Guerra al rap

Articolo di

Andrea Bertolucci

C’è un’immagine di Tupac iconica, persino più di altre. Ritrae il leggendario rapper durante uno dei momenti in cui era riuscito ad attirare maggiormente “tutti gli occhi su di sé”, sia da parte dei media che dell’opinione pubblica. Nella foto, scattata il 5 luglio del 1995 appena fuori dalla Corte Suprema di New York e divenuta oggi ornamento per tazze, cuscini e magliette di dubbio gusto, si vede Mr. Shakur protendersi con gli occhi semichiusi mentre sputa in direzione dei giornalisti e dei fotografi. Erano mesi che – anziché dedicarsi alla musica – il rapper transitava da un tribunale federale all’altro per difendersi da un processo che lo vedeva imputato per violenza sessuale, terminato con una condanna a 4 anni e mezzo di carcere. 

Non era la prima volta che Tupac si scontrava con la giustizia. Pochi anni prima, il suo album di debutto “2Pacalypse Now”, pubblicato nel 1991 dalla Interscope Records, era finito al centro di un caso giudiziario che aveva diviso l’opinione pubblica americana. Da una parte vi era Linda Davidson, moglie di un poliziotto statale bianco di mezza età che aveva trascorso gli ultimi 20 anni a crescere i due figli a Blossom, una minuscola cittadina del Texas nella quale la musica country dominava le frequenze radio e i ritratti di John Wayne ed Elvis osservavano dall’alto i clienti dell’unica petrol station presente nella città. Dall’altra parte c’era invece Tupac, un giovane rapper nero di fama ormai internazionale, cresciuto nelle periferie di New York, Baltimora e Oakland, e allevato da una famiglia di militanti del movimento rivoluzionario afroamericano Black Panthers. 

La notte dell’11 aprile del 1992 le loro vite, apparentemente così lontane, si sono intrecciate. Bill Davidson, il marito di Linda, viene ucciso a colpi di arma da fuoco a un posto di blocco da Ronald Ray Howard, un diciannovenne che aveva abbandonato la scuola alla terza media e viveva di espedienti. Ai colleghi di Bill che lo stavano arrestando, Ronald ha dichiarato che mentre sparava stava ascoltando proprio una cassetta dell’album “2Pacalypse Now”.

Da quel momento, il nome di Tupac è diventato sinonimo di liriche violente e “vita criminale”, una frase che il leggendario rapper si era addirittura fatto tatuare sopra l’ombelico coniando l’espressione Thug Life. Come ancora oggi spesso accade, una volta che gli ingranaggi del sistema giudiziario e dell’opinione pubblica vengono messi in moto, gli artisti risultano penalizzati più per quello che rappresentano (nel caso di Tupac, un carismatico gangsta rapper con un forte background politico), che per ciò che effettivamente hanno fatto.

Eppure, la guerra al rap è iniziata ben prima di Tupac e ha richiesto anni di meticoloso lavoro, a cominciare da una protesta delle forze dell’ordine avvenuta nel 1989 in seguito alla pubblicazione del singolo Fuck tha Police” del gruppo di Compton N.W.A., inserito da Rolling Stone tra le 500 canzoni migliori di sempre. “Fuck tha Police” è stata di fatto la prima traccia della storia a evidenziare un tentativo di censura verso la cultura hip hop. Il testo, ritenuto controverso e lesivo nei confronti della polizia, ha portato l’FBI a inviare una lettera alla Priority Records, il distributore dell’album “Straight Outta Compton“, in cui era contenuto il singolo. La lettera è stata scritta dal vicedirettore dell’Ufficio per gli Affari Pubblici dell’FBI, che all’epoca rispondeva al nome di Milton Alerich. «Vorrei che foste consapevoli della posizione dell’FBI rispetto alla canzone e al suo messaggio – si legge nella lettera – credo che le mie opinioni riflettano quelle dell’intera comunità delle forze dell’ordine».

Quando tre anni dopo, in seguito alla piena assoluzione degli agenti di polizia di Los Angeles per il pestaggio di Rodney King, un tassista di colore che non aveva rispettato un posto di blocco, si scatena una delle più grandi rivolte razziali della storia americana, un’altra canzone guadagna il centro delle proteste: “Cop Killer” di Ice-T. I sindacati nazionali di polizia chiedono il ritiro immediato del disco dai negozi e iniziano a prendere di mira Time Warner, l’etichetta proprietaria dei diritti. Addirittura, sessanta membri del Congresso inviano alla label una lettera in cui definiscono la canzone “vile” e “spregevole”, caricando la vicenda di una forte rilevanza politica. Ice-T ha cercato in vari momenti di riportare l’attenzione sul tema reale del testo, e sul valore storico della protesta. «Sto cantando in prima persona, mettendomi nei panni di un personaggio stufo della brutalità della polizia – ha detto in un’intervista – non ho mai ucciso alcun poliziotto. Se credi che io sia un assassino di poliziotti, allora devi credere anche che David Bowie sia un astronauta». Nonostante alcune organizzazioni si siano schierate in difesa della libertà artistica e contro la censura, in seguito a una grande mobilitazione degli agenti di polizia fuori dall’assemblea annuale degli azionisti di Time Warner, la canzone viene ritirata dal mercato. Ancora oggi, nel 2022, non è possibile ascoltare “Cop Killer” legalmente su una piattaforma di streaming. 

La guerra al rap e ai suoi affluenti affonda le radici negli anni in cui l’energia politica della cultura hip hop era al massimo delle proprie forze, eppure ha perseverato nel corso di un trentennio che ha visto dissolversi – anno dopo anno – la necessità di raccontare uno struggle sociale a favore di uno nettamente più personale. Oggi che anche l’individualismo estremo è stato oltrepassato per lasciar spazio a una nuova narrazione – ancor più cruda, vera e soggettiva – delle periferie e delle vicende che lì accadono, la musica rap, più propriamente nella sua declinazione drill, è tornata a essere un pericoloso faro puntato su ciò che è meglio non mostrare. È forse anche per questo che – a poco più di un mese dal suo insediamento – Eric Adams, il nuovo sindaco di New York democratico e di colore, ha annunciato di voler bandire la musica drill con l’aiuto delle piattaforme social.

Adams, un ex agente di polizia tra i più fermi sostenitori del programma – storicamente inefficace – denominato stop-and-frisk (letteralmente “ferma e perquisisci”), sta essenzialmente portando avanti un modello culturale che arriva da lontano e punta a limitare la libertà espressiva della cultura hip hop, trap e drill. Tutto è iniziato con l’omicidio della leggenda newyorkese Notorious B.I.G. avvenuto nel 1997, un episodio che ha spinto il New York Police Department a formare due anni dopo l’unità denominata “Rap Intel”, un sottogruppo della Gang Intelligence Unit. Da allora, quel gruppo si è evoluto nella Enterprise Operations Unit, nota per collezionare più informazioni possibili sulla scena rap, sorvegliarne gli artisti e piazzare poliziotti sotto copertura alle loro esibizioni, tanto che negli anni si è guadagnata il soprannome di “polizia dell’hip hop”. 


Il culmine di questo allarmante controllo porta una data molto recente, quella del festival Rolling Loud: ottobre 2019. Gli organizzatori si sono infatti visti costretti a rimuovere ben cinque rapper dalla line-up dell’evento, tra cui il compianto Pop Smoke, su richiesta esplicita del NYPD. Per tutti quegli artisti newyorkesi – tra i quali figurano anche 22Gz, Casanova, Sheff G e Don Q – ritenuti pericolosi dalla “polizia dell’hip hop”, esibirsi nella propria città è diventato praticamente impossibile. Dopo il Rolling Loud, molti di loro hanno dovuto cancellare tutti i live che avevano in programma a New York. 

Allarmati da questa situazione, i senatori democratici Brad Hoylman e Jamaal Bailey hanno proposto un disegno di legge chiamato Rap Music on Trialche, come scritto nel comunicato stampa che lo accompagna, vorrebbe vietare “l’uso dell’arte creata da un imputato come prova contro di lui in tribunale”. Jay-Z, Meek Mill, Big Sean, Killer Mike e molti altri nomi di spicco della scena americana hanno lanciato una petizione che ha spinto lo Stato di New York a varare questo disegno di legge. Non si tratta dell’unica iniziativa contro l’utilizzo dei testi rap nei tribunali federali: un’altra recente petizione, chiamata Protect Black Art, è stata promossa da due importanti discografici americani, Kevin Liles di 300 Entertainment e Julie Greenwald di Atlantic Records. Il fattore decisivo è stato in questo caso l’arresto di Young Thug, accusato di cospirazione assieme a molti altri rapper della Young Stoner Life Records quali Gunna e Yak Gotti. Il processo a Thug per aver violato il RICO, una legge federale pensata per combattere il crimine organizzato, è ancora in corso e ha visto emergere uno dopo l’altro molti dei testi del rapper, citati appositamente dai pubblici ministeri per dimostrare la veridicità delle accuse. 

Anche cambiando latitudine, la guerra al rap rimane una costante. A Londra, dove la cultura drill ha iniziato a vivere di vita propria con la UK drill, due artisti sono stati addirittura arrestati per aver rappato un proprio brano a un live. Si tratta di AM e Skengdo, entrambi condannati a una pena di nove mesi con la sola colpa di aver suonato la loro “Attempted 1.0” in un concerto a Londra nel 2018. La polizia ha affermato che l’esibizione violava un’ingiunzione preesistente e che “incoraggiava alla violenza contro i membri di alcune bande rivali”. Questa è soltanto una delle pagine più ambigue di “Operation Domain”, che vuole tracciare e controllare la scena drill londinese. Uno degli esempi più eclatanti, che ha portato addirittura all’intervento dell’organizzazione Index on Censorship, riguarda la crew londinese 1011, il cui nome altro non è che la fusione dei codici postali di Ladbroke Grove e Notting Hill, quartieri di cui i membri sono originari. I cinque ragazzi erano stati arrestati nel 2017 in seguito al rinvenimento nelle proprie auto di tre machete, due coltelli, due mazze da baseball e diverse maschere per coprire il volto. Secondo i membri della crew si trattava di materiale per realizzare un videoclip, secondo la polizia le armi sarebbero invece servite per aggredire un gruppo rivale, i 12World.

La sentenza del giudice non ha precedenti: la band non può più parlare di morte o di lesioni all’interno dei propri brani, e allo stesso modo non può citare i codici postali di altri quartieri per evitare riferimenti a crew rivali. Inoltre, i 1011 devono avvisare entro 24 ore la polizia se stanno per pubblicare un nuovo video su internet e chiedere 48 ore prima l’autorizzazione a potersi esibire dal vivo o a recarsi in studio di registrazione, così da consentire la presenza delle forze dell’ordine durante queste occasioni. Eppure, la parte più controversa della campagna “Operation Domain” in atto contro la UK drill riguarda i provvedimenti con i quali la polizia sta monitorando e conseguentemente vietando i video musicali su YouTube, con la scusa di tracciare la guerra tra bande e prevenire eventuali crimini. I dati ottenuti da FOI (Freedom of Information) mostrano che soltanto nel 2021 la polizia di Londra ha richiesto a YouTube la rimozione di 510 video musicali, con il 96,7% delle richieste accettate. Molti di questi video hanno iniziato a riemergere su Pornhub, nei giorni successivi alla loro eliminazione. 

La guerra al rap continua a sollevare ovvi e legittimi interrogativi su temi quali la censura, la libertà di parola e la limitazione alla creatività artistica. Le istituzioni hanno il diritto di vietare la pubblicazione e l’esecuzione di musica? E ancora, le piattaforme social e quelle di distribuzione hanno il dovere di collaborare con loro? Mentre i fan del genere sostengono che gli artisti siano dei semplici e attendibili aedi delle periferie e della violenza che lì prende forma, i detrattori sono convinti che – attraverso la musica – i comportamenti descritti dai rapper possano causare l’emulazione da parte di un pubblico sempre più giovane. Sebbene sia importante non minimizzare i focolai di microcriminalità che si sviluppano in particolare nelle metropoli, occorre domandarsi se la via corretta sia quella di limitare l’unica cultura che, da cinquant’anni a questa parte, sta tenendo un faro puntato sull’emarginazione e la privazione di diritti civili. Una cultura che, perdipiù, deflagrando con tutta la rabbia politica del punk, si è configurata per molti come unico diversivo a una vita sbagliata.

Una fotografia distopica e inquietante di cosa potrebbe invece accadere se la guerra al rap andasse avanti o addirittura si inasprisse, arriva dalla Cina. Lì, infatti, dopo che l’hip hop è diventato particolarmente popolare nel 2017 grazie a un reality show di successo intitolato “The Rap of China, viene indetta un’operazione di censura senza precedenti che ha inizio il 19 gennaio del 2018 con la conferenza stampa di una delle principali istituzioni di regolamentazione culturale dell’epoca, la State Administration of Press, Publication, Radio, Film, and Television of the People’s Republic of China. L’organizzazione dichiara che gli artisti hip hop “non devono essere presenti” nei media mainstream in quanto “non allineati con il partito” e poiché la loro “moralità non è nobile”. 

Da quel momento, la guerra al rap in Cina è diventata sempre più aspra: agli artisti viene vietato di esibirsi pubblicamente nei locali e ad alcuni di loro non è più permesso pubblicare canzoni all’interno dei confini della Repubblica Popolare Cinese, con un’evidente perdita di opportunità economiche. Un’interessantissima ricerca condotta dalla University of California e intitolata “Disperse and Preserve the Perverse” ha addirittura messo in luce come l’intervento repressivo da parte delle istituzioni abbia finito per ridisegnare i confini stessi del genere: le canzoni pubblicate dopo la censura suonavano infatti significativamente diverse rispetto a quelle pubblicate prima. Eppure, il dato più insolito che emerge da questa ricerca dimostra che la pervasività culturale dell’hip hop viaggia a un ritmo decisamente più sostenuto di quello delle istituzioni che cercano di regolamentarlo: nell’anno successivo ai divieti, in Cina sono state prodotte e distribuite molte più tracce rap rispetto all’anno precedente.