Perché gli hiking boots sono diventati una presenza fissa nel footwear

Articolo di

Marco Marini

Oltre ad aver sdoganato puffer jacket, pile, anorak e altri capi d’alta quota come must dello stile urban, la diffusione del cosiddetto gorpcore interessa anche il footwear. Quelle che un tempo ormai lontanissimo venivano chiamate pedule, ovvero le scarpe da montagna robuste, con tutti i crismi dell’attrezzatura per alpinisti – suola carrarmato in gomma, lacci spessi, ganci in metallo, ecc. – oggi completano numerosi outfit metropolitani, magari aggiornate quel tanto che basta per adeguarsi ai cambiamenti dettati dal lifestyle contemporaneo, affiancando così sneakers e affini nei desiderata dei consumatori più modaioli.

Le ragioni alla base di un simile successo sono diverse, e perlopiù coincidono con quelle che hanno reso super cool il look da escursionista provetto: innanzitutto la diffusa sensibilità alle tematiche green, ai benefici della vita all’aria aperta e in generale al wellness, unita al sentimento escapista che, anche prima del Covid, spingeva molti a fantasticare sulla fuga da città sempre più affollate e stressanti; e ancora, il senso di protezione offerto da capi e accessori dall’aspetto solido, pensati per resistere ad ogni avversità meteorologica e, non ultima, la richiesta sempre più capillare di caratteristiche quali funzionalità, autenticità e durevolezza; tutte qualità imprescindibili per ogni hiking boot che si rispetti. 

Non va poi trascurato l’attivismo delle aziende specializzate in outdoor, che hanno gradualmente esteso il loro raggio d’azione al settore fashion. Basti pensare alla varietà di label che, di recente, hanno integrato nelle proprie silhouette la para in gomma sagomata brevettata da Vibram: si va dal minimalismo nordico di Our Legacy agli stivali alti in cuoio firmati Visvim, passando dal re Mida della moda contemporanea Virgil Abloh, che per Off-White ha ibridato gli anfibi militari con i dettagli degli scarponi da trekking. Altrove si è preferito ricorrere alla formula della co-lab: vanno ricordate almeno quelle intraprese da Salomon con griffe di nicchia come Boris Bidjan Saberi o TakahiromiyashitaTheSoloist.

Tra i brand italiani è peculiare la parabola di ROA, fondato da Maurizio Quaglia con l’obiettivo di realizzare stivali che coniugassero prestazioni d’eccellenza (le suole, ad esempio, arrivano della sopracitata Vibram) alla ricercatezza nel design: nonostante sia nato nel 2015 vanta già collaborazioni d’eccezione con 1017 Alyx 9SM, Stüssy e Brain Dead.
Che comprendano o meno gli hiking boots, ad ogni modo, le partnership tra marchi outdoor (Arc’Teryx, Hoka, Diemme, Gramicci…) e label luxury o high-end rientrano da tempo nell’ordine delle cose.
Senza dimenticare che i due pesi massimi dello sport mondiale, Nike e adidas, hanno (ri)preso negli ultimi anni ad interessarsi alle scarpe in questione: nel catalogo dello Swoosh, in particolare, troviamo modelli ad hoc come ACG Lupinek Flyknit, Manoa o SBF Field 2 8”, rispettivamente una hi-top che adotta le migliori soluzioni della linea Nike “per ogni condizione”, uno scarponcino essenziale in pelle e uno stivale alto dal gusto army.

Sono infine i circuiti “ufficiali” del fashion world ad attestare la rilevanza di cui godono oggi gli hiking boots: tra i primi brand ad averli proposti in sfilate o lookbook figurano Moncler e Bally, entrambi legati fin dalle origini alla montagna nell’accezione più ampia del termine, tuttavia versioni rivedute e corrette di queste calzature vengono ormai proposte da un numero crescente di griffe, da Acne Studios a Prada, dai marchi del lusso per antonomasia (Hermès, Louis Vuitton, Chanel) a quelli street-oriented come Heron Preston, Fear of God, Vetements e Martine Rose. Una conferma dell’insospettabile versatilità della calzatura in questione, adottata, con i ritocchi del caso, perfino dal gotha della moda.