Holy Shoes, il primo film di Luigi Di Capua

Luigi Di Capua è conosciuto per essere un terzo dei The Pills, storico trio comico di Roma che durante gli anni 10 ha raccontato il bello e il brutto di quell’età tra i venti e i trent’anni. Oggi che è diventato grande non è solo un comico ma anche un regista, uscito recentemente con il suo primo film “Holy Shoes“, un lungometraggio che, partendo dalla storia di quattro personaggi: Filippetto, Bibolino, Mei e Luciana – racconta che cosa significa desiderare. Il gancio con il quale approfondisce questo tema enorme, è quello delle scarpe o meglio, quello delle sneakers, in particolare un modello immaginato da lui e dal suo team, le Typo 3. Queste sneakers diventano un pretesto per raccontare le differenze di classe, il non sentirsi abbastanza, ma anche come le scarpe possano diventare uno strumento con cui crearsi un lavoro e guadagnare dei soldi. “Holy Shoes” è un film complesso e interessante, che si può leggere attraverso varie lenti, ciascuna valida, ne abbiamo parlato con Luigi Di Capua stesso, ne è nata un’intervista dove abbiamo parlato del suo rapporto con la moda, della cultura dell’hype e di quella che è la sua scarpa del cuore.

Partiamo dal titolo del film “Holy Shoes”, che mi ha subito rimandato a “Holy Motors” di Leos Carax. È un collegamento sensato? Oppure una pura coincidenza?

Conosco, ma il film si chiama così perché in fase di ricerca avevo trovato un paio di sneaker al cui interno si trova l’acqua santa: le Air Max 97 MSCHF X INRI Jesus Shoes, da lì “Holy Shoes”. 

Ho anche provato a cambiare titolo o a tradurlo in italiano ma non suonava allo stesso modo, poi succede anche uno strano meccanismo per il quale una volta che ti innamori di un titolo, è difficile liberarsene, così è rimasto quello.

Che rapporto hai con la moda? È una cosa che ti piace oppure è stato solo un pretesto?

Mi piace la moda, in generale ho un rapporto particolare con gli oggetti, specialmente con i capi di abbigliamento e le scarpe. Tendo a indossare le cose per molto tempo, le sfrutto all’infinito, fino a che non si distruggono. Mi piacciono gli indumenti che raccontano una storia perché hai passato così tanto tempo con essi, da farli diventare un compagno di viaggio.

Poi ci sono alcune cose della moda che detesto, in primis il fast fashion, ma poi anche il passaggio fatto da alcuni brand da “alta moda” a “street/culture”. Pensiamo a Balenciaga o a Off-White™, a un certo punto è sembrato fondamentale averli anche solo per status e appartenenza. Questi, come altri, hanno in qualche modo spezzato il rapporto tra “me lo posso permettere” e “lo acquisto”, per esempio le Triple S di Balenciaga erano scarpe da 800 euro desiderate non dalla signora di Via Montenapoleone ma dai ragazzini, e questo secondo me è un problema o quanto meno un tema di riflessione.

Io vengo da un quartiere di periferia, dove se andavi a scuola con le Nike TN (le squalo), i bulli del quartiere te le toglievano e tornavi a casa scalzo. Una forma di umiliazione fortissima.

Questo gesto torna anche nel film in due personaggi. Ma facendo un passo indietro, il tema di avere dei desideri troppo ambiziosi rispetto alle proprie possibilità è centrale per Filippetto.

Esatto, ma la ragazza lo ha già accettato, è già presa di lui, però vive quell’ambiguità per cui non si sente mai abbastanza. Le figure maschili, Filippetto come Bibolino, soffrono per non sentirsi all’altezza della realtà attorno.

Per Bibolino il discorso che abbiamo fatto prima sulla cultura dell’hype diventa un strumento di riconoscimento.

Di identità, lui è un figlio di papà della Roma bene che vorrebbe fare il plug di sneakers, e tramite questo hobby sente di aver trovato un proprio posto nel mondo oltre che un lavoro, però non riesce a fare davvero parte di quel mondo, e anzi viene preso in giro e umiliato. Nel film c’è Drefgold, che gli toglie le Jordan 4 Purple Retro e lo lascia scalzo. E più va avanti il film, più lui cerca di negare questa sua identità di nascita fingendosi un criminale che non è, arrivando a prendere la pistola con tutte le conseguenze del caso.

Il cameo di Drefgold è stato sorprendente! Come è nata questa collaborazione?

Ero in contatto con Ciro Buccolieri di Thaurus, stavamo ragionando su un paio di nomi e lui mi ha proposto Drefgold, e ho pensato subito che fosse perfetto. Volevo una figura come la sua, un rapper nuovo, giovane, che anche a livello di immagine fosse diverso, poco macho e più subdolo. Non è un bullo grosso e cattivo, ma più sottile.

Per le figure femminili le scarpe hanno invece tutto un altro significato. Per Luciana sono legate a un desiderio sessuale. Mentre per Mei sono solo uno strumento.

Il personaggio di Mei è ispirato a una storia vera. Avevo letto un vecchio articolo di Vice, dove si diceva che un ragazzino di Londra aveva trovato un distributore online che metteva in vendita delle scarpe dichiaratamente false che però non sembravano tali, perché venivano assemblate con gli stessi materiali delle originali.

Questo fa anche capire quanto sia sottile in molti casi il confine tra falso e vero.

A proposito delle Typo 3, mi racconti come sono state create?

La scarpa è stata creata da RAL 7000, uno studio creativo di Milano. La costumista, Antonella Mignogna, le ha progettate insieme a loro da zero per il film. Come silhouette richiamano un po’ le Yeezy Foam però volevo avessero un aspetto quasi scultoreo, un design che tra due anni non sembrasse già vecchio. Ogni tanto le guardavo e pensavo alle Reebok Shaqnosis.

La storia di Luciana invece è quella meno legata alle altre.

Si, il filo rosso delle Typo 3 non c’è con lei, perchè mi interessava raccontare il potere salvifico degli oggetti, che per lei sono un paio di scarpe con il tacco che le fanno riacquistare fiducia in se stessa e forza. La sua è una storia da Cenerentola urbana, e mi piace che alla fine il tacco si rompa, finisce la magia e capisce di doversi emancipare del tutto.

Ultima domanda, qual è la tua scarpa del cuore?

Converse Chuck Taylor All Star basse, le ho comprate a quattordici anni e mi sentivo come i Ramones. Quelle scarpe l’ho usate talmente tanto che avevano assunto un colore che non era certo presente tra quelli in vendita, una sorta di color tortora, distrutte ai lati, ci avevo disegnato sopra con la penna e quando le indossavo mi sentivo il più figo del mondo. Poi un giorno mia madre me le buttò, fu un momento orribile.