Interviews

Enrico Sangiuliano non ha paura di cadere

Articolo di

Damir Ivic

Foto di

Gabriele Canfora

Se c’è un artista italiano che negli ultimi anni ha avuto un’ascesa fortissima in un campo assai rognoso e per certi versi conservatore e snob come quello della techno-e-dintorni, questi è al cento per cento Enrico Sangiuliano. Ci sono altri campioni di casa nostra che “pesano” forte sul mercato in questione (Marco Carola, Ilario Alicante, Joseph Capriati, in realtà l’elenco è lungo…), ma il loro è uno status che è maturato negli anni d’oro della club culture in Italia, diciamo inizio del nuovo millennio, almeno fino agli anni ’10. Quando insomma ancora la EDM non c’era, o sembrava confinata al pop, e tutto ciò che era techno, house, Ibiza, Berlino, aveva almeno nominalmente i crismi dell’underground. Ora la situazione è molto diversa: la scena techno/house ha adottato molti mezzi&metodi del mainstream e dell’EDM, i confini si sono fatti più sottili, le dinamiche più imprevedibili (chi è famoso è famosissimo e ha sempre più facilmente un pubblico crossover, da Paul Kalkbrenner a Peggy Gou, chi ha un modo di porsi più puro ed intransigente fa molta più fatica di prima a mantenere i fasti di un decennio fa). Il grande paradosso è che Enrico Sangiuliano ha un background molto ma molto più underground e alternativo di un sacco di suoi colleghi vecchi e nuovi: lui ai rave da ragazzino di provincia ci suonava davvero e in modo cazzuto; e per trovare il successo è passato attraverso una gavetta fatta di grandi studi (…cosa che si riconosce dalla qualità tecnica del suono nelle sue produzioni: sempre ineccepibile). Sono successe poi un po’ di cose fortunate: l’affiliazione con la label, la Drumcode, che più e meglio ha capito nel campo techno il modo in cui sono cambiati i tempi prima; e poi il caso “The Age Of Love”, remixato da Enrico assiema alla moglie Charlotte De Witte (anche lei un nome forte della “nuova” techno, quella più trasversale e meno rigorosa), diventato un autentico inno ubiquo anche fra chi frequenta il clubbing in modo distratto o dozzinale. Enrico però è persona e artista di enorme spessore: abbagliati dalla sua ascesa c’è il rischio di dimenticarselo, di non accorgersene abbastanza. In una lunga, rilassata chiacchierata realizzata prima della sua esibizione al Kappa FuturFestival, grazie alla collaborazione di Pioneer DJ, partner tecnico ufficiale del festival per i Dj equipment, abbiamo avuto modo di farci una lunga chiacchierata senza pressioni, senza filtri, senza ansie. L’ideale, per capire veramente chi si ha di fronte: se una persona superficiale che pensa solo ai numeri e a scalare posizioni (ed esposizioni) di potere, o qualcuno che sa affrontare la contemporaneità senza inutili nostalgismi e conservatorismi ma con sempre una sana consapevolezza delle proprie radici, dei propri obiettivi.

Allora. Siamo qui, al Kappa FuturFestival, in uno dei festival dance più grandi d’Europa, c’è un sacco di gente che già adesso, a due ore dal tuo set, sta aspettando tu ti esibisca: ho anche visto più di una persona con uno striscione preparato appositamente per te. Non male, no? Ecco: quanto è grande il divario tra lo status che hai oggi, di protagonista globale, di artista che ha anche una struttura iper-professionale attorno a sé, e invece l’anonimo ragazzo di provincia con un bel po’ di passione per la musica e però anche molta ingenuità degli esordi?

È grande, effettivamente. Sai quel è la differenza essenziale? 

Dimmi.

Non c’è più spazio per il flow. 

Questo è interessante. 

Il flow delle cose: far fluire in modo naturale quello che succede attorno a te e nella tua quotidianità. Oggi questo flow devi calcolarlo attentamente, devi pianificarlo: e questa, se ci pensi, è proprio una contraddizione. 

Toglie un sacco di poesia a ciò che si fa, giusto?

Vero. La toglie. Devi cercare di crearti tu a forza quei momenti – molto importanti – di interconnessione, di assaporamento e gestione delle esperienze, di assimilazione. Tutte cose che poi devi travasare nella tua passione: nel mio caso, fare musica. Questo da un lato. Ma dall’altro…

…dall’altro?

Beh, dall’altro sono ancora lo stesso coglione di sempre! (risate, ndr).

Dai, su, restiamo seri!

Ma guarda che dico davvero, sai? Ed è fondamentale che io sia rimasto la stessa persona degli esordi: con la stessa passione, lo stesso entusiasmo quasi ingenuo. È la parte più vitale di tutto quello che faccio. Non ci fosse tutto ciò, si fermerebbe tutta la giostra. Mi incepperei immediatamente.

Davvero?

Soprattutto adesso, sai? Soprattutto ora cioè che effettivamente tutto è salito di livello, tutto è diventato molto più professionale… Sai cosa significa questo salire di livello? Significa che devi tenere conto di molte più cose e devi essere più serio, attento e regolare su un sacco di aspetti: anche meno belli, anche meno divertenti. Ti faccio un esempio molto concreto: un tempo potevo spendere tutte le mie giornate ad ascoltare dischi su dischi e basta, no?, oggi invece ho molte più responsabilità, molte più cose a cui tenere d’occhio, e per giunta al contrario di prima metà della mia vita la passo in viaggio. È tutto più difficile, ora. Così difficile che se non ci fosse la passione originaria, non sarebbe sostenibile. 

Ecco, domanda: arrivato ad un punto notevole della tua carriera in quanto a fama e rilevanza globale, qualcosa a cui probabilmente forse nemmeno avresti mai sognato di arrivare, non hai paura di perdere questo status a cui sei arrivato? Di fare qualche errore che poi rovina tutto, che ti porta a cadere all’improvviso?

Non ho paura di cadere, no. E non ho nemmeno paura di sbagliare. Sai qual è l’unica cosa davvero pesante? Arrivato al punto a cui sono arrivato io, ho l’impressione che qualsiasi cosa oggi faccia sia giudicata, sempre. Sei sempre costantemente sotto scrutinio, sotto giudizio. Ecco, questa consapevolezza ti mette addosso un carico supplementare di responsabilità, lei sì.

Aggiungo, tanto per aggiungere un po’ di carico: hai poi anche la responsabilità verso il lavoro di altre persone. Dai tuoi risultati dipendono le persone che lavorano per il tuo management, per l’agenzia che ti trova le date…

Ma guarda, prima di tutto la responsabilità la sento verso me stesso. In primis a livello creativo. Già questo basta.

In effetti un tempo facevi uscire un disco, e via. Se funzionava ed era bello ed era notato, bene; altrimenti, pazienza – nessuno ti avrebbe detto niente. Oggi non è così. Oggi mi sa che non sei nella condizioni di fare delle release e, insomma, “vedere l’effetto che fa”, sapendo che non ci sarà chissà quale conseguenza. Non puoi più permetterti una leggerezza e una spensieratezza di questo tipo: troppi occhi puntati addosso.

No, non puoi, e ne sei consapevole. Poi però quando riesci a ritrovare il tuo flow – e torniamo al discorso di prima, vedi? – allora ti sblocchi, vai, non ti guardi indietro, procedi lì dove ti porta il cuore. Ma appunto: è complicatissimo adesso trovarlo, questo flow. La nostra vita oggi è troppo frammentata. Per dire: è difficilissimo che riesca a permettermi tre giorni di studio di fila. E sì, io sarò anche un producer molto tecnico, molto nerd se vuoi, anche molto perfezionista; ma credo prima di tutto nell’ispirazione, e credo in lei molto di più che nella tecnica. Puoi anche metterti davanti al computer se sei in viaggio, eh, o in qualche hotel, e cercare di essere concentrato; ma difficilmente è la stessa cosa. Fai più fatica ad intercettare e fare tuo il corretto flusso creativo, quello più libero e fertile. 

Ti faccio una domanda un po’ specifica: con questo accrescere di status e di fama, suonando quindi di fronte a un pubblico sempre più vasto, hai dovuto adeguare un po’ i “tempi” della tua musica, nei tuoi set?

Cosa intendi per “tempi”?

Oggi ho l’impressione che tutto il pubblico, anche quello di matrice techno e tech-house, sia diventato molto più impaziente, facile a distrarsi. Prima potevi tenere lunghe cavalcate di cinque, sei, otto, dieci minuti; oggi ci si aspetta che almeno dopo un paio di minuti succeda qualcosa – e non parlo necessariamente solo del drop.

Vero, ma è altrettanto vero che non per forza è così dappertutto. Accade soprattutto nei festival dove di solito lo slot dell’artista è molto limitato, ad esempio un’ora, e hai quindi un lasso di tempo molto più ridotto per esprimerti: ti comporti di conseguenza. A livello generale però ti consiglio di provare ad ascoltare i dischi di venti o trent’anni fa: al netto di quelli che sono i grandi classici, che ovviamente sono immortali e non hanno tempo, credo che mediamente oggi rispetto al passato la musica sia molto meno piatta e abbia molti più elementi in evoluzione. Vale sia per il mainstream che per l’underground, vale per le cose a BPM più lenti e anche per quelle invece più veloci. Credo che a livello sia estetico che tecnico ci sia molta più dinamicità oggi che in tempi passati. Per quanto riguarda la struttura dei brani e del mixaggio, anche lì non c’è una regola fissa: ogni tanto anche dei cambi improvvisi funzionano; così come in determinati contesti e determinati momenti i cambi invece più continui, diluiti e sfumati hanno comunque un grande effetto e possono essere la scelta migliore. Bisogna saper interpretare la situazione.

Allora. Tu lo sai vero che per molti sei uno dei simboli della commercializzazione di techno e house? Il che lo trovo abbastanza bizzarro – e inesatto – per due motivi: uno, perché conosco il tuo background (molto legato ai rave più o meno legali: altro che mainstream); due, perché ascolto regolarmente le tue produzioni e non mi sembrano particolarmente ruffiane e “furbe”, tutt’altro, per quanto possano avere ogni tanto una componente melodica marcata. Il punto è che sconti il fatto che sei diventato uno di quelli molto popolari sui social… e basta probabilmente questo ad etichettarti come “commerciale”, fra la frangia più rigorosa e purista della scena.

Sono famoso sui social? Purtroppo, sì. Cioè, diciamo che sono più seguito della media, ecco. Ma è una cosa che succede anche quando non la cerchi. Capita più facilmente quando un brano che produci ha improvvisamente – e nel mio caso, anche completamente al di là delle aspettative – un successo crossover.

Lì si innesta un certo tipo di meccanismo, che va oltre la musica. 

Sì, si innesta, e tu magari vieni guardato male a prescindere. Ma se una cosa è organica, e non hai “barato” per ottenerla, dove sta il problema? E soprattutto, che ci puoi fare? Creare un disco che riesce a colpire l’attenzione anche al di là della nicchia d’appartenenza non dovrebbe essere una colpa, se le tue intenzioni originarie sono oneste e coerenti. Anzi, è un merito. Vuol dire che hai fatto una cosa efficace, che riesce a parlare a tutti. Certe volte si resta sempre underground anche perché magari si fanno solo dischi di merda, no? (risate, ndr) 

Questa è una frase meravigliosa. Però aspetta, mi tocca completare il discorso mettendo in campo tutti i lati oscuri: credo tu sia consapevole che questa grande esposizione e popolarità sui social derivi anche dal tuo status di coppia: il fatto cioè che tu e Charlotte de Witte stiate insieme nella vita, suoniate insieme, abbiate fatto assieme la super hit che è il vostro rifacimento di “The Age Of Love” – il successo crossover di cui si parlava prima – è un moltiplicatore di reach e di attenzione, c’è poco da fare. Vi è mai capitato di dirvi “Mah, forse dovremmo limitare un po’ la cosa, rischia di ritorcersi contro di noi”?

Il fatto che noi sembriamo sempre fare cose insieme è più un’impressione che una realtà, credimi. Le nostre carriere sono ben separate. Certo, il remix “The Age Of Love” le ha ad un certo punto parecchio sovrapposte, ma… 

…ma?

Quella traccia è nata in pieno lockdown, abbiamo iniziato a lavorarci quasi per scherzo ed era prima di tutto un omaggio alle nostre rispettive origini.

Infatti l’originale, fatto uscire da un progetto a nome Age Of Love (sigla dietro a cui si celavano Bruno Sanchioni e, strano ma vero, Pino D’Angiò), era su una label belga, vero…

Esatto! Capisci? Era un po’ un gioco fra di noi: io italiano, lei belga. Originariamente nemmeno pensavamo che sarebbe stato il caso di farlo uscire quel remix, figurati. Tant’è che all’inizio c’eravamo limitati a metterlo in streaming sui nostri canali. Poi è uscito anche ufficialmente e, insomma, è successo quello che è successo.

E non ve l’aspettavate.

Ma figurati. Chi l’avrebbe mai detto sarebbe diventata una hit globale.

Da lì in poi credo che riceviate tre richieste al giorno per suonare assieme a un festival o a una serata…

Ma è comprensibile: capisco che si sia creato questo link automatico. Ma se noti, quando siamo bookati per lo stesso evento o festival non suoniamo mai back to back – sono sempre due set distinti. Solo una volta ci è capitato di suonare alternandoci alla console: a Roma, ma perché presentavamo ufficialmente un EP su cui avevamo lavorato assieme quindi la cosa aveva senso, e poi al Burning Man, ma lì la cosa era assolutamente non annunciata. Per il resto sì, capita che ci troviamo negli stessi eventi, ma io suono il mio e lei il suo, ciascuno è attento a mantenere la propria identità e il proprio stile. Di più: io non sono suono praticamente mai le sue release, così come lei non mi suona le mie. Alcune poi manco mi piacciono, e glielo dico pure (ride, ndr).

Ah bene! E lei? È permalosa?

Certo! Infatti devo essere sempre prudente quando devo dire che qualcosa non mi piace, uso frasi tipo “Mah sai, non è il mio stile…”, (risate, ndr).

Tanto sarai permaloso pure tu, no?

Permaloso magari no; ma quando lei dice “Questa cosa tua non mi piace”, ammetto che accuso. Non lo vorrei dare a vedere, eh, mi illudo anzi che un suo parere negativo non mi ferisca; invece… accuso, sì, lo ammetto! (sorride, ndr)

Ci sono invece altre cose che accusi, più serie e sostanziali, nella vita che fai ora?

Sì: spendere troppo tempo in non-luoghi come aeroporti e hotel. Tempo buttato. Perché non è vita vera: sono situazioni talmente asettiche che anche la creatività langue. L’unica cosa che puoi fare è attaccarti allo smartphone: e anche quello non è granché. Al di là di questo, dando una risposta più profonda alla tua domanda sta accadendo qualcosa che era inevitabile accadesse: aumenta la distanza tra me e le mie origini, tra me e la mia famiglia, i miei amici.

Quindi questa cosa accade. E volendo, in questo modo ritorniamo all’inizio della nostra conversazione…

Accade, sì. Tu puoi solo cercare di ottimizzare. Ma certe dinamiche sono inevitabili. 

Tu poi ti sei pure trasferito all’estero da qualche anno, più o meno da quando la tua ascesa è diventata davvero chiara a tutti. E allora posso chiederti: cosa ti manca dell’Italia?

Beh, il cibo.

Ma dai, ma che risposta da artista straniero, davvero… Ma vergognati… (risate, ndr)

Sì, fai bene anche a prendermi in giro, ok ma è la pura verità, credimi! Quando non vivi più in Italia, ti rendi conto di quanto da noi si mangi bene, di quanto da noi le tradizioni legate al cibo siano significative. Un tempo per me mangiare i cappelletti fatti in un certo modo era la cosa più normale del mondo, ora me li sogno. 

Immagino. 

E poi comunque mi manca anche la ricchezza culturale dell’Italia.

Ah sì?

Sì. Chiaro: da noi lo sport più popolare è il lamento. Ma ti rendi conto delle ricchezze dell’Italia solo quando l’abbandoni, e non le hai più nella tua quotidianità. È anche vero che alcune cose di cui ora sento la mancanza sono più che altro questione di nostalgia, probabilmente, e resta una parte di me che per fortuna è convinta che tutto cambia e tutto si evolve, sempre. Quindi anche le cose che rimpiangi ora, probabilmente non sono più le stesse: non sono più come le ricordi tu.

Credo che comunque trasferirsi all’estero abbia anche molti lati positivi. 

Assolutamente. Prima di tutto, l’esperienza in sé del vivere in un altro posto: questo ha un valore enorme. A maggior ragione se il posto in questione è, come nel mio caso, Lisbona – una città dove si sta trasferendo tantissima gente della scena elettronica. 

Vero. Diciamolo, dai: Lisbona in questi anni è, almeno potenzialmente, la Berlino di vent’anni fa. 

È una città in grande fermento, in evoluzione. Questo lo senti proprio. È una bellissima sensazione.

Ti faccio una domanda meno bella: i dj, guadagnano troppo?

Mmmmmh. Dipende. Ci sono situazioni in cui guadagnano troppo, e situazioni in cui non lo fanno. Io propongo una regola molto semplice: se il peso della fee di un dj è così grande da rischiare di compromettere l’equilibrio economico di un evento e il suo stesso futuro, allora è troppo. Gli stessi dj devono comunque imparare – e in moltissimi lo fanno – a “leggere” le situazioni e a saper apprezzare i diversi contesti: facendo un esempio concreto e parlando a titolo personale, in un posto che tiene 300 persone non potrò mai chiedere le cifre che chiedo di solito, ma magari lì posso mettere dischi che in altri luoghi non avrebbe senso mettessi – e posso magari riconnettermi alle mie origini, ai momenti in cui si è formata la scintilla originaria che mi ha portato ad essere quello che sono e a fare quello che faccio. Può insomma valerne la pena. Comunque sì: bisogna sapere sempre qual è la giusta misura, nelle proprie richieste, a seconda di dove si va e di quali sono i propri obiettivi. Alcuni dj se ne curano meno. E sì, chiedono troppo. 

Quante persone di talento invece non vedi ottenere quello che, per la loro bravura, meriterebbero?

Tante. Più di prima.

Sì?

Sì. Probabilmente perché essendo ora più esposto e più popolare, ho più persone che mi scrivono, più persone che mi sottopongono quello che fanno, soprattutto artisti emergenti. Sento tanta roba di ottima qualità. Sono però tempi in cui fare buona musica non basta, spesso l’estetica è più importante del contenuti, e se non sei uno portato ad usare con naturalezza i social sei effettivamente penalizzato.

Questi sono i tempi che viviamo. 

Sì. Però è anche vero che in qualsiasi fase storica, ci sarà sempre spazio per la diversità.  Ci sarà sempre una parte di appassionati che non si baserà soprattutto sui social ma guarderà quasi esclusivamente alla musica, fregandosene del resto. Poi nessuno lo nega, per carità: i social oggi sono una spinta importante, per chi è naturalmente portato ad usarli. Non li demonizzo: possono diventare anche loro una forma d’espressione. Una specie di tuo “magazine personale”, che puoi gestirti nel modo che ritieni più naturale e più efficace. In fondo, si tratta solo di raccontare alle persone quello che fai, nel modo che vuoi.