Talks

I segreti delle casseforti antiche

Articolo di

Alberto Bonazzi

Ultimamente si sente sempre più spesso parlare dei modi più sicuri che ci vengono offerti per proteggere e conservare il nostro denaro, dati sensibili come password o codici di autenticazione, fino ad arrivare a criptovalute e NFT. Al di là che si tratti di crypto wallet o app che tengono al sicuro i nostri beni immateriali dietro algoritmi digitali, ci troviamo di fronte all’ultimo stadio di quella che potremmo definire l’evoluzione di un oggetto che sin dalla sua origine ha permesso alle persone di rendere inaccessibile qualsiasi cosa vi fosse contenuta al suo interno: la cassaforte.

A dire il vero, del concetto di cassaforte che abbiamo in mente rimane veramente poco, se non la pura funzione del sistema che si articola sempre allo stesso modo: per accedere al “luogo protetto” è necessario conoscerne la chiave di accesso. Se oggi per proteggere i nostri beni sfruttiamo al meglio le tecnologie di cui disponiamo, qualche secolo fa era ben diverso: la cassaforte aveva un grande fascino. Ebbene, se pensate di non essere d’accordo, forse non vi siete ancora imbattuti in uno di quei video che mostrano i lunghi e intricati procedimenti per aprire le casseforti antiche.

Ma per quale motivo le casseforti antiche dovrebbero interessarci? La risposta è molto semplice poiché, nella stragrande maggioranza dei casi, si trattava di esemplari unici prodotti artigianalmente da professionisti del settore e incredibilmente personalizzati in base alle richieste del cliente. Dimenticatevi quindi dei banali e freddi parallelepipedi di ferro con un sportellino frontale nel quale è posizionata la serratura, le casseforti antiche erano tutt’altro. Alcuni esemplari, infatti, cercavano di imitare un qualsiasi mobile si potesse trovare all’interno di un’abitazione, non tanto per ingannare possibili ladri, ma per fare in modo che si uniformassero visivamente agli altri arredi della casa. Si poteva oscillare da fedeli riproduzioni di armadi o console in legno scuro, a casseforti che abbandonavano il loro lato austero grazie alla presenza di numerose decorazioni, aspetto che conferiva all’oggetto un valore non trascurabile. E poi, ovviamente, i sistemi di chiusura erano sempre diversi e originali, meccanismi incredibilmente articolati che, se ignorati, impedivano l’accesso anche a chi fosse in possesso della chiave. Rompicapi quasi impossibili da risolvere senza conoscerli, che tiravano in gioco combinazioni di movimenti, chiavi, pulsanti, scomparti segreti, serrature dalle fattezze di decorazioni e tanto altro. Questa accurata ricerca dei meccanismi di chiusura viaggiava di pari passo con la realizzazione dei pezzi, rendendo i costruttori di casseforti non solo degli incredibili artigiani, ma anche dei maestri nell’architettare sempre più difficili vie per accedere al contenuto.

Per rendere un po’ più chiare le idee su questi curiosi oggetti dobbiamo affrontare per un attimo la loro storia. Si pensa che le prime casseforti vennero costruite ai tempi degli Egizi, come scrigni delle numerose ricchezze di cui disponevano i grandi faraoni e le personalità più importanti dell’impero. Dopotutto, non c’è da stupirsi se si pensa al fatto che le stesse piramidi, per i corredi funebri che contenevano preziosissimi sarcofagi, erano già delle casseforti di stazza colossale.

I primi esemplari venivano realizzati in legno e così si è continuato a fare per molto tempo, alternando varianti che cercavano di conferire resistenza alla struttura aggiungendo materiale, a esemplari che per la prima volta impiegavano sostegni in ferro decisamente più complessi da scassinare. Alle forme abbastanza rudimentali e semplici venivano accompagnati sistemi di chiusura altrettanto basilari, se messi a confronto con gli sviluppi a cui andarono incontro quelli dei secoli successivi.

Dobbiamo spostarci al Medioevo, però, per poter osservare un primo tentativo di innovazione. In questo periodo vengono sviluppate nuove tecniche di chiusura per rendere sempre più efficaci le casseforti e, contemporaneamente, si affinano la lavorazione dei materiali e le finiture dell’oggetto. Tuttavia, rimaneva ancora da risolvere un piccolo problema, un dettaglio non del tutto trascurabile se si pensa alle ricchezze che le casseforti erano destinate a contenere: dovevano essere ignifughe. Ebbene sì, uno dei principali difetti delle più antiche casseforti era proprio il fatto che non riuscissero a resistere alle fiamme.

Per assistere a un’evoluzione significativa dobbiamo arrivare all’Ottocento, momento in cui i produttori iniziano a innovare spinti soprattutto dalle richieste del mercato. Per fare un esempio, in riferimento alla resistenza al fuoco di cui si parlava, all’indomani del grande incendio di Chicago del 1871, a emergere fu la Diebold Safe Company, le cui 878 casseforti in circolazione resistettero senza mostrare alcun segno ci cedimento, rendendo il modello desiderato da molti.

Tra il 1800 e il 1900 la cassaforte diventa sempre più simile a quella che oggi tutti conosciamo e si vede anche tramutare, in alcuni casi, in un oggetto portatile, utile soprattutto per trasportare ricchezze negli ormai frequenti viaggi in treno.

Inutile dire che la cassaforte, fino all’introduzione nel sistema industriale moderno attraverso la produzione in serie, è stato un oggetto unicamente destinato alle alte sfere della società, sia per i costi realizzativi decisamente alti, sia perché erano i nobili e gli aristocratici ad avere la necessità di custodire in maniera sicura beni preziosi. Inizialmente, però, furono principalmente le chiese a dotarsene in quanto dovevano tenere al sicuro reliquie di santi e oggetti di valore, per arrivare poi al XX secolo quando di questi oggetti venne fatto ampio uso soprattutto dalle banche.

Uno dei modelli più noti, in questo caso, è la cosiddetta “Cassaforte a palla di cannone”, il cui nome deriva dalla sua inusuale forma arrotondata. Questa versione di cassaforte veniva spesso esposta nelle vetrine delle banche con un intento comunicativo: si voleva dimostrare ai clienti quanto fosse sicuro depositare il proprio denaro presso quella banca. Sempre nelle banche, poi, si arrivò a un livello successivo realizzando i caveau, degli ambienti blindati con portoni massicci e protetti da meccanismi complessi.

Le casseforti antiche avevano spesso una caratteristica che le accumunava tutte e che, allo stesso tempo, le rendeva diverse da quelle che tutti oggi usiamo. Per riuscire a rendere ancora più difficoltoso l’accesso al contenuto, i costruttori arrivavano a nascondere anche la serratura, che si mimetizzava tra le numerose decorazioni di cui l’oggetto era dotato. Ammesso che qualcuno fosse riuscito a mettere le mani sulle chiavi, dunque, doveva trovare la serratura, che si poteva vedere solo dopo una serie di movimenti ben precisi, i quali potevano coinvolgere leve, manopole e pulsanti nascosti. Uno dei sistemi di sicurezza più vicini a quelli che siamo abituati a usare adesso, è stato per la prima volta impiegato nel 1875 per una cassaforte belga realizzata da L. Duvilers. Questo esemplare aveva quattro manopole nascoste dietro un finto cassetto: selezionando la giusta combinazione di lettere, la chiave poteva girare e aprire la cassaforte, proprio come le combinazioni di codici che ora usiamo, ad esempio, per sbloccare il telefono.

La cassaforte, dunque, è stato un oggetto che, nel giro di alcuni secoli, ha subito una metamorfosi incredibile, andando verso una progressiva riduzione di dimensioni fino a che non si è completamente riassunta in un principio, quello della protezione di qualcosa attraverso segnali e codici che oggi chiamiamo password. Tuttavia, rimane affascinante scoprire e indagare le sue origini, scoprendo come nelle sue più antiche versioni sia stato condensato molto del saper fare manifatturiero e dell’ingegno umano.