Interviews

Fedez e Luis: i migliori falliti d’Italia

Articolo di

Claudio Pavesi

Production

Outpump Studio

Producer

Roberto Penna / Jessica Longhi

Art Director

Alessandro Pellegrino

Photo

Antonio Dicorato

Digital assistant

Gill Cesaria

Light assistant

Francesco Colombo

Video

Amedeo Zancanella

Video assistant

Samuele Pizzolato

Stylist

Francesca Cavalcanti

Stylist assistant

Giorgia Massaccesi

MUA

Gaia Dellaquila

MUA assistant

Giacomo Marazzi

Special thanks to

LUISAVIAROMA e TheDoubleF

Quando è stato proposto a Fedez e Luis di realizzare una copertina digitale e relativa intervista interamente sul tema del fallimento, non ci si aspettava una risposta necessariamente positiva: è una di quelle cose che balenano nella mente e vengono proposte con la leggerezza che solo chi sa di venire respinto possiede. E invece i due conduttori di Muschio Selvaggio hanno detto sì, una conferma decisa e appassionata che era sinonimo di voler affrontare una situazione diversa dal solito e quindi curiosa, seppur rischiosa. Ma non è questa la sintesi di Fedez e Luis? Entrambi, seppur con modi e mezzi completamente differenti, si sono sempre lanciati in iniziative particolari, talvolta apparentemente impopolari, salvo trasformarle poi in successi. A loro, questa leggerezza di cui sopra, viene naturale: è un modo di affrontare iniziative, proposte lavorative e non, progetti che in caso di fallimento farebbero più rumore di molti successi, considerando la loro posizione. Per questo motivo, andare incontro a queste dinamiche con leggerezza è l’unico modo per gestire una delusione.

D’altronde i fallimenti sono alcune di quelle esperienze che ci fanno crescere e migliorare: un brutto voto a scuola, una porta in faccia in fase di colloqui lavorativi, una sconfitta sportiva, una delusione sentimentale sono solo esempi di fallimenti che possono distruggere una persona, come ricostruirla da zero. «È strano provare a pensare ai primi fallimenti – inizia Luis – di sicuro è stato qualcosa di scolastico. A scuola si fallisce in continuazione». Non per tutti è facile trovare un momento preciso, tranne per Fedez «Io te lo so proprio dire: gara di orientamento, l’orienteering, a scuola. Tutti i ragazzi trovavano quella bandierina maledetta e io ero l’unico pirla che non ci riusciva. Dai Luis, dinne uno preciso però. Non ci credo che tu non ricordi un fallimento specifico». «Qualsiasi cosa relativa allo sport. Fallivo e la buttavo pure in caciara, come si dice a Bologna. O a Roma. Vabbè, in tutta Italia. Poi fortunatamente ho scoperto il sollevamento pesi e ho potuto dedicarmi a uno sport in cui non fossi pessimo».

Ricordarsi i primi fallimenti è facile, quasi divertente, perché ormai sono momenti lontani nella nostra memoria e non sentiamo particolare dolore nel riviverli. Ormai la ferita è totalmente chiusa e si intravede solo una cicatrice in controluce che quasi ci fa sorridere, ripensando a quanto dolore ci ha causato sul momento e quanto ci sembri una piccolezza ora. Le ferite fresche, invece, fanno male. «Non posso dirti realmente l’ultimo fallimento perché noi falliamo costantemente. Ogni progettino che facciamo assieme – continua Luis – include tantissimi fallimenti, come sempre accade per qualcosa che funziona. Anche Muschio Selvaggio è un tentativo e un fallimento. Abbiamo puntate che, essendo fallite, non sono mai uscite». Da qui prosegue Fedez. «La puntata con Gabriele Salvatores è un fallimento. Letteralmente una delle più belle puntate che abbiamo mai realizzato e i microfoni erano spenti, quindi abbiamo messo tutto online con l’audio registrato dal Mac. Una roba inascoltabile».

I fallimenti succedono ma è come si reagisce che spesso varia ancora di più nel corso degli anni. «I primi fallimenti sono scoraggianti, ora invece sono parte della giornata. Magari il fatto di non aver trovato la bandierina ha fatto perdere a Federico la strada dell’orienteering, e non è un caso dato che si perde costantemente. Ora invece ci convivi, perché non puoi credere di potercela fare sempre. Noi faremo tra i dieci e i quindici progetti all’anno e se ne vanno bene tre è un successo. Molti ne fanno uno, vanno all-in, e se va male restano a piedi». La visione di Luis è molto zen e positiva, per questo motivo è ancora più interessante vedere la contrapposizione di Fedez. «Il fallimento prevede che poi ci sia un obiettivo da perseguire, dei sogni da realizzare. Io nella vita ho compreso che non ti devi scegliere un sogno, ma un problema. Qualsiasi cosa, qualsiasi sogno è fonte di problemi, quindi bisogna scegliere quelli per cui vale la pena sbattersi». «Bravo. E non esistono problemi, ma solo soluzioni. Secondo Luis Saaaal». «Ecco, secondo Luis Sal, secondo me no. Io credo esistano più problemi che soluzioni». «Come dice il nostro amico astronauta Luca Parmitano: se un problema non ha soluzione, è un dato di fatto e bisogna prenderlo come tale». Chiude quindi Luis.

Fedez e Luis hanno raggiunto ormai uno status quasi irraggiungibile in Italia, essendo due persone che possono dire di avercela fatta con ciò che più amano fare. I video che hanno lanciato Luis gli hanno permesso di lavorare e collaborare con praticamente chiunque lui desiderasse, mentre Fedez ha riempito San Siro, raccolto più fondi di chiunque in occasione della pandemia di COVID-19 e da sempre dice quello che vuole sui social, nonostante abbia un seguito maggiore di qualsiasi programma sulla televisione nazionale. Per questi e mille altri motivi, Luis e Fedez sono esempio di successo per tante, tantissime persone che li usano come metro di paragone. «Io non ho un reale metro di paragone per capire se una cosa che faccio è un successo o un fallimento. Ritengo che un progetto sia un successo nel momento in cui mi sono divertito, – dice Luis seguito dall’approvazione di Fedez – mentre il fallimento è dato da qualcosa di pragmatico, anche sul lavoro, come la perdita di un cliente, del pubblico o del prodotto, ma già dal momento che l’hai fatto, qualcosa è successo». E se qualcosa quindi diverte ma porta alla perdita di pubblico o clienti? «È un successo lo stesso» dicono entrambi all’unisono. «Mi piace sempre citare questo scrittore, Luis Saaal, che nel suo libro parla di Luismo, e dice di mirare a cosa sta succedendo, non a cosa è successo».

La mentalità di Luis è straripante e contagiosa, lo si nota a ogni parola, ogni uscita, ogni movimento. Questo suo positivismo cosmico ha conseguentemente contagiato anche Fedez. «Io non ho mai avuto questa mentalità, l’ho presa da lui. Vengo dalla musica, dove i numeri sono essenziali ma anche dei gagliardetti da mettere sul petto. Ora sto cambiando. Ho un disco da far uscire, eppure non mi preoccupo minimamente di come andrà perché il viaggio per farlo è stato una figata. Sono certo che questa cosa si percepirà anche da fuori».

A proposito di nuova musica, Fedez ha scelto di legarsi a Dargen D’Amico per il suo prossimo progetto musicale, una scelta che, quando viene raccontata, mostra tutte le sfaccettature umane, professionali e psicologiche toccate nel corso di queste righe. «Lavorare con Dargen è stata la mia salvezza. Non ci siamo rivisti per motivi di lavoro, sia chiaro. Semplicemente l’ho rincontrato dopo anni, senza mettere mano sulla musica, poi abbiamo lavorato sul nostro rapporto per fare in modo che la musica uscisse naturale, libera. Così è stato. Consiglio a chiunque di lavorare con lui perché è un’esperienza. Lavorare con gente che ti ispira serve solo a crescere». «È la tua musa». «In un certo senso. È un’esperienza per entrambi. Sul nostro progetto può mettere cose che sui suoi lavori non metterebbe e questo va al di là della musica. È un lavoro folle per alcuni punti di vista, pragmatico per altri, con risvolti musicali inaspettati».

Più passa il tempo, più le interazioni tra Fedez e Luis diventano rapide e spontanee, mostrando come siano due persone diametralmente opposte che però hanno imparato a convivere con le mentalità altrui, fino a completarsi perfettamente. «Federico per me è un case study. È spesso negativo e le cose che solitamente ti tagliano le gambe sono la sua forza motrice. Rappresenta l’opposto di come normalmente le persone dovrebbero pensare per avere successo». «Al giorno d’oggi tutti dicono che se pensi positivo, attrai positività. Per me – prosegue Fedez – è una cazzata. Mica funziona solo per me. Pensa a Bukowski, che a fine vita era serenissimo. Diceva e faceva cose orrende, ma totalmente in pace con sé stesso, diventando così il simbolo della beat generation. Eppure non ha mai pensato positivo».

«Più che consapevolezza di essere positivi e negativi, il vero traguardo nella nostra vita è l’incoscienza. Se Federico pensasse ogni volta al fatto che ogni sua storia è vista da 3 o 5 milioni di persone, non farebbe più storie su Instagram. Le ripercussioni di una foto sbagliata, di un’uscita fuori posto, sono enormi, e se ci pensi troppo non ti esponi più. Chi non fa, non sbaglia». Le parole di Luis sono sacrosante, infatti lui e Fedez sembrano spesso in grado di non prendersi troppo sul serio. Si potrebbe pensare che l’incoscienza possa essere anche uno scudo per l’ansia, un metodo per affrontare la tensione e le preoccupazioni di chi ogni giorno ha molto per le mani. «No, per niente», secondo Fedez. Poi prosegue Luis: «Quella rimane, ma a volte serve. Ad esempio quando ho fatto San Siro…» «Quando hai fatto San Siro?» «Non lo so, credo mai, era per mischiare le voci. Ora chi legge si sta confondendo su chi sia Fedez e chi Luis».

Poi Luis diventa piuttosto serio: «Ogni problema, al di là della salute, il più delle volte è una cazzata». «Ciò non toglie però la possibilità di lamentarsi, che è sacrosanta anche se non stai cambiando il mondo. Credo – continua Fedez – che vadano ridimensionate le aspettative rispetto agli obiettivi: c’è il contrappasso di raggiungere il traguardo su cui ci sono un sacco di aspettative e anche questo può produrre ansia. Se riesci a convivere con la consapevolezza che gli obiettivi che ti dai non avranno mai il sapore che credi abbiano, allora puoi convivere più facilmente anche col fallimento». Il discorso delle aspettative fa trapelare perfettamente quanto i due caratteri in questione siano vicini e lontani. Un elemento in comune ne nasconde in realtà cento diversi. «Noi affrontiamo tutto il resto diversamente ma ciò non è sorprendente. A proposito di aspettative – ci tiene a ribadire Luis – molte persone pensano che altre si frequentino perché sono uguali. Non è così, ed è un problema loro. Per questo Muschio funziona, perché se viene Feltri ospite non abbiamo il sangue amaro. Anzi, magari mi sta pure più simpatico di altri che teoricamente gli dovrei preferire». «Questo lo ha detto Luis Sal, ci tengo a dirlo. A parte tutto, sì, non ci vogliamo mai privare di un dialogo appunto per quel discorso di cui sopra».

«La verità è che Muschio funziona quando funziona tra di noi». Fedez esegue un colpo di tacco per un assist perfetto. Mentalità diverse o simili che siano, due persone dovranno sempre avere dei duri confronti prima o poi, specie se tengono a qualcosa che stanno portando avanti di comune accordo. In un certo senso, come in una relazione. «In un periodo abbiamo scazzato e le puntate erano meno efficaci. Il pubblico magari non lo nota subito, noi sì. Parliamo di due o tre puntate. Una è quella con Breaking Italy. Eravamo anche stanchissimi perché avevamo girato tre puntate in un giorno, ma si notava anche quanto poco noi volessimo parlare e interagire. È uscita una puntata meno bella del solito per colpa mia».

La dinamica degli opposti è particolarmente visibile nella volontà di esporsi, una tematica fondamentale per dei personaggi pubblici, specie per chi è coinvolto non solo nel proprio settore, ma anche in dinamiche sociali e di base socio-politica. «Io tengo il mio privato sempre privato – precisa Luis – si sa pochissimo di me, ma è da un anno che ho questa esposizione, quindi sto ancora imparando come si fa. Se uno è un matto, può scoprire tante cose di me, ma tendenzialmente centellino molto il mio privato e al momento sono riuscito a sfangarla». «Anche io, come Luis. Scherzi a parte, è capitato di farla fuori dal vaso o di pentirsi. Si affrontano le conseguenze e si impara». Dopo queste parole di Fedez, Luis prosegue analizzando l’altro lato dello schermo, ovvero l’utente. «Credo che alle persone importi fino a un certo punto di te, e di conseguenza dimenticano rapidamente. Io spero davvero che chi si offende su internet, abbia anche di meglio da fare, altrimenti è preoccupante. Noi non siamo così importanti». «Io spesso nelle polemiche mi ci ritrovo. Se rispondo – continua Fedez – è perché mi diverte o mi importa, nonostante mi stia buttando nella melma. Ma questo perché fondamentalmente nella melma mi piace stare».

«Questa è la vita che uno si sceglie, e bisogna affrontarne le conseguenze. Se vuoi giocare al Monopoli, devi rispettarne le regole». La voce di Fedez è particolarmente ferma e risoluta nel dire queste parole. «Quando esco a Bologna con i miei amici, alcuni mi chiedono se mi dà fastidio che mi fermino per strada – continua Luis – in realtà no. Se davvero non vuoi averne a che fare, stai a casa. Anche in questo caso io e Federico abbiamo approcci opposti, ma a volte riesco a inquinarlo. L’altro giorno l’ho portato a Bologna e abbiamo fatto una bellissima serata in giro, senza security o assembramenti di sorta. Si può fare».

Luis tende spesso a rimarcare come la sua mentalità e quella di Fedez siano diametralmente opposte, ciò nonostante la loro amicizia appare davvero sincera anche fuori dal set. Il loro rapporto nel pomeriggio che hanno speso in nostra compagnia è davvero quello che si vede in tante compagnie di amici, quelle in cui c’è gente che si conosce da una vita e rimane in stretto rapporto seppure, crescendo, le divergenze di carattere e di passioni siano ormai enormi. In queste dinamiche, il rapporto funziona perché «Tra di noi non ci sono cazzate», come dice Luis. Ciò diventa particolarmente importante quando all’amicizia si aggiunge il lavoro, una combinazione che storicamente ha fatto più vittime che prigionieri. «Può suonare male, ma prima ci siamo frequentati, come in una relazione, conosciuti umanamente. Poi è nata la collaborazione creativa», racconta Fedez. «Esatto. – continua Luis – Nel 2017 un fan mi disse che Fedez aveva iniziato a seguirmi, quindi l’ho seguito anche io. Poi lui mi ha scritto e mi ha detto di beccarci una volta in cui sarei salito a Milano. Ovviamente non ci siamo mai beccati. Pensavo finisse lì, ma Fede mi invitò al suo compleanno. Quello fu il nostro primo incontro, che come vedi non ha nulla di professionale». «Luis mi regalò un cappellino bellissimo che ora non trovo più». «Il solito ingrato. Dopo ci siamo sentiti e abbiamo avuto qualche approccio qua e là, molto sporadico però. Abbiamo fatto un video musicale assieme, ma nulla di più. Infine abbiamo deciso, quasi a caso, di concepire Muschio. Da lì in poi sono diventato “l’amico di Fedez”».

«Muschio Selvaggio ha rafforzato la nostra amicizia ma in realtà può solo minarla», continua Fedez. Più tempo passano assieme sul set, più il livello di empatia tra Luis e Fedez cresce, le battute aumentano e gli inside joke si mischiano alla serietà. «Unire lavoro e amicizia non è mai facile. Il fatto è che Muschio non nasce come lavoro e non è fonte di sostentamento per nessuno dei due. Per questo è un impegno che affrontiamo diversamente».

«Federico è un po’ dipendente dal lavoro, quindi se non fosse stato per Muschio, ci saremmo visti molto meno, probabilmente». Il punto esposto da Luis è quello che colpisce tante persone nel mondo del lavoro, specie post pandemia. C’è sempre tempo per organizzare delle call, ma poco per incontrare gli amici, e Muschio Selvaggio sembra essere una bella scusa per unire i calendari e passare tempo assieme. «Il podcast ci aiuta perché fare delle chiacchiere con persone anch’esse molto impegnate come sono i nostri ospiti non sarebbe possibile al bar o in piazza. È un modo per invitare gente nel nostro salotto». Finito il discorso di Luis, Fedez chiude con un punto molto interessante. «Durante la pandemia è stato fondamentale perché io probabilmente non avrei parlato con nessuno, a me serve per rompere l’asocialità». A dimostrazione che una situazione come quella del lockdown ha colpito ovviamente tutti dal punto di vista mentale e psicologico, indipendentemente da status e condizione.

Muschio Selvaggio sarà nato anche come un ideale punto di incontro tra amici, ma nel tempo è diventato un progetto multimediale sempre più rilevante e, per questo motivo, non può essere organizzato in maniera dozzinale, specie se dietro ci sono due persone come Fedez e Luis, ovvero uomini sì creativi, ma anche due individui meticolosi e orgogliosi nel mostrare pubblicamente il proprio lavoro. Ciò detto, come potrà evolvere un progetto così ambizioso, fatto anche di incastri di calendario e uscite cadenzate, con la crescita delle loro figure, dei loro impegni primari e del ritorno ai live? «Boh. Forse non lo faremo più!» Esclama Fedez. «È una macchina da rodare, perché siamo dell’idea che o si porta avanti al meglio, o si chiude. Ad oggi, 29 settembre, abbiamo registrato solo una puntata della prossima stagione e siamo nella merda. Ciò nonostante, le nostre vite non dipendono da Muschio, quindi siamo tranquilli. Il 20 settembre scorso eravamo già partiti, ora siamo molto più indietro, ma fa niente. Quando saremo pronti, partirà. È un ambiente anarchico e confuso. Credo sia il suo bello, infatti non riusciamo a strutturarlo lavorativamente parlando perché quando diventa troppo professionale, sia io che Luis ci irrigidiamo. Deve rimanere anarchico. Ovviamente abbiamo degli obiettivi e stiamo lavorando in tal senso. Abbiamo progetti di evoluzione abbastanza importanti, vogliamo che nei prossimi uno o due anni diventi qualcosa di ancora più grande, ma senza fretta». 

Parlando della gestione di Muschio, ci ricolleghiamo quindi a quanto si diceva nelle prime righe, del modo che questi due ragazzi hanno di vivere situazioni quotidiane, contemporaneamente serio e scanzonato. La crescita e l’esperienza, così come l’aver convissuto con qualche fallimento, hanno aiutato Fedez e Luis a sviluppare questa mentalità. A proposito di crescita, col passare del tempo si matura, si cambia e si finisce anche per modificare gli obiettivi con cui si è cresciuti. «Non ci siamo mai confrontati su questo. Io – rivela Luis – giro sempre con un’agendina in cui programmo presente e futuro, quindi posso controllare i miei obiettivi in ogni momento, ma so che è in evoluzione costante. Vengo da una famiglia di creativi e volevo fare il serio e imbottonato. Sognavo di fare l’imprenditore che ha studiato economia per poi aprire un’azienda e investire. E invece ho finito a fare il creativo». «Io vengo da una famiglia normalissima e quasi per caso ho finito per fare musica. In realtà credo che l’indole di una persona venga sempre fuori, indipendentemente dal contesto in cui cresce. – dice Fedez – Non so dire come sia cambiato il mio modo di affrontare i progetti lavorativi crescendo, non riuscirò mai a dirti “devi sapere che la mia arte è questo e quello…” perché è autoreferenziale. Di certo ho cercato di eliminare il concetto “faccio della mia passione un lavoro e non lavorerò mai” che è una delle più grandi truffe mai raccontate. Farlo vuol dire ammazzare la passione. Quello che ho fatto io è stato fare altri lavori che mi sostentassero così da essere totalmente libero sulla sfera creativa. La mia vita ora non dipende economicamente né dalla musica né da Muschio Selvaggio, quindi posso permettermi di fare il cazzo che voglio da entrambe le parti. Questa è la vera libertà artistica. Al giorno d’oggi non sei mai davvero limitato da nessuno nella musica, ma ho visto che molti artisti ragionano come ragionavo io. Magari non fanno una specifica canzone perché temono che il pubblico non capisca il progetto, e dinamiche simili. Così rischi solo di lavorare male. Se non dipendi più da quel sistema lì, almeno eviti di dover fare ogni estate il pezzo reggaeton, ad esempio».

Interessante è vedere come differisce il background del mondo musicale, fatto di numeri e sistemi preesistenti, con quello di YouTube che punta sì sui numeri, ma con pratiche e usi che fino a pochi anni fa nemmeno esistevano, come appunto fa notare Luis. «Io quella dinamica non l’ho mai frequentata. Ho preso subito YouTube come un gioco e sapevo che avrei fatto altro per lasciare YouTube libero da ogni vincolo. Sul mio canale non ho pubblicità, per cui ci faccio tutto ciò che voglio e mi pago le spese lavorando dietro le quinte. Per questo motivo, ai miei occhi ce l’ho fatta già. Anche perché, come dicevamo, se non ti diverti è un fallimento».