Fashion

Come lo Yankees cap è diventato un’icona culturale

Articolo di

Ruben Di Bert

Non sono molti gli oggetti che riescono a ritagliarsi uno spazio così ampio e significativo nell’immaginario popolare. Quando questo accade, però, ci ritroviamo davanti a qualcosa di assolutamente straordinario, una vera e propria connessione tra mondi apparentemente lontani tra di loro, resa possibile soltanto grazie a un denominatore comune: le persone.

Un elemento che incarna al meglio questo fenomeno è il cappellino dei New York Yankees. Stiamo parlando di un prodotto talmente iconico che può rappresentare l’iconicità per definizione, riconoscibile più di qualunque altra cosa e capace di sconfinare in modo del tutto sorprendente in ambiti estremamente diversi e vasti. Stilare una lista di personalità di spicco che l’hanno indossato sarebbe praticamente impossibile per quanto essa verrebbe lunga, ma ci limiteremo a elencare come il suo fascino abbia raggiunto davvero chiunque, da fashion victim come Victoria Beckham, Gigi Hadid, Kim Kardashian e Paris Hilton alle figure più storiche, quali Andy Warhol e Nelson Mandela, passando per i volti politici di Hilary Clinton e Donald Trump, fino ad arrivare alle star del cinema e della musica come Tom Cruise, Denzel Washington, Nas, 50 Cent, Madonna, Rihanna e Justin Bieber.

I made the Yankee hat more famous than a Yankee can.

Jay Z in “Empire State of Mind”

Tuttavia, la sua storia costituita da centenari intrecci può risultare ancor più mitica della sua stessa fama, riservando numerose curiosità e fatti che, nonostante l’immensa popolarità, continuano a restare nell’ombra per molti.

Partiamo dall’origine del dettaglio più importante, ovvero il logo NY. Dobbiamo teletrasportarci nel lontano 1877, quando la squadra di baseball che oggi porta il suo nome ancora non esisteva. In quell’anno il New York City Police Department commissionò a un certo Louis Comfort Tiffany (figlio del co-fondatore di Tiffany & Co.) la realizzazione di una medaglia al valore per commemorare il primo poliziotto di New York caduto in servizio, l’agente John McDowell. All’abile artista gioielliere venne in mente di integrare al design le iniziali NY sovrapposte per simboleggiare un forte senso di unione e appartenenza alla Grande Mela. Proprio l’ex capo della polizia della città, Big Bill Devery, qualche decennio dopo questo accaduto, si ritroverà tra i comproprietari di un team di baseball che in seguito diventerà quello dei New York Yankees. Fu quindi sua l’idea di adottare quel geniale logo creato da Tiffany come stemma ufficiale della squadra a partire dal 1909.

Quello è il periodo fondamentale per la formazione della Major League Baseball, la quale assunse un importante valore per gli sportivi d’America. Per arrivare però alla nascita del cappellino in sé e per sé bisognerà aspettare ancora un po’ e raccogliere le molteplici vittorie che gli Yankees andranno a collezionare diventando la squadra più forte di sempre.

Inaspettatamente la rivoluzione ha inizio nel 1996, quando Spike Lee contatta direttamente New Era per farsi produrre un cappellino degli Yankees rosso anziché del classico blue navy, poiché lo voleva abbinare a una giacca dello stesso colore. Il marchio inoltra la richiesta alla squadra, che accetta forse senza rendersi conto di come la cosa si evolverà e inciderà per prima cosa nell’immersione totale di New Era nel lifestyle, ma soprattutto nella costruzione di una vincente strategia di marketing che trasformerà una squadra di baseball in un autentico brand.

In questo percorso ci accompagna New Era, l’azienda leader nel settore della produzione di materiale sportivo che dal 1934 si mette al servizio della MLB introducendo anche il cosiddetto baseball cap. Può sembrarvi strano precisare che il primo in assoluto fu creato per i Cleveland Indians, ma non passerà molto tempo prima che si aggiungano le altre squadre della lega. Come anticipato, gli Yankees diventarono in quel decennio la formazione più vittoriosa e acclamata dal pubblico e, complice la presenza di alcuni giocatori leggendari come Babe Ruth e Joe DiMaggio, non c’è da stupirsi se il cappellino indossato da loro divenne il più ambito e in seguito venduto all’interno del catalogo del brand statunitense. L’inarrestabile crescita dello sport negli Stati Uniti convince negli anni Settanta l’azienda a commercializzare i prodotti visti in campo, con merchandising annesso. Quegli item usciti dal diamante non si limiteranno ad accontentare i più accaniti fan del gioco, ma cominceranno ad assumere un significato molto più ampio e profondo che negli anni Ottanta inizierà a plasmare lo streetwear tramite un complesso linguaggio di strada. In questo l’hip hop ha un ruolo decisamente rilevante e non è sbagliato dire che fu esso il principale collante tra sport, musica e costume.

Nemmeno i tifosi più accaniti (anche di squadre avversarie) sono contrari nell’affermare che oggi il cappellino degli Yankees è diventato un apprezzatissimo accessorio di moda e non soltanto viene prodotto in tutti i colori possibili immaginabili (magenta, giallo, camouflage e qualsivoglia) e in varie silhouette (fitted, snapback e dad hat le più diffuse), ma è stato anche protagonista di alcune collaborazioni con diverse case di moda. Per una questione di patriottismo non possono mancare i colossi newyorkesi come Supreme, Aimé Leon Dore e KITH, ma anche realtà come #BEEN TRILL#, Ralph Lauren o le più distanti BAPE, BEAMS e NEPENTHES.

La partnership più inaspettata e che al tempo stesso dimostra come lo Yankees cap sia un’icona culturale è sicuramente però quella con Gucci. Di certo, prima del 2014, nessuno si sarebbe mai aspettato che la prestigiosa maison potesse incorporare un elemento uscito dal campo di gioco nelle sue collezioni, ma poi è arrivato Alessandro Michele, che con le sue sconfinate ispirazioni ha saputo riscrivere l’heritage della griffe attraverso uno storytelling tanto colto quanto ossessionato dalla cultura pop. Il logo NY compare prima di tutto nel lookbook della linea pre-fall 18 e in modo più evidente nella sfilata per l’autunno/inverno 2018 su capi sartoriali, ma ovviamente anche sugli inconfondibili cappellini da baseball, dove l’iconico branding si sposa con motivi tartan e persino un audace monogram GG, oltre alla più classica variante in più colorazioni che si contraddistingue per un ricamo laterale raffigurante una farfalla oppure un cerbiatto.

Per comprendere al meglio quanto il berretto continui a influenzare designer appartenenti al fashion business, vanno considerati anche gli innumerevoli bootleg e custom che lo vedono al centro dell’attenzione: Psychworld ne moltiplica le iniziali del logo su tutta la superficie del cappello, LaRopa lo rende un trucker hat e ci aggiunge i suoi stampi di rossetto, mentre Josewong in tempi di pandemia decide di allungare sproporzionatamente il frontino per ricordarci di mantenere il distanziamento sociale.

A proposito di frontino, quest’anno il magico potenziale dell’internet ha improvvisamente reso virale un curioso video in cui viene ritratto un uomo che indossa un cappellino con il logo degli Yankees senza visiera. I social si sono prontamente sbizzarriti, fino a raggiungere i vertici di New Era, che in seguito alla popolarità della clip hanno voluto precisare che tale modello non verrà mai prodotto perché perderebbe di significato, ma non si sa mai…



In tutto questo, anche lo scenario artistico non si risparmia ed ecco che per esempio Daniel Arsham immagina il cappellino come una scultura in cristallo che rappresenta una sorta di reliquia trovata dagli archeologi del futuro e il MoMA addirittura lo inserisce nella mostra “Items: Is Fashion Modern?“, dove vengono esposti i 111 prodotti più iconici della moda.

Insomma, non solo la sua raffigurazione rappresenta l’essenza newyorkese al pari della Statua della Libertà o dell’Empire State Building, ma ha raggiunto il cuore di tutto il mondo, diventando forse l’oggetto più democratico di sempre.

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