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Il design delle posate non è così scontato

Articolo di

Alberto Bonazzi

Durante il corso della giornata arriva per tutti il momento di mettere qualcosa sotto i denti e, se per pranzo tendiamo a trovare una soluzione più sbrigativa con cui mettere a tacere il nostro appetito, quando arriva l’ora della cena ci piace prenderci il giusto tempo per godercela in tutte le sue sfaccettature. A differenza di altre culture, infatti, quella italiana è forse la più attenta all’atto del mangiare ed è quella che vede in tale azione non solo il modo di sfamarci, ma anche e soprattutto il valore della convivialità che nasce attorno alla tavola. Ciò ha fatto sì che, nel corso dei secoli, cibarsi sia diventato un vero e proprio rituale che, come tale, necessita di una serie di strumenti capaci di accompagnarne il preciso svolgimento. Tra pranzi e cene, dunque, sulla tavola vediamo quotidianamente comparire numerosi oggetti che, a nostra insaputa, spesso sono ottimi esempi di design.

Nell’apparecchiatura a spiccare su tutto sono le posate, degli artefatti che, se da un lato sono progettati per interagire con mani e bocca, dall’altro devono essere adatti ad afferrare, tagliare e spostare diversi cibi all’interno del piatto nel migliore dei modi. Forchette, coltelli e cucchiai, quindi, hanno sempre puntato più sulla praticità che sull’ergonomia, poiché il loro utilizzo è previsto per un breve lasso di tempo e non devono essere maneggiati a lungo e consecutivamente. Le posate, però, sono state anche un campo fertile per numerosi designer che, nel tempo, ne hanno dato la propria unica e originale interpretazione, decidendo di portare in tavola insieme ad eccellenti pietanze, anche degli oggetti impeccabili.

Gio Ponti è stato tra gli architetti e designer italiani che più ha lavorato sul tema. Celebre è il servizio Conca (1955), basato sull’asimmetria e sulla razionalizzazione delle forme: la lama del coltello è corta e inclinata, poiché tendenzialmente se ne utilizza solo l’estremità per tagliare le pietanze, mentre sulla forchetta i denti lasciano presto spazio a una concavità per raccogliere il sugo, così da calibrare perfettamente il contenuto di ogni boccone. 

Nel 1959 è lo stesso Ponti a promuovere, insieme all’azienda americana Reed & Barton, il concorso “Design Competition for Italy” che coinvolse 10 tra i migliori architetti italiani, come Carlo Scarpa e Angelo Mangiarotti, per progettare un set di posate da commercializzare negli Stati Uniti. Il concorso viene vinto da Achille Castiglioni con il servizio Dolce che, però, non era stato l’unico ideato dal designer milanese per l’occasione. Secco, questo il nome del secondo set di posate, nel 1982 si evolverà nel servizio Dry che, per un’eccellente reinterpretazione della tradizione, solamente due anni dopo riesce ad aggiudicarsi il Premio Compasso d’Oro.

Alla stessa sorte vanno incontro le posate Nuovo Milano (1987) di Ettore Sottsass per Alessi. Il set nasce dalla volontà del designer di progettare tutti gli elementi per una “Bella Tavola”, perciò decide di rendere le eleganti posate in acciaio “levigate come un sasso del mare”.

Dalla Danimarca, invece, arrivano le curiose posate progettate da Arne Emil Jacobsen nel 1957. La predilezione del designer di forme e linee organiche si riversa anche su questo set rendendolo uno dei più iconici e riconoscibili, tanto da comparire tra le scene di “2001: Odissea nello spazio”.

Tra i progetti più recenti, però, non può non essere citato quello sviluppato nel 2018 dallo studio giapponese Nendo. Le posate Skeleton puntano alla massima sintesi formale, senza rinunciare alla funzionalità e alla praticità di utilizzo. Proprio per questo la lama del coltello si svuota e la giuntura con il manico è stata ridotta ai minimi termini, ottenendo un risultato misurato, ma che di certo non può essere dimenticato velocemente.

Infine, risale allo scorso anno il lancio di Occasional Object, un set di posate progettate da Virgil Abloh per Alessi in una tiratura limitata di 999 pezzi. Cucchiaio, coltello e forchetta si presentano come il connubio tra il ricorrente aspetto industriale, che ha percorso l’intera pratica di Abloh, e la logica della destrutturazione.