Featuring internazionali: quando, come e perché nascono?

Articolo di

Riccardo Primavera

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Enrico Rassu

Gucci Mane, Lil Baby, J Balvin, Gunna, Central Cee, ma anche OG Maco, Luciano, Ninho, IDK, Sofiane: negli ultimi anni l’elenco delle collaborazioni internazionali dei rapper italiani si è fatto particolarmente cospicuo. Vuoi per la costante crescita del genere nel mercato nostrano, vuoi per le innumerevoli facilitazioni offerte dall’evoluzione dei social, sono sempre più frequenti i ponti che collegano il Bel paese ai mercati esteri, nonostante la barriera linguistica. Ma cos’è che spinge un artista a voler realizzare una collaborazione con l’estero? È una mera soddisfazione personale, o c’è una strategia discografica ben precisa dietro? Si lavora alla promozione anche sul mercato estero corrispondente? Com’è, all’atto pratico, la lavorazione del brano?

Per rispondere a queste e ad altre domande, e per cercare di capire cosa davvero rappresentino queste collaborazioni per la scena italiana, abbiamo fatto un paio di domande a Ciro Buccolieri e Chryverde. Il primo, CEO di Thaurus, ha lavorato ad alcuni dei progetti dalle ambizioni più internazionali che la scena italiana abbia visto – Sfera Ebbasta su tutti -, e ha una conoscenza diretta e approfondita di determinati meccanismi. Il secondo, produttore di buona parte di “Medioego” di Inoki, ha creato da anni un legame con gli States, realizzando collaborazioni con nomi quali Keenon Rush e OG Maco.

“Bisogna partire da un assunto, da un presupposto di base: non esiste una linea guida valida per tutti. Bisogna valutare varie situazioni, dipende soprattutto dall’artista italiano coinvolto”. Ciro mette subito in chiaro che non c’è una formula magica da cui partire, ogni featuring internazionale ha una storia a sé. “Ci sono due grossi tipi di scelte che tu fai: una è quelle che fai per cercare di aprirti un mercato internazionale, l’altra è per coronare un obiettivo dell’artista, farlo collaborare con qualcuno che l’ha ispirato, che gli appartiene come riferimento”, continua poi, facendo una prima, importantissima differenziazione. Una scelta simile a quella che ha guidato Chryverde nel suo approccio con il mercato statunitense: “nel mio caso era la scelta di un artista al 100% indipendente di aprirsi più strade, tra cui una negli Stati Uniti”.

Il motivo di un featuring internazionale, quindi, è da cercare all’interno degli obiettivi di ciascun artista. “Dipende dal tipo di artista di cui parliamo. Se ha un’iconografia, un linguaggio, un sound esportabili all’estero, valutare un featuring internazionale serve, perché ti permette di andare ad attaccare altri mercati e crearti un pubblico anche all’estero. Nel secondo caso, invece, non lo fai per aprirti un mercato ma per coronare il tuo status sul mercato italiano, prendendo il tuo “corrispettivo” estero. Non è una questione di ego, ma di posizionamento di mercato”. Per Chryverde c’è un altro elemento di fondamentale importanza, “è essenziale avere una persona di riferimento a livello discografico che sia di base lì, e che conosca quindi bene il mercato”.

Una volta capito il perché, si passa al chi, cioè all’artista da coinvolgere. “L’artista con cui collaborare si sceglie a seconda di diversi criteri. Si sceglie se c’è rispetto reciproco, se gli artisti si conoscono e si sentono, e quindi nasce naturalmente; l’ho visto succedere diverse volte. Si sceglie perché magari quell’artista è, a livello di importanza sul suo mercato, il corrispettivo dell’artista italiano, e quindi si crea una sorta di “gemellaggio”. Oppure si sceglie perché può essere adatto ad aprirti un mercato e posizionarti sul mercato estero”, spiega Ciro.

Lavorando in maniera totalmente indipendente, Chryverde si è mosso seguendo un altro sentiero: “ho scelto gli artisti con cui ho lavorato conoscendoli di persona e creandoci un rapporto: volevo che fosse chiaro che stavo costruendo delle fondamenta importanti, non casuali”. Un approccio che, in realtà, torna subito anche nelle parole del CEO di Thaurus, a confermare quanto questo tipo di rapporto reale possa fare la differenza. “Se il progetto è fatto bene, c’è sinergia a livello comunicativo anche da parte dell’artista estero coinvolto, altrimenti rimane uno sfizio fine a sé stesso. Una collaborazione internazionale è ben riuscita quando anche l’altro nome coinvolto è soddisfatto del risultato e spinge il brano, a quel punto c’è tutto un altro tipo di percezione da parte del pubblico. Più che investire in termini economici, dev’essere l’artista coinvolto a scommettere sulla collaborazione e promuoverla”.

Come si entra in contatto con i team di superstar del calibro di Quavo, Future, Steve Aoki, J Balvin? “Ora è diventato molto più facile entrare in contatto con i team degli artisti stranieri, grazie soprattutto ai social network e all’accessibilità delle classifiche pubbliche: tutti possono vedere immediatamente chi sei e che tipo di risultati hai costruito. Oltre ai semplici numeri, io mando sempre una presentazione dell’artista e del suo percorso, in modo da dare un’idea di ciò che rappresenta che vada oltre i semplici numeri”. Non solo numeri, quindi, ma anche professionalità: da questo punto di vista, l’esperienza di Chryverde è molto simile a quella di Thaurus.

Lì è molto importante presentarsi con un team e delle figure professionali: a prescindere dai numeri che fai, la serietà con cui ti presenti è il fattore che fa la differenza, e lì c’è una formazione diversa, non ci si improvvisa manager. Lì l’artista fa l’artista e il manager il manager, gli accordi li firmano i manager, la musica la fanno gli artisti”. Una volta trovato l’accordo, è il momento di pensare alla musica. E quella, gran parte delle volte, nasce a distanza. “Nel 90% dei casi tu gli mandi il pezzo che gli vuoi proporre, e insieme mandi anche il testo, tradotto nella loro lingua – in modo che capiscano qual è il tema del pezzo. Qualche tempo dopo ti mandano indietro la loro strofa, a quel punto si fanno un paio di videochiamate per limare i dettagli e finalizzare il tutto.

In altri casi è anche capitato di beccarli di persona e andare a lavorare in studio insieme, sia con rapper che con producer. Generalmente però si parte sempre da un tuo pezzo, e poi ci si lavora insieme”. Il grosso si fa quindi dai rispettivi paesi, anche se per Chryverde il vero gamechanger è rappresentato dalla possibilità di muoversi nell’altro paese, che nel suo caso sono gli U.S.A. “Andare lì a fare musica si può fare con qualsiasi budget, che sia incredibilmente cheap o super lussuoso. Essere lì cambia tutto: conoscere le persone, le figure professionali, i locals, le piazze d’incontro. Devi vedere da vicino quello che funziona, da qui non puoi capirlo. Se non si ha il budget di una major, ha senso investire dal basso, coinvolgere le persone”.

Già, i budget. Anche volendo parlarne, è impossibile però quantificare una cifra esatta, o anche solo indicativa, necessaria a concretizzare un featuring internazionale. “Difficile dirti qual è il budget necessario, c’è uno spettro così ampio di artisti con cui abbiamo collaborato che non c’è una cifra unica. Dipende dal tipo di coinvolgimento dell’artista: ci sono stati casi in cui abbiamo realizzato collaborazioni con superstar mondiali gratis, accordandoci solo con le royalties, mentre in altri casi artisti anche più piccoli hanno voluto – giustamente – la loro fee. Si tratta di lavoro e va considerato come tale, quindi devi rispettare lo sforzo e il tempo degli altri”. Quali sono, invece, gli effetti? Qual è l’impatto che un feat internazionale ha? Ma soprattutto, quanto cambia l’impatto tra quello nel paese di provenienza e quello nel paese estero?

“Il tipo di ritorno dipende. Di solito il feat internazionale è un po’ una “sensation” quando l’annunci, ma poi purtroppo, in Italia, il pubblico non capisce le lingue; anche se l’artista ti ha lasciato una gemma di strofa in inglese o in spagnolo, il pubblico non la capisce, e il pezzo finisce di streammare meno di brani con featuring nazionali. Di solito va così, tranne nei rari casi in cui la collaborazione sia una hit – anche a prescindere dal featuring; non è il feat a farti svoltare il brano, lo arricchisce, ma il quadro generale dev’essere ben impostato già di suo”. Per Ciro, in sostanza, l’obiettivo di collaborazioni simili non risiede negli stream – numeri alla mano, infatti, le sue affermazioni non posso essere smentite.

Nell’ultimo disco di Capo Plaza, ad esempio, i brani con Gunna, Lil Tjay e Luciano hanno totalizzato meno ascolti di quello con Sfera Ebbasta; nel disco di quest’ultimo, invece, “Tik Tok” con Marracash e Guè Pequeno ha accumulato più stream delle collaborazioni con Future, Offset e Steve Aoki. Diverso il discorso per “Baby” con J Balvin, che indubbiamente appartiene ai “rari” casi di cui parlava Ciro. Da indipendente, per Chryverde le collaborazioni internazionali hanno un peso specifico diverso, più da insider: “in Italia ha sicuramente un ritorno dal punto di vista del modo in cui ti percepiscono gli altri artisti e i tuoi colleghi, non tanto il grande pubblico; devi però essere bravo a raccontarla come esperienza, a mostrarla anche sui social”.

L’impatto sul mercato estero è invece un’altra storia. Secondo Chryverde, è strettamente legato al tipo di lavoro che si fa, ma non in termini di ascolti: “senza aver fatto grandi attivazioni, è impossibile parlare di riscontro sul mercato estero. Piuttosto si crea un network che si può far fruttare sul lungo termine, è quella la chiave”. Diverso è il punto di vista di Ciro: “sul mercato estero aiuta a definirti, a far capire chi sei a chi ti ascolta dall’estero. Non per tutti è però possibile aprirsi un mercato all’estero, dipende molto dal tipo di artista. Se hai un sound melodico è più facile aprirsi all’estero, anche se non capiscono le parole, oppure se sei qualcuno con un immaginario estetico particolarmente forte: vedi Jack Harlow che è impazzito per Taxi B, o Sfera con J Balvin, o Noyz, che è molto apprezzato da diversi rapper americani. Potrei farti svariati esempi in realtà, ora i mondi sono molto più vicini. È però difficile che un pezzo italiano spopoli all’estero, anche se c’è una collaborazione internazionale, tranne rarissimi casi. A parte sul territorio europeo, le collaborazioni estere aiutano proprio a definirti sul mercato, è quello l’obiettivo principale”.

A giudicare da queste parole, la strada per esportare il rap italiano all’estero, con l’obiettivo concreto di conquistare mercati stranieri, è ancora lunga. Il sentiero, però, sembrerebbe essere quello giusto, e successi come quello di “Baby” sembrano confermarlo. D’altronde, il primo posto dei Maneskin nella Top 50 Globale di Spotify sembrerebbe essere un buon auspicio; sarà un caso, però, che il brano che ha ottenuto questo traguardo non sia cantato in italiano, ma in inglese?