Music

Quanto pesta il rap genovese

Articolo di

Riccardo Primavera

De Andrè ci ha influenzato tanto nell’essere noi stessi”: in questa frase è possibile che si riveda qualunque genovese DOC, ma è particolarmente vera per chi fa musica; anzi, è particolarmente vera per chi fa un certo tipo di musica, nello specifico quella che un tempo veniva definita “la nuova scuola del rap genovese”. Ora non è più una novità, ma una certezza, per giunta una di quelle importanti. E la frase in apertura, pronunciata da Tedua in un’intervista di tre anni fa, si rivela ancora più profetica.

RIOT, il nuovo disco di Izi, è appena uscito. Il quarto album ufficiale del rapper classe ’95 segna uno step importante, da molti punti di vista, a partire dal sound – S8 K4SS4 è prodotta da Benny Benassi, ad esempio -, passando per le collaborazioni – 18 in totale, tra cui un fenomenale IDK -, fino ad arrivare alle liriche. Il titolo del disco è infatti strettamente legato alle tematiche affrontate, che si legano a doppio filo tanto agli avvenimenti degli ultimi mesi, quanto alle riflessioni introspettive di Izi. All’anagrafe Diego Germini, è stato, in termini di notorietà, la testa d’ariete che ha sfondato ogni tipo di barriera e portato i nomi di tutta la scena genovese nelle cuffiette degli ascoltatori, uno alla volta. I collettivi Wild Bandana e Drilliguria, con diversi artisti che appartengono sia all’uno che all’altro, sono infatti due delle realtà più interessanti del panorama rap odierno, sotto tutti i punti di vista. E il 2020 è stato un anno che ha visto diversi di loro confermarsi: Bresh ha pubblicato Che io mi aiuti (e la repack, Che io ci aiuti), un disco sorprendentemente in equilibrio tra sonorità pop e una scrittura per immagini affascinante; Vaz Tè ha pubblicato VT2M, disco che conferma le sue incredibili capacità da rapper, con una delivery incisiva e decisa; e poi ovviamente Tedua, che ha pubblicato il mixtape in due parti Vita Vera – Aspettando la Divina Commedia, che ospita (tra gli altri) anche Disme, SHUNE, Bresh, e tutta la Wild Bandana in Manhattan. Anche Guesan ha pubblicato l’album Nuwanda, mentre Disme ha dato vita a diversi singoli, oltre a comparire in molti dei progetti appena elencati. E siamo sicuri che il 2021 continuerà su questo filone.

L’omonimo singolo Wild Bandana, un successo certificato disco di platino FIMI

Ma dov’è nato tutto? O meglio, ad essere precisi, chi c’era quando tutto questo stava nascendo? La risposta è una: Demo, il proprietario di Studio Ostile, vera e propria Mecca del rap genovese. Le mura insonorizzate di questo studio hanno infatti ospitato la gestazione di un movimento che è diventato poi molto più grande dello studio stesso, ma che al contempo è riuscito a mantenere intatte le caratteristiche con cui è germogliato. “Studio Ostile è nato intorno al 2005”, racconta Demo, “in quell’anno ho iniziato a produrre i primi beat e a passarli ai genovesi, e non essendoci altri studi ai tempi, il passaparola ha fatto girare il nome molto in fretta”. Sono anni acerbi per il rap italiano, che sta tornando a vedere un po’ di luci dei riflettori – Fabri Fibra e Mondo Marcio -, ma che in realtà è più vivo che mai nell’underground. Demo inizia producendo e registrando artisti quali Dala Pai Pai, Lion, Axel Spleen, Moreno, Nader, e per diversi anni rimane confinato in questa dimensione. “È stato il 2012 a portare i primi risultati, con la canzone “Quelli che trovi qui” ho realizzato la prima posse di solo genovesi: AlbeOk, Dala, Nader, Lion, Vale, Pensie, Mato, Rino, Axel Spleen, Sfera, Moreno, Duscian, Dj Kamo”. Ed è proprio il beat di “Quelli che trovi qui” ad aprire le porte di Studio Ostile a Wild Bandana: “il pezzo ha girato abbastanza tra i fan del rap genovese, tanto che poi ho reso disponibile il beat, e circa una trentina di rapper genovesi mi finirono in studio per fare il proprio remix. È stato proprio in quel periodo che ho conosciuto più o meno tutta la Wild Bandana!”.

La posse track di Demo è un cult underground da più di 150k views

È Vaz Tè il primo a lavorare “ufficialmente” nello Studio Ostile. “Ho conosciuto bene i ragazzi di Wild Bandana durante le registrazioni di Singapore Mixtape di Vaz Tè”, ricorda Demo. “In quel periodo andava ancora molto il rap puro, ma noi già sperimentavamo la trap e l’autotune era molto presente nei nostri dischi. La cosa che mi ha stupito di tutti loro è che non solo rappavano con uno stile molto personale e unico, ma avevano anche i ritornelli potenti ed erano gasati dall’usare l’autotune”. Una storia comune a molti dei nomi di questa generazione spartiacque – basta pensare alla Dark, a Rkomi, a Sfera -, che a Genova raggiunge una densità di concentrazione incredibile. Con il tempo, dallo studio di Demo escono alcuni dei progetti che più hanno caratterizzato quell’epoca, dischi e mixtape che al giorno d’oggi sono culto per quelle strade, ma anche per moltissimi ascoltatori sparsi in tutta Italia: “Cosa Vogliamo Fare” (mixtape di Bresh), “Kidnapped e Julian Ross” (mixtape di Izi, ai tempi Eazy/Eazyrhymes), “Macchie di Rorschach” (progetto di Izi e Sangue), “Medaglia d’oro” (progetto di Vaz Tè e Tedua, ai tempi Duate, prodotto da Zero Vicious).

Il resto è storia praticamente mainstream: Izi partecipa a Zeta – Una storia hip hop e pubblica Fenice, disco che riscuote un grande successo commerciale, di pari passo con quello del film, e che lo lancia nel campionato dei big del rap italiano. A quell’album fanno seguito Pizzicato e Aletheia, lavori che dimostrano uno spessore lirico incredibile per un autore così giovane. Tedua lo segue a ruota: la trilogia dei mixtape di Orange County diventa in pochissimo una sorta di “street platinum”, un culto per tutti i fan; conquisterà col tempo anche chi inizialmente storceva il naso, di fronte al modo di rappare di Tedua, stilisticamente unico e tutt’altro che semplice da assimilare. Il successivo Mowgli è stato il disco della consacrazione, sugellando il successo del sodalizio con Chris Nolan come beatmaker; il resto della scena ligure, nel frattempo, continua a lavorare. Nonostante la distanza, l’integrarsi di Tedua e Izi nel panorama milanese, le collaborazioni sempre più di spicco e l’apparente allontanamento da un’attitudine più underground e più collettiva, la matrice Wild Bandana/Drilliguria non è mai scomparsa. Sui social i rapper hanno sempre ribadito la vicinanza e il supporto reciproco, portando i fan ad aspettare sempre più spasmodicamente un disco corale che, in prospettiva, si sarebbe potuto rivelare interessantissimo: ciascuno di loro stava infatti sviluppando una propria corrente stilistica ben definita, magari all’apparenza molto lontana da quella dei compagni di crew, ma col filo rosso del rap genovese sempre ben solido ed evidente.

Uno scatto dal backstage della cover di Amici Miei

L’attesa è stata interrotta dall’iconico progetto di gruppo, “Amici Miei Mixtape”. Riprendendo il titolo del leggendario film di Mario Monicelli, Bresh, Disme, Ill Rave, IZI, Nader Shah, Sangue, Tedua e Vaz Tè danno vita a un tape che è un manifesto di ciò che il movimento genovese rappresenta, ma anche del rapporto che li lega, e che va ben oltre la musica. La stessa cover, che vede protagonista una “fototessera di gruppo” dei rapper, ribadisce la spontaneità alla base del tutto, il sentimento di unione, la voglia di spingersi l’un l’altro sempre più su.

I primi anni del secondo decennio del 2000 sono stati importantissimi per il mondo del rap nel capoluogo ligure, soprattutto dal punto di vista stilistico. “Ho capito che stavamo creando qualcosa di importante perché non solo i numeri crescevano ma i rapper più giovani venivano in studio ed emulavano i ‘nostri’ rapper”. Da giovani indipendenti alle prime armi, a stelle affermate o in ascesa del rap (e non solo) italiano, in nemmeno un decennio. Una cavalcata poderosa, che ha lasciato il segno sulla città, un segno assolutamente positivo. “La scena genovese negli anni è cambiata molto; oggi ci sono vari studi di registrazione che spingono, tanti rapper e un bel po’ di producer interessanti”. Il presente è incredibilmente roseo, ma il futuro sembra sorridere ancora di più. Ne è davvero convinto anche Demo: “sono sicuro che la storia del rap genovese deve ancora essere scritta”, conclude sorridendo.

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