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Le maglie da calcio hanno un problema di creatività?

Articolo di

Massimiliano Macaluso

Sono già stati presentati quasi tutti i kit da gara che verranno utilizzati nel corso della stagione 2021/2022, comprese alcune terze maglie lanciate con qualche settimana di ritardo: molti li abbiamo visti indossati già nel corso delle prime amichevoli estive mentre di alcuni abbiamo solamente potuto osservare le immagini delle release e leggere i dettagli principali, in attesa dei debutti ufficiali. L’attenzione riposta nel lancio delle maglie e nella loro presentazione è cresciuta, sebbene qualche squadra ancora continui ad ignorare l’importanza di shooting fatti per bene e di comunicati completi ed esaustivi, così come è aumentato tantissimo il numero di prodotti ricchi di riferimenti, simboli e frasi nascoste, tutto ciò che serve per identificare un prodotto e caricare di significati una semplice maglia da gioco, connettendola il più possibile alla sfera dei tifosi. Se c’è una cosa che però continua a mancare quasi del tutto è quell’elemento di novità che dovrebbe contraddistinguere una stagione creativa rispetto a quella precedente.

La nuova maglia celebrativa dell’Atletico Mineiro disegnata da un tifoso è la più bella presentata quest’estate?

L’impressione generale è quella che pochissime squadre in Europa possano vantarsi di aver portato avanti, insieme ai rispettivi fornitori tecnici, dei progetti davvero moderni e innovativi. Una delle realtà che, nonostante critiche raccolte negli scorsi anni, sta continuando a sfornare idee interessanti è sicuramente l’Inter: dopo la maglia con le righe a zig zag, quella che ricorda una scacchiera e il quarto kit astratto ispirato a Memphis Design, il club milanese ha continuato nella sua scia rivoluzionaria presentando una nuova maglia molto coraggiosa che sembra davvero fatta con la pelle di un biscione, lo storico simbolo sociale dei nerazzurri. La casacca home con cui l’Inter giocherà gran parte della prossima stagione ha raccolto il disappunto dei tifosi più conservatori, come era prevedibile, ma rappresenta comunque un lavoro di un’originalità estrema e forse anche il principio di una nuova era, quella che punta sulla sensorialità della maglia (in questo caso, grazie al pattern sembra proprio di toccare le squame dell’animale) e sulla sua totale inconfondibilità. Il concept di questa maglia è risultato talmente potente che è anche riuscito a superare l’oggettivo ‘fastidio’ procurato dall’introduzione del nuovo main sponsor, quello appena subentrato a Pirelli.

In un mucchio di maglie indistinguibili, alcune veramente identiche tra loro, altre completamente anonime, quelle prodotte da Nike sono le più particolari per uno specifico motivo: a inizio 2020 il brand americano aveva già fatto intendere che avrebbe abbandonato i template da catalogo mettendo a disposizione 65 differenti modelli alle proprie squadre. Nelle ultime stagioni ha realizzato materiale decisamente accattivante per i propri club élite, sfruttando al meglio peculiarità e segni identificativi di ognuno di loro. La maglia della Roma col fulmine di Giove, le connessioni tra i third kit e le città o le sneakers iconiche, le divise del Corinthians o ancora le magnifiche collezioni delle Nazionali nigeriana e sud-coreana sono alcuni esempi di come Nike abbia provato a uscire un po’ dagli schemi più rigidi e, nel frattempo, come abbia ricominciato a concentrarsi davvero sulle proprie squadre dedicando loro l’attenzione necessaria per realizzare qualcosa di autentico (cioè quello che ultimamente stanno facendo molto bene i piccoli brand), che potesse esaltare l’appeal delle singole squadre.

Restando in orbita Nike, uno dei progetti più significativi della prossima stagione, insieme a quello dell’Inter, è sicuramente quello del Barcellona: così come i nerazzurri, anche i catalani nel corso degli ultimi anni hanno ricevuto piovose critiche per alcuni dei loro recenti kit (quello a scacchi blaugrana su tutti), ma stanno continuando ugualmente a spingersi sulla direzione del cambiamento e della sperimentazione, proponendo una maglia ispirata al proprio logo. O ancora meglio, una maglia che ricalca la composizione del proprio stemma, quello che contiene la croce di Sant Jordi, la Senyera e i colori blaugrana, completato da insoliti calzettoni bicolore. A questo vanno aggiunti altri due test kit veri e propri: una maglia viola, inteso come fusione tra il rosso ed il blu; e una maglia, la terza, che è a righe ma non sembra avere le righe, esalta la fantasia di alcuni artisti locali e soprattutto assomiglia molto ad una casacca pre-match.

Sergio Busquets con il nuovo home kit del Barça molto poco tradizionale

Quello che differenzia le nuove maglie di Inter e Barcellona, ma anche la nuova away del Tottenham (la maglia che diventa una tela di un quadro o una galassia spaziale, a seconda delle interpretazioni), è proprio lo sguardo verso il futuro. Ma in certi casi va anche più che bene che siano espressione delle attività del presente: la terza degli Spurs, ad esempio, uscita fuori da un progetto simile a quello che ha riguardato la terza del Barça, non è altro che il frutto di un workshop creativo che Nike ha organizzato con una crew locale, Tottex, con l’idea di immaginare il proprio quartiere (N17 neighbourhood) attraverso una maglia.

Negli ultimi anni troppe volte abbiamo sentito parlare di maglie ispirate al passato, remake di kit gloriosi e riferimenti ad anniversari o momenti storici (sarebbe stucchevole fare una lista di esempi perché sono davvero tantissimi, indipendentemente dal brand). Se è vero che la sovrapproduzione di maglie porta inevitabilmente a dover inventarsi qualcosa e che celebrare la memoria di un club è un gesto importante, questa tendenza è stata spesso cavalcata di proposito soltanto per mancanza di spunti brillanti. Con la convinzione che replicare qualcosa di successo sia automaticamente garanzia di riuscita.

L’intenzione di puntare sul ricordo di vecchie stagioni e sulla nostalgia ha riguardato parecchio adidas, sponsor tecnico di colossi come Bayern Monaco, Juventus, Real Madrid, Manchester United e Arsenal. A parte eccezioni come il kit total black della Germania visto ad Euro 2020 e la stupenda maglia dell’Ajax dedicata a Bob Marley, spesso il brand tedesco non è riuscito ad impedire che i club della propria scuderia condividessero molte creazioni senza mai poter valorizzare davvero la propria identità stilistica. Un esempio può essere quello del frequente ricorso al camouflage, un altro può invece riguardare il kit senza strisce verticali della Juventus, un modello utilizzato anche da Watford, Feyenoord e Celta Vigo. Reduci dal grande successo del Bruised Banana kit 2.0, adidas ha poi continuato a rivisitare vecchie maglie con Human Race, un lavoro del 2021 che non è riuscito a ottenere il gradimento sperato forse perché troppo ancorato al passato, e ora pare proprio che voglia cavalcare di nuovo questa strategia rispolverando il Teamgeist del 2006.

C’è davvero bisogno di così tante riproduzioni? Sono i club che impongono scelte del genere o è colpa dei brand che hanno definitivamente esaurito il serbatoio di idee? È possibile che le uniche intuizioni arrivino dai concept dei graphic designer e dal mondo dei videogame? Siamo ancora in tempo per vedere nuovi kit originali o dobbiamo accontentarci di quelli PUMA che letteralmente vuole “rewrite le rules? C’è un progetto recente grazie al quale è possibile dare una risposta a tutti questi interrogativi, quello di Fly Nowhere x Kappa x Venezia FC. Probabilmente non è replicabile in serie per altre realtà, ma dimostra che è possibile beneficiare delle intuizioni di un team creativo, dell’appeal di un marchio iconico e dell’heritage di una squadra di calcio (e di una città alle sue spalle, in questo caso) trovando il punto di equilibrio perfetto senza scadere in qualcosa di forzato o già visto.