anno meno, da 18 anni a questa parte. Non sto attraversando un periodo bellissimo, non vedo l’ora che esca questo disco, di bere un tè caldo in spogliatoio, tornare in campo e vedere cosa succede.”

Ascoltando le 15 tracce di “Fine primo tempo”, si percepisce una sorta di rabbia generale, rivolta ai tuoi colleghi ma anche al sistema musicale in Italia. È un’ira solo distruttiva o anche costruttiva?

“In realtà, per la prima volta, sto solo dicendo che il problema è stato tutto l’ambiente della “realness”, ho cercato di sconsacrare in primis nei miei confronti una serie infinita di cazzate delle quali mi sono autoconvinto per anni. La chiave di lettura è esattamente questa, non il solito Egreen che ce l’ha con la scena e con tutti a caso, abbiamo cercato di far passare questo messaggio a gran voce, anche col primo singolo “Ho sbagliato”.”

In questo percorso hai deciso di farti accompagnare da diversi artisti, qual è il criterio con cui hai scelto i featuring del disco?

“Volevo fare il rap con i ragazzi che sono nel disco, specialmente con gente nuova e/o con la quale non avevo mai lavorato, ma soprattutto che uscisse dalla mia comfort zone in quanto a “suono di appartenenza”. Loro sono tutti dei professionisti, ognuno a suo modo, sono molto felice. Anche della scelta dei produttori.”

Cosa c’è nel futuro di Egreen?

“Voglio fare il rap, finché la vita e la salute me lo concedono. Nient’altro.”