Il micro macro cosmo dei tessuti tecnici


Giada Lunar: lamina poliuretanica di colore argento osservata
al microscopio

Grazie a un interesse sempre più diffuso verso l’abbigliamento tecnico, il trend gorpcore e le nuove abitudini dei consumatori, negli ultimi anni il mondo della moda ha cambiato drasticamente il suo approccio al prodotto, rendendo efficenza e praticità i requisiti fondamentali per lo sviluppo delle nuove collezioni. L’essenza stessa dell’abbigliamento cosiddetto “funzionale”, però, fa del design (inteso come pura espressione creativa ed estetica di forme e colori) un aspetto secondario, mettendo al centro invece lo sviluppo e la scelta dei materiali. È per questo motivo che le strade delle città si sono improvvisamente popolate di scarpe da hiking, giacche termosaldate e fleece di qualsiasi tipo; e che chiunque, almeno una volta, avrà sentito parlare di tessuti e abbigliamento tecnico, di poliestere riciclato o di materiali performanti.

Ma cosa sono effettivamente i tessuti tecnici? E cos’hanno di così particolare e affascinante da essere utilizzati da marchi come Arc’teryx e Stone Island, e allo stesso tempo riuscire ad attirare l’attenzione di Prada e Dior? Com’è possibile che materiali come il ripstop o il nylon idrorepellente siano passati dagli ambienti di lavoro e l’alta quota, alle passerelle delle grandi sfilate?

Per dare una spiegazione a tutto questo e per avere una panoramica completa su ciò che si nasconde sia a livello micro che macroscopico nel settore tessile, abbiamo messo in conversazione due personalità accomunate dal legame con i tessuti tecnici, ma con due punti di vista molto differenti a riguardo: Lorenzo Fruet, consulente tessile e responsabile del reparto commerciale europeo di Lamintess, azienda leader nella produzione di tessuti tecnici dal 1965, e Lorenzo Mantovani, il “nerd dei materiali”, perito tessile fondatore della pagina Instagram @material.archive, attualmente nel reparto Sviluppo Prodotto Maglieria di Loro Piana.


Iridio Lac: microfibra di poliestere superleggera spalmata con resina poliuretanica su diritto /
Giglio Res Délavé: twill di cotone spalmato con resina poliuretanica

LF: Per riuscire a definire cosa e quali siano concretamente i tessuti tecnici penso sia importante partire innanzitutto dall’origine di questa tendenza. Tornando indietro alle due guerre mondiali, in quel periodo nacque per la prima volta la necessità di sostituire la lana e i materiali naturali, che erano sì caldi e isolavano dall’esterno, ma allo stesso tempo si bagnavano e deterioravano. E così furono i militari, iniziando a coprirsi con i primi paracaduti realizzati con tessuti sintetici come il nylon, a dare origine al concetto di abbigliamento o tessuto tecnico come lo intendiamo oggi, quindi legato a una performance che può essere la traspirabilità, l’impermeabilità, la leggerezza o la regolazione termica.

LM: Tornando ancora più indietro, però, un approccio iniziale al tessuto tecnico si ebbe con la scoperta della spalmatura o ceratura sul cotone, forse il primo trattamento in grado di rendere performante una fibra che in origine non lo era. Basti pensare alla gommatura waterproof scoperta già nell’800 da Charles Macintosh, che ha poi dato origine al marchio Mackintosh e al trench coat delle truppe militari inglesi che conosciamo bene.

LF: Effettivamente, anche se oggi la maggior parte dei materiali definiti “tecnici” è di origine artificiale, i primi esempi riguardano sicuramente modifiche effettuate su basi naturali: l’obiettivo è sempre stato infatti quello di riuscire a garantire uno standard di prestazioni che i tessuti tradizionali non hanno. Al momento, però, le due fibre utilizzate principalmente nel settore del tecnico continuano a essere nylon e poliestere.

LM: Il vantaggio dei tessuti tecnici è proprio legato alla loro natura artificiale e al fatto che possono essere creati e lavorati con grande libertà già a partire dall’elemento base, quindi la fibra. Infatti, sia il poliestere (anche più comunemente chiamato PET) sia il nylon (una particolare famiglia di poliammidi sintetiche), essendo derivati del petrolio, vengono creati per estrusione e questo permette di modificare la texture del filato. Incanalando dell’aria durante questa prima fase, per esempio, si possono creare superfici frisé o fiammature, quindi parti più spesse o più sottili alternate. È tutto molto più versatile.

LF: Sì, da questo punto di vista con le fibre sintetiche si può davvero giocare liberamente durante tutte le fasi della produzione. Modificando in origine la texturizzazione delle fibre, appunto, si può successivamente ottenere quasi qualsiasi cosa: da un nylon liscio e lucido, a tessuti con aspetti tattili simili alla lana o a un panno, o addirittura esteticamente identici al cotone ma con le proprietà tecniche e le prestazioni del sintetico con il filato Taslan.


Bengala Res Metal: ripstop di cotone spalmato con resina poliuretanica metallizzata coprente /
Spinnaker: ripstop armaturato di nylon trattato con water repellent

LM: La vera magia però accade dopo, quando il tessuto esce dal telaio e si entra nel finissaggio. Di questa fase, il trattamento più conosciuto e diffuso è ovviamente quello antigoccia ma il mondo delle spalmature, anche se principalmente legato all’aggiunta di specifiche proprietà tecniche, oggi è fondamentale anche dal punto di vista prettamente estetico, poiché lascia spazio alla creatività e permette di far diventare il tessuto visibilmente originale. Applicando diversi tipi di resine si possono infatti creare colori unici, ma anche rendere la stoffa termosensibile o, grazie a varie tipologie di asciugatura, creare effetti overwashed o cracked.

LF: Altri tipi di resinature molto diffuse sono quelle che producono tessuti catarifrangenti, grazie a piccole fibre di vetro o fotoluminescenti, oppure in grado di catturare la luce durante il giorno per restituirla al buio. Ovviamente molte di queste tecniche o delle sostanze chimiche che vengono utilizzate nella fase di finissaggio derivano da altri settori o nascono con scopi pratici, non sono frutto della ricerca tessile.

LM: Varie applicazioni industriali sono state nel tempo reinventate anche nel settore tessile, per poi pian piano assumere addirittura una connotazione estetica e fashion. Sono tutti elementi di una filosofia che è alla base del settore del tecnico: la nobilitazione del tessuto, quindi modificarlo per migliorarne o aggiungere delle caratteristiche.

LF: Un’azienda di tessuti naturali, come un lanificio, non spalmerebbe mai le loro basi. Una di tessuti tecnici invece può e vuole farlo: parte da un tessuto tradizionale per poi intervenire sul finissaggio. Un perfetto riassunto di tutto ciò che abbiamo detto fino a ora è il famoso three-layers, diventato un po’ l’emblema dei tessuti tecnici in generale. Di per sé non ha nulla di esteticamente attraente, ma rappresenta benissimo tutte le scoperte chimiche, fisiche e ingegneristiche che l’industria ha saputo mettere insieme per migliorare la qualità dei vestiti, e anche la vita del consumatore.

LM: Questo tipo di tessuto è costituito da tre strati: il primo, quello esterno, può essere di qualsiasi tipo o origine, sia naturale come lana o cotone, sia sintetico, quello intermedio è invece una membrana, quindi un film di poliestere che ha il compito di rendere tutta la struttura impermeabile e traspirabile. L’ultimo, quello più interno, è una maglina applicata a caldo o incollata a punti che protegge la membrana, molto sensibile e delicata.

LF: Un altro tipo di sperimentazione, prettamente legata al settore del tecnico, che affascina molto il pubblico ma soprattutto che ben esemplifica la rivoluzione che ha portato ciò che facciamo è, secondo me, quello dei finissaggi in capo, vero?

LM: Assolutamente sì! Il precursore, se non l’inventore, di questa tecnica è stato sicuramente Massimo Osti, un’icona nel campo dell’innovazione e della ricerca in ambito di tinture e trattamenti. In particolare, come dice la parola, per “finissaggi in capo” si intendono tutte quelle operazioni che vengono eseguite quando il capo è già cucito e confezionato, non sul tessuto ancora vergine, come accade solitamente.


Leon Res. Pitt Trap.: superleggero di nylon sovratinto e trapuntato con ovatta, piuma e un motivo a onda

LF: Il lavoro di Massimo Osti rappresenta perfettamente l’evoluzione del mercato del tessuto tecnico e delle aziende in generale, ma soprattutto l’innovazione che questo ha portato nel mondo dell’abbigliamento. Tornando indietro nel tempo di nuovo, nel dopoguerra tantissime aziende specializzate in capi militari avevano compreso la potenzialità di queste nuove scoperte e hanno quindi deciso di convertire la loro produzione per i civili, portando un terremoto nel mercato.

LM: Tutte queste aziende capirono al volo le potenzialità sul mercato di questi tessuti, ed è così che la gente si rese conto di quanto quel tipo di prodotto fosse più performante e potesse rendere la vita più facile non solo ai militari, ma anche a loro nella quotidianità. Se prima si utilizzavano cappotti cosiddetti “450 o 500 grammi” (in relazione al peso del tessuto al metro), in quel momento nacquero delle alternative con le stesse caratteristiche ma, per esempio, con un peso minore.

LF: C’è stato proprio un cambiamento nella mentalità del consumatore: perché utilizzare un giaccone di lana se posso trovare un capo idrorepellente e (spesso) più economico ma che tiene caldo come uno tradizionale? Allo stesso modo poi, negli anni ’70 e ’80, l’evoluzione che era avvenuta con il militare è stata replicata anche nel mondo dell’abbigliamento sportivo, in particolare da montagna. Tutte le tecniche, i materiali e i design tipici dell’hiking, delle spedizioni o dello sci sono infatti arrivati sul mercato di massa, con il boom dei piumini Moncler e dell’abbigliamento isolante in generale.

LM: Non sorprende quindi oggi vedere, anche se in chiave differente, un ritorno così importante dell’abbigliamento e dei tessuti tecnici nell’ambiente dell’alta moda.

LF: No, perché è qualcosa che è già avvenuto nel passato e oggi si stanno solamente riscoprendo capi e tecnologie differenti. I materiali tecnici hanno cominciato ad essere compresi dal pubblico prima con il militare e solo per un fattore di funzionalità, successivamente il merito vero è stato di aziende del settore quali Moncler, appunto, o di altre come Prada. Marchi quindi già esistenti, affermati nel lusso e con un DNA molto forte che sono stati però capaci di utilizzare le fibre sintetiche con un volto nuovo, creativo e soprattuto lontano da quello a cui le persone erano abituate.


Iridio Lac: microfibra di poliestere superleggera laminata con foil poliuretanico

LM: Prima di loro, l’idea di usare un tessuto tecnico per l’alta moda era follia poiché considerato un prodotto troppo diverso e “cheap” rispetto al pregio della lana o di altri materiali. Dopo di loro, si sono visti comparire sempre più interpretazioni ispirate a capi di abbigliamento non propriamente fashion, così come tessuti tutto fuorché tradizionali. Basta pensare alla novità portata, negli anni ’80, dallo zainetto in nylon di Prada.

LF: Analizzando quello che sta accadendo negli ultimi anni, invece, se si deve trovare un motivo dietro il ritorno dell’abbigliamento tecnico, credo sia stato grazie alla normalizzazione dello streetwear e di brand come Supreme, per citare il più conosciuto. L’origine di questo stile è ovviamente lontano dai riflettori della moda ed è la strada, la nicchia losangelina del surf o degli skater, ed è ovvio che l’abbigliamento di cui avevano bisogno queste persone dovesse proteggere dal clima, essere versatile e comodo ma soprattutto non si dovesse macchiare, bagnare o rompere dopo il primo sforzo. E non c’era niente di meglio di un tessuto come il nylon e i tecnici in generale.

LM: È stato come se le stesse necessità dei militari si fossero trasportate in un’altra generazione e in un altro contesto, per poi subire lo stesso processo di “fashionizzazione” del secolo prima. Come ben sappiamo, infatti, successivamente è subentrata la scena hip hop americana che ha reso questo stile sempre più cool fino a renderlo un trend tra i più giovani e infine, oggi, la normalità anche nell’alta moda. E ora quelle stesse personalità hanno cominciato a indossare capi tecnici come gli hard shell di Arc’teryx, i piumini di The North Face e le scarpe da hiking di Salomon, per non parlare dei parachute pants, degli “impalpabili” super leggeri e sfoderati da ciclista, dei fleece o delle maglie termiche aderenti.

LF: Sono tutte strade che si sono mescolate e hanno permesso l’una all’altra di crescere e migliorarsi. Allo stesso tempo, i vestiti servono per coprirsi: la gente vuole vestirsi comoda e sicuramente la pandemia ha contribuito a pensare prima alla comodità e alla funzionalità, poi al resto. Tutto questo è stato terreno fertile per rendersi conto che certi prodotti, oltre a essere confortevoli e ad avere qualcosa in più a livello tecnico, potevano essere anche fighi.


Giada Lunar: microfibra di peso medio laminato con foil poliuretanico

LM: Se poi a renderli fighi ci pensano personaggi importanti, è facile capire come i capi vengano velocemente sdoganati per poi arrivare a essere considerati casual e di utilizzo quotidiano da un’audience universale.

LF: Che si parli quindi di comodità, di stile o di trend, gli elementi che reggono tutto il discorso sono la versatilità e l’innovazione. È di nuovo l’unione di qualcosa di funzionale e utile con un design interessante: serviva solamente qualcuno che ne capisse il potenziale e il personaggio giusto che se lo mettesse, il mercato poi ovviamente si adatta.

LM: Come dicevamo prima riguardo all’importanza di determinati brand nella diffusione del tecnico, secondo me è importante rendere ben chiara proprio l’evoluzione e le possibilità in termini di design che i tessuti tecnici offrono, anche per l’alta moda, rispetto al mondo classico dell’abbigliamento.

LF: Il tessuto tecnico ha permesso infatti di fare grandi passi in termini di creatività, nuove costruzioni e complessità dei cartamodelli che potevano essere supportati solamente dalla sua versatilità. A livello di trend, forse materiali come il nylon scompariranno o verranno parzialmente dimenticati, ciò che rimarrà sicuramente però sono le innovazioni che hanno portato: un taglio vivo pulito o una termosaldatura non erano fattibili prima dell’avvento delle fibre sintetiche.

LM: Anche se dovesse mai esserci questa caduta del tessuto tecnico per come lo si intende popolarmente, quindi di natura man-made, sicuramente ciò che rimarrà è la tecnicizzazione di tessuti, magari più naturali, attraverso la nobilitazione. Non si parlerà più per forza di ripstop o di nylon, quindi, ma forse si tornerà al famoso cotone spalmato originale, lavorando sulle nobilitazioni e sulle cerature bio più che sulle basi stesse.


Discovery: tela di nylon semilucida di peso medio trattata con water repellent

LF: Fino a ora, infatti, sembra tutto così conveniente che per quale motivo qualcuno dovrebbe usare ancora la lana o il cotone? Ovviamente un problema c’è, ed è legato alla sostenibilità e ai problemi di inquinamento che causano questi tessuti, essendo derivati per la maggior parte dal petrolio. Infatti, anche se l’ottimizzazione degli scarti ha raggiunto livelli di efficienza altissimi e le fibre potrebbero essere realizzate a partire dai rifiuti plastici di altri settori, i capi lentamente si deteriorano e, durante il lavaggio, per esempio, liberano microplastiche che inquinano le falde acquifere e la fauna marina, oltre che la nostra salute.

LM: Negli ultimi anni la ricerca si sta focalizzando principalmente sullo sviluppo di materiali bio-based, quindi polimeri biodegradabili che derivano da materiale organico come fagioli di soia, alghe o funghi. L’alternativa al momento più diffusa e ottimizzata però è quella del poliestere riciclato.

LF: Anche in questo caso i problemi non sono pochi. Dal punto di vista della produzione, in generale sia i brand che il consumatore finale richiedono un certo livello di qualità e soprattutto di quantità e molte volte il poliestere riciclato è solamente materiale recuperato da altre produzioni. Per esempio, un’azienda di bicchieri produce un certo quantitativo di rifiuti o di bicchieri invenduti che vengono donati a un’azienda tessile, la quale a sua volte li rifonde per creare le fibre. Non si parla quindi di veri e propri oggetti già utilizzati e recuperati che vengono poi riciclati.

LM: Altre aziende, invece, come Aquafil, Repreve e Econyl, producono fibre e tessuti a partire da veri scarti, come bottiglie, reti e plastiche recuperate dal mare. Riescono infatti a rilavorare la materia prima e creare un filato in poliestere molto performante e quasi completamente identico a uno creato da zero, e in più davvero riciclato.

LF: Esistono progetti ancora più ambiziosi, ma il problema principale è sempre la scalabilità del processo. E da azienda produttrice di tessuti conosco bene il problema. Lamintess stessa è riuscita a realizzare una spalmatura ottenuta da bucce di mela che rende il tessuto impermeabile, come se fosse gommato. La teoria ha funzionato ma il metraggio che si può realizzare è molto basso, non si possono realizzare grandi quantità di tessuto ma solo pochi metri con cui si realizzano un paio di capi e basta.


SM1757: microcanvas di poliestere riciclato trattato water repellent, PFC free

LM: Il fulcro vero della ricerca è proprio quello di riuscire a trasformare piccoli progetti in qualcosa di utile e da rendere disponibile in grande scala…

LF: Indipendentemente da qualsiasi tessuto si utilizzi, quello che viene proposto dall’industria tessile deve essere scalabile e riproducibile. Sono i brand stessi a richiedere enormi quantità per riempire i negozi e vestire le persone. Senza sfociare nella ricerca, a volte capita anche di creare effetti, colorazioni o texture particolari che però sono fattibili solamente a mano, una volta che provi a riprodurli con una macchina industriale non ottieni lo stesso effetto perché non è costante o stabile. Come l’architetto che fa il suo modellino, poi arriva l’ingegnere che gli smonta tutto perché il palazzo non sta in piedi.

LM: Anche nel mondo tessile è così, ci vuole sempre l’architetto e l’ingegnere. Per questo bisognerebbe pensare di lasciare la ricerca a un settore più di nicchia ma comunque sul mercato, mentre l’obiettivo rimane comunque sempre quello di rendere queste innovazioni industrializzabili.

LF: O forse no, perché bisognerebbe anche educare il pubblico a comprare di meno e meglio, per abbassare gli standard di produzione a livello globale. I designer emergenti o molto giovani che si approcciano al mondo del fashion sono molto più consapevoli da questo punto di vista. Vogliono comunque fare qualcosa di innovativo ma sono anche molto più attenti alla materia prima: a scapito di avere meno scelta optano per un articolo sostenibile, controllano con rigore le schede tecniche dei tessuti, si informano se un tessuto è disponibile in versione riciclata o se ha caratteristiche specifiche.

LM: Alla fine, essere sostenibili vuol dire produrre meno, vendere e comprare di meno, e quindi consumare meno, il tutto anche con rigore e tutela dell’ambiente. Questo è ovviamente un po’ un tabù per l’industria ma la maggior parte delle azioni che i brand compiono sono solamente palliativi per provare ad aggiustare un sistema sbagliato. Siamo a un buon punto ma il concetto alla base non è giusto.

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Pietro Bernocchi