Interviews

Giovane Fuoriclasse: intervista a Rafael Leão

Articolo di

Gianmarco Pacione

Foto

Pietro Cocco

Stylist

Francesca Ferretti

Stylist assistant

Diletta Accorroni

Retoucher

Alessandra Distaso

Light assistant

Luca Favela

Set designer

Asia Calzà

Set designer assistant

Mattia Ozzy Bellato

MUA

Giacomo Marazzi

Sì, ‘sto blocco mi ha fatto così

Capo Plaza

Difficile trovare una barra più efficace per tratteggiare l’identità di Rafael Leão. È lui stesso a suggerircela implicitamente, seduto su una poltrona reclinata all’indietro, mentre è impegnato a far ciondolare dread che sanno di seta, coolness e retaggio culturale. «La canzone che mi definisce? È difficilissimo, devo pensarci…», aveva detto solo qualche ora prima, passando in rassegna una playlist mentale che negli ultimi tempi non ha fatto altro che ingigantirsi, colorandosi di contaminazioni esterne e, strano a dirsi per uno dei volti di spicco della nostra Serie A, personali produzioni musicali. «Giovane Fuoriclasse, di Capo Plaza». La risposta arriva sotto forma di un tardivo lampo sorridente, di un timido guizzo verbale che porta con sé l’eco di strappi e frenate, di fughe cadenzate e danze palla al piede, di venature rossonere sospinte da un’elegante e inarrestabile forza ritmica.

E il ricordo di Jamaica, decadente bairro affrescato da logoro calcestruzzo e mattoni a vista, sinonimo di casa per l’intera famiglia Leão, fa molto più che accompagnare pensieri, gesti e parole dell’attaccante milanista: li penetra intimamente, tornando e ritornando come un necessario e onnipresente fil rouge, come una preziosa pietra angolare su cui basare ogni scelta, su cui fondare ogni obiettivo, come un originario spirito guida da seguire per rifuggire le illusioni generate da un climax calcistico che, dopo l’abbagliante deflagrazione della passata stagione, sembra non avere più limiti. “Non ricordo quante ore ho passato cercando un finale felice”, recita un altro passaggio chiave di “Escolhas”, concetto che Leão non esita a tradurre in antiche immagini, in aspre cartoline di un passato che non viene evitato o camuffato, ma nobilitato dalla sua sincera testimonianza. «Quando penso a quelle ore, penso ai viaggi con mio padre sul treno. Ero piccolo. Non sapevamo come pagare i biglietti e quel trasporto era l’unico modo per raggiungere i campi di allenamento. Penso a lui che riflette tutte le sere, prima di andare a dormire, cercando un modo per portare soldi e cibo a casa. Il calcio era il mio sogno e, nonostante tutto, la mia famiglia è riuscita a darmi gli strumenti per realizzarlo. È sempre stata al mio fianco. Per questo ora voglio dare la possibilità di vivere serenamente, senza preoccupazioni, a chi ha condiviso con me quei momenti. E sempre per questo tengo i piedi saldi a terra, perché so bene che la fama e il successo sono passeggeri, specie nel calcio, dove un istante sei il migliore e quello dopo sei il peggiore. Bisogna avere il giusto supporto e una grande consistenza mentale. Sono felice di essere quello che sono oggi e di quello che posso fare per la mia famiglia, il finale felice di cui parlo in “Escolhas” è racchiuso qui».

Ma chi è, oggi, Rafael Leão? È uno dei più brillanti protagonisti del Diavolo scudettato, certo, è l’ingrediente segreto e, contemporaneamente, manifesto della sinfonia perfetta di mister Pioli, è il rivoluzionario mix tra raffinata leggerezza e potente ferinità capace d’infrangere la barriera del suono (e della creatività) sulle corsie esterne di mezza Europa. I resoconti da campo, però, sono solo sparuti tasselli del ben più complesso mosaico umano del 17 rossonero. Perché “Rafa”, come lo chiamano dalle parti di Milanello, è molto più di un’armoniosa freccia anatomica prestata ai prati verdi. È un artista e imprenditore a tutto tondo. Basti pensare alla sua seconda identità, a WAY 45, nome d’arte scelto per battezzare una carriera musicale decollata con l’album dal titolo programmatico “Beginning”. Way, come la lunga e tortuosa strada affrontata per giungere nel rarefatto eden calcistico moderno. 45, come il prefisso postale del caotico sobborgo in cui il suo sconfinato talento venne scovato da uno scout di fortuna, affacciatosi alla finestra per osservare un’anonima partita tra ragazzini di periferia. «Ho sempre amato la musica, ma quando sono arrivato in Francia, nella mia prima esperienza calcistica fuori dal Portogallo, ho iniziato ad ascoltarla con molta più attenzione. Compagni di squadra come Ikoné mi hanno introdotto al rap francese. Quelle canzoni mi hanno aiutato ad apprendere una nuova lingua, le ascolto ancora oggi. La passione, nel tempo, è aumentata, così ho deciso di scrivere, registrare e pubblicare le mie tracce. All’interno degli spogliatoi del Milan, nelle settimane successive al lancio del mio primo album, si ascoltava solamente la mia musica… Alcuni miei compagni mi hanno preso un po’ in giro, ma senza cattiveria, tutti mi hanno sempre sostenuto».

Quello con la musica è un legame che non travalica il divertissement, tiene a precisare Leão, quasi dovesse scusarsi di un coraggioso eclettismo che si materializza quotidianamente in ascolti Spotify e visualizzazioni YouTube. Eppure, i suoi testi raccontano qualcosa di molto diverso. Scandendo rime portoghesi su basi che profumano di trap contemporanea, l’alter ego WAY 45 non fa segreto di utilizzare il microfono per confessarsi, per mettere a nudo il suo trascorso, per ispirare e, soprattutto, lasciarsi ispirare da chi della musica ha già fatto il proprio lavoro. Una ricerca multiforme, quella del Leão-artista, che si concretizza in un approccio quasi accademico a flow e mixtape, in ascolti e conoscenze che recentemente hanno attecchito nella scena rap e hip hop italiana, ma che arrivano anche a toccare melodie inaspettate, antitetiche rispetto alle produzioni registrate in compagnia degli amici lisbonesi di vecchia data. «Cerco sempre di ascoltare tutto e tutti. In questo periodo, anche se suona strano, mi capita di riprodurre di tanto in tanto canzoni di Ed Sheeran. Credo sia molto importante conoscere e comprendere altri tipi di cantanti e scene musicali. A Milano ho l’opportunità di entrare direttamente in contatto e stringere legami con tanti artisti: penso per esempio a Lazza, Capo Plaza e Sfera… Non sono solo molto forti, sono anche delle belle persone e sono tutti innamorati del calcio. In futuro mi piacerebbe fare un featuring con questi cantanti, ovvio, ma non so se loro la pensino allo stesso modo… In ogni caso la musica continuerà ad essere un piacere e un momento di condivisione con i miei amici storici, non la vivo e non la vivrò con l’intenzione di guadagnare dei soldi. Non è un lavoro. Per il mio brand, invece, il discorso è diverso».

Un brand, già. Scorrendo la bio Instagram di @iamrafaeleao93 balza subito all’occhio un ruolo, quello di founder, e un tag, riferito al marchio streetwear SON IS SON. “Designed in via Bairro da Jamaica”, cita la rapida introduzione allo shop online, contornata da una serie d’istantanee scattate, tutt’altro che casualmente, tra gli scorci del quartiere che ha accolto i suoi avi, migrati dalle esotiche Angola e São Tomé e Príncipe per stabilirsi nell’europea Portogallo. «Un figlio è un figlio, che abbia 20, 30 o 50 anni. È una metafora. Vuol dire che tu puoi uscire dal tuo quartiere, ma il tuo quartiere non uscirà da te», spiega con una lineare lucidità antropologica il giovane calciatore, alimentando una visione complessiva che insistentemente viaggia a ritroso nel tempo e nelle latitudini, divenendo connubio di impegno sociale, impulso creativo e tributo familiare, «La passione per la moda mi è stata instillata da mio padre. Quando dovevo uscire di casa mi faceva sempre fermare davanti allo specchio, voleva che mi controllassi, che curassi il mio aspetto. Mia madre faceva la parrucchiera, ma era lui a tagliarmi i capelli. Da piccolo li portavo lunghi, ricordo ancora il giorno in cui a scuola mi diedero della bambina, tornai da lui e me li tagliò all’istante. Ora mi continua a ripetere che sto diventando sempre più bello, vuol dire che sto facendo bene il mio lavoro. Ho sempre voluto creare un mio brand e qui in Italia ho la fortuna di poter parlare frequentemente di moda, di partecipare alle fashion week. Passo dopo passo, sto cercando di ritagliarmi uno spazio in questo mercato. Fin dalla prima collezione ho voluto rendere i prezzi accessibili a tutti. Sono consapevole di cosa significhi lavorare duro per guadagnare soldi e sono felice che i miei capi possano essere comprati da chiunque li voglia».

Nobile filosofia che trova riscontro in “Desabafo”, nello sfogo (letteralmente) canoro in cui il singolo binomio Leão-WAY 45 sforna l’emblematica frase “Ora pago le bollette, perché so quanto sono pesanti”. Ciò che non sappiamo, e che forse nemmeno l’astro nascente milanista sa, è dove condurrà questo affollato schema di interessi e progetti collaterali al pallone. Dubbi sterili, che svaniscono osservando i suoi quasi due metri di tritolo cinetico ondeggiare allegramente sul set, trasportati dallo spartito di beat dell’amico rossonero Capo Plaza. Quesiti irrilevanti, che si diradano davanti all’attenzione posta agli outfit e ai set preparati per uno shooting che dovrebbe vedere il classe ’99 come semplice modello, ma che, in realtà, davanti alla sua curiosità finisce per diventare una sessione di aggiornamento professionale. «Ci sono tantissimi legami tra calcio, musica e moda. Sono la mia vita. Voglio percorrere tutte queste strade. E voglio portare avanti le passioni di cui parlo meno, come quelle per la fotografia e i magazine cartacei. Quando giochi e sei bravo guadagni molti soldi in poco tempo, ma so bene che i novanta minuti prima o poi finiranno, non potrò vivere per sempre di calcio giocato. Perciò mi sto aprendo delle porte alternative, legate agli ambiti che mi stimolano di più al di fuori del campo».

Il campo. Nonostante la quotidianità di questo ragazzo dallo sguardo gentile sia popolata da feconde correnti creative del più svariato tipo, il focus calcistico continua a ricoprire nella sua mente un ruolo privilegiato, unico e inarrivabile per la totalizzante capacità pervasiva. Con un titolo tricolore bagnato dalle lacrime alle spalle, un campionato, una Champions League e un Mondiale, il primo, alle porte, Leão è consapevole di non avere tempo per passaggi a vuoto o cali di tensione, sa di camminare in precario equilibrio tra consacrazione e bocciatura, tra lo status di top player e quello di promessa disattesa. Una condizione complessa da gestire, dove fiducia, confronto e continuità giocheranno, come successo nella stagione appena trascorsa, un ruolo fondamentale. «I primi due anni al Milan sono stati difficili, venivo dalla Francia, dove tutto era più piccolo e la vita era molto diversa. Quando arrivi al Milan sai che devi essere un vincente, che molte leggende hanno vestito la tua stessa maglia, conquistando tantissimi trofei. Lo senti e lo vivi immediatamente. Dopo un processo di transizione sono diventato un’altra persona e un altro giocatore. In questo periodo sono stati fondamentali la mia famiglia, mister Pioli e Ibra, che mi tengo vicino tutti i giorni. Zlatan è un esempio, mi ha insegnato l’importanza del chiedere, del rimanere sempre concentrati, anche all’esterno del campo. Parliamo ogni volta che possiamo, non come professionisti o colleghi, ma come uomini. Ora voglio sfruttare tutte le opportunità che ci sono all’orizzonte, voglio essere protagonista con il Milan in Europa e meritarmi il posto nell’undici titolare della Nazionale portoghese. Se poi ci sarà la possibilità di vincere, beh, sarà molto bello».

Dalle stelle mo’ alle stelle

Capo Plaza

Dal sobborgo di Jamaica alla Scala del calcio di San Siro e al luccicante palcoscenico del Qatar. Il “Giovane Fuoriclasse” di Capo Plaza è diretto e universale, salernitano e lisbonese, parla di una condizione che non ha volto o lineamenti, o meglio, che ne ha tanti e diversi, di un’individuale collettività e di una collettiva individualità accomunate da un’identica base di partenza, da una vibrante volontà di riscatto e necessità di sognare. Quel “Giovane Fuoriclasse” parla la lingua di Rafael Leão. “Mi guardo indietro e vedo quello che ho fatto”, dichiara in uno dei suoi componimenti questo poco più che ventenne dalle mille sfaccettature e dalla spiccata volontà di fungere da esempio virtuoso. E se dovesse guardare avanti, gli chiediamo prima di vederlo sgusciare nel traffico milanese, a testa alta, come se fosse di fronte a un raddoppio o un tackle da eludere con l’usuale, ipnotica elasticità. «Bella domanda. Vedo un ragazzo che ha fatto sognare altri ragazzi come lui”. Sì, un giovane fuoriclasse».