G.bit è un inguaribile ottimista, dovremmo imparare da lui

Articolo di

Greta Scarselli

Esce oggi il primo album ufficiale di G.bit, si intitola “Tilt!” ed è composto da 12 tracce che ci svelano pian piano i lati dell’artista che non conoscevamo.

Più si scava, più si scopre. Ma ciò che vuole dirci è semplice: nonostante la vita sia piena di difficoltà, non abbiamo scuse per non sorriderle quando è lei la prima a farlo.

Parlando con G.bit abbiamo capito che è un inguaribile ottimista, pronto ad accogliere il mondo a braccia aperte, per poi stupire e lasciare l’impronta. Ci ha spiegato da dove deriva il tilt che ha portato alla creazione dell’album, le difficoltà, l’importanza dei live e l’attitudine giusta per arrivare in cima.

Sappiamo che sei nel mondo dell’arte da tempo: prima ballando, ora rappando. Come ti sei avvicinato alla musica?

“Mi ci sono avvicinato veramente da piccolo, avrò avuto 9/10 anni. Avevo visto a Spezia un’esibizione di danza al parco. Io ero piccolissimo ed ero rimasto entusiasta, quindi mi sono iscritto in quella palestra e da lì è nato tutto. Ricordo che il corso si chiamava hip hop punk. Poi crescendo chiaramente con le prime amicizie, i primi contatti, ho mosso i miei primi passi nella musica e in età più adolescenziale, verso i 16 anni, ho trasferito tutto verso il rap.”

“Yuppi”, pubblicato un anno fa, era un brano già ben studiato e con una produzione curata da Pankees. Qual è il percorso che ti ha portato alla realizzazione di quel primo singolo?

“Quello è il primo vero singolo da quando sono partito, prima c’erano state delle canzoni. Ero all’interno dell’ambiente, ma non avevo ancora iniziato con un vero progetto. “Yuppi” è stata la prima mossa, mi ero trasferito a Milano già da due anni e avevo conosciuto Pankees, un po’ di ragazzi, e da lì ho detto partiamo. Ho iniziato a gennaio a dire partiamo e “Yuppi” è uscita a settembre, quindi ho avuto un bel po’ di tempo per organizzare tutte le idee. In estate lavoravo ancora, ho preso due settimane di ferie e sono sceso a Spezia per girare il video.”

Quando hai iniziato sembrava tutto un gioco, ma ha preso subito piede. Ti aspettavi quel successo al primo brano uscito?

“In realtà no. Ho aspettato tanto a uscire, quindi quando ho pubblicato il singolo avevo le idee ben precise in testa e volevo macinare. Però così velocemente no, era impossibile immaginarlo. Infatti all’inizio era anche abbastanza difficoltoso perché è stato più di quello che mi aspettavo e durante i quattro i mesi in cui continuavo a lavorare la situazione si era fatta molto impegnativa.”

Il tuo mood super happy può far pensare alle persone che per te sia stato tutto semplice, ma per arrivare in alto la salita c’è sempre. Qual è stato il più grande ostacolo?

“Ti dico, per la situazione in cui ero la mia più grande difficoltà era riuscire a trovare l’energia, sia fisica che mentale, per partire con il progetto. Sentivo di avere le capacità e le potenzialità di farlo, però non ero nella situazione adatta per farlo e questo mi ha fatto soffrire tanto, ma è stata poi anche la carica giusta per far partire tutto. Chiaramente dopo “Yuppi” non è che è stato semplice, c’è stato un bel lavoro dietro, però sono soddisfatto di come è andato tutto il percorso.”

La tua immagine di artista è completa a 360 gradi. Qual è secondo te l’elemento più importante del tuo personaggio?

“Credo la personalità – barra carattere – che emerge sia dal lato musicale, quindi dalla canzone, sia dal lato estetico, video e performance live. Ecco, punto molto sul live, è il lato che mi piace di più. Sentire proprio l’energia delle persone e dimostrare che comunque so fare il mio sopra il palco. È quello su cui punto di più e per adesso anche la musica è stata incentrata molto su quello. Con questo album ci sono più sfaccettature che magari, ecco, non erano ancora uscite, a completare il quadro.”

A proposito dei live, ti abbiamo visto salire sul palco del Nameless completamente ricoperto di blu. Hai mai avuto paura che il pubblico non capisse questo tuo carattere estroso?

“Non è paura, chiaramente è dire bo vediamo come la prendono. Anzi, è quella curiosità che mi fa dire dai andiamo al Nameless coperto di blu e vediamo come reagisce la gente, poi la gente ha reagito bene. Da quando sono piccolo sono sempre stato fan dei concerti, ho sempre preso macchine, treni, autobus per andare in giro per l’Italia o, se si poteva, anche fuori per andare a vedere live e show. Quindi ecco, secondo me se un ragazzo si fa lo sbatti di prendere la macchina, venire al tuo live e sentirti, presentarti sul palco con il microfono in mano e passeggiare mi sembra un po’ troppo poco. A me serve – e cerco sempre di dare – quel qualcosa in più che ti faccia ricordare quello che sei andato a vedere.”

Qual è l’attitudine necessaria per essere dei vincenti?

“Ognuno ha la propria formula, non ce n’è una per tutti quanti. Non guardare troppo quello che fanno gli altri, o meglio, guardarlo ma non farsi influenzare troppo o farsi venire pensieri negativi. E poi farsi cullare, andare avanti con la propria personalità senza rendersi quelli che non si è.”

La tua musica ha dimostrato che essere se stessi è sempre la scelta migliore. Quanto è importante lavorare nell’ottica di ciò che vuole il pubblico?

“Non è importante. Allora, è un periodo abbastanza complesso. L’album si chiama “Tilt!”, perché? Perché il 2018 è stato un anno veramente veloce, è successo tutto rapidamente e non ho avuto il tempo di rendermi conto di quello che sono riuscito a fare. Quando ho avuto quel minimo di tempo per fermarmi e pensare al dopo, ecco, lì sono andato in tilt perché mi sono venute in mente tutte queste cose ma la gente cosa vorrà? Magari devo dimostrare di più? Ma quello andrà? Mi sono venute tutte queste paranoie, fino a quando ho staccato la spina e ho detto fanculo, facciamo quello che voglio fare come ho sempre fatto e ho scritto il disco che volevo. Sono molto soddisfatto.”


La vita è piena di ostacoli, però quando ti dà la possibilità di ridere, lì devi ridere.


Ultimamente sono tutti in fissa con la necessità di un messaggio dietro le canzoni. Pensiamo che finché si tratta di singoli, possono anche esser fatti per divertire, ma dal momento che un artista fa un album significa che ha qualcosa da dire. Cosa vuoi far capire al pubblico con il tuo primo album?

“È giusto. Io non ho la presunzione di voler mandare per forza un messaggio, di dire ecco questo è quello che ti voglio trasmettere. Io faccio musica e spero che la gente ascoltando riesca a capire il messaggio che voglio mandare. Voglio far capire che la musica si può prendere come si vuole. “Fattela una risata che è gratis”, il disco inizia così, cosa vuol dire? Non vuol dire che bisogna ridere sempre nella vita, la vita è piena di ostacoli, però quando ti dà la possibilità di ridere, lì devi ridere. Non puoi privarti di quello. Questo è un po’ il filo di tutto l’album. Poi chiaramente ci sono anche le giornate no e in alcune tracce le ho descritte, quindi ci può essere anche qualcosa di più personale, però il concept è questo: non farti influenzare dal giudizio degli altri, fai quello che vuoi e usa i tuoi punti forti come catapulta per andare avanti.”

Ascoltando “Tilt” si parte da un mood che già conosciamo fino ad arrivare a tracce più cupe che ci fanno capire che dietro c’è anche altro. È stata volontaria la costruzione della tracklist in questo modo?

“È stata volontaria, sì. Inizia con il mood che ho già mostrato, per poi andare su un qualcosa che invece era più inedito, sul finale. Tu incominci sapendo e poi trovi qualcosa di ignoto. Era questa l’idea. Poi appunto, finisce con qualcosa di inedito, quindi poi il proseguo non si sa (ride, ndr)

Il tuo stile è differente da ogni altro, unico. Hai dei punti di riferimento, nella musica e non, che ti ispirano in quello che fai e in quello che sei?

“Non sono una persona che ha dei veri punti di riferimento, non ho mai avuto dei veri e propri idoli. Però sì, nell’arco della mia vita ho avuto un sacco di influenze varie che mi hanno costruito per quello che sono adesso. Non ti so fare dei nomi veri e propri perché sono riuscito a prendere poco da ognuno, di quello che mi piaceva, per poi renderlo mio. Non ho mai avuto un nome che è rimasto per sempre nella mia vita, che dico ecco, quello è la fonte della mia ispirazione.”

Se ancora non lo avete fatto, ascoltate “Tilt!” qui sotto.

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