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Il ritorno di 6ix9ine frantuma ogni record: cosa è successo alla credibilità nel rap?

Articolo di

Riccardo Primavera

Qualche settimana fa, mentre cercavamo di riflettere sull’evoluzione del fenomeno Travis Scott, qualcuno ci ha fatto notare che, secondo lui, stessimo dedicando troppo spazio e troppi articoli al rapper di Houston. L’articolo in parte spiegava proprio il perché di questa situazione, ma non è questo il punto. A guardare quello che sta succedendo ora con 6ix9ine, questa persona farà la stessa osservazione? Eppure è impossibile non riflettere su quello che queste ultime settimane rappresentano per il mondo del rap. Non si tratta di parlare di lui, si tratta di partire da lui come spunto. Perché quello che ha dimostrato sui social, su YouTube, su tutta la stampa di settore – e sui media in generale – solleva un grande, grandissimo punto interrogativo. La “realness”, la “street credibility”, un certo tipo di codici, una narrazione autobiografica, sono ancora degli elementi imprescindibili per fare successo discografico – ed economico – con il rap?

Le vicende di 6ix9ine sono abbastanza chiare a chiunque segua un minimo questo mondo, anche da lontano. Nell’ultimo anno, i termini accostati più di frequente a lui e alle sue treccine sono stati “snitch” e “rat”, senza soluzione di continuità. Si è espresso chiunque. Sulla sua scelta di collaborare con le autorità – facendo nomi e cognomi dei membri della gang a cui era affiliato – sono piovuti i giudizi più disparati. Anche quelli di chi non ha neanche lontanamente idea di come funzioni il mondo della criminalità organizzata e quel tipo di mondo. Soprattutto chi, seduto sulla lussuosa poltrona in pelle del salotto dei genitori, sta preparando lo zaino per tornare a scuola il giorno dopo. Insomma, chiunque si è sentito in dovere – e in diritto – di dire che al posto suo avrebbe fatto diversamente. Ci sarebbe da aprire uno studio sociologico a riguardo, ma non è questa la sede.

Le vicende giudiziarie di 6ix9ine hanno però portato la verità a galla: le liriche del rapper, le mirabolanti gesta criminali o più o meno legali – ma piuttosto intimidatorie – millantate dal rapper in realtà non sono state compiute da lui. Molto probabilmente non era neanche presente mentre si svolgevano. Gli sono state raccontate dai responsabili, dai membri della gang, dalle persone del suo giro. I suoi testi sono quindi frutto di testimonianze più o meno dirette, ma sono tutt’altro che autobiografici. Viene meno un pilastro del rap, quello della “realness”. La sincerità, il racconto della verità, l’onestà, sono sempre stati vissuti come un mantra in questo genere, sin dalle origini. I rapper devono scrivere i propri testi e raccontare le proprie verità, le proprie esperienze, il proprio vissuto; o perlomeno devono essere sempre sinceri nel dividere ciò che è successo a loro e ciò che è storytelling, altrimenti si finisce per interpretare un personaggio.

Eppure. Sì, c’è un eppure, ce ne sono diversi nella storia, in realtà. Uno degli esempi più lampanti sono gli N.W.A., i padri del gangsta rap, filone che ha fatto della “realness” una vera e propria pietra angolare. Eppure Dr. Dre spesso non scriveva i propri testi, e Eazy-E non li scriveva affatto. Eazy però sostanzialmente era l’unico ad averle vissute, certe situazioni, perché era proprio un criminale convertito al rap. Spesso e volentieri, le storie raccontate dagli N.W.A. – non solo da lui – erano le sue. Però il gruppo veniva da contesti simili, raccontava a mo’ di cronaca ciò che li circondava, e la narrazione era credibile perché era vera, sincera. In quegli anni, a Compton, bastava guardarsi intorno per trovare i riferimenti da cui arrivavano tutti i loro versi.

La situazione di 6ix9ine però è diversa, perché il processo ha demolito ogni forma di credibilità, di testimonianza partecipata a certe azioni. Rimangono racconti “rubati” ad altri, resta l’impersonificazione di qualcun altro, si è persa ogni traccia di genuinità nel personaggio che lo aveva reso uno dei nomi più importanti del panorama rap contemporaneo. Lo era diventato proprio in virtù di quel personaggio: estremo, provocatore, apparentemente privo di timori, divisivo, estremamente divisivo. La sua attitudine sfacciata, contro tutto e contro tutti, leale solo alla sua gang – citata praticamente ovunque, dai testi alla comunicazione social -, aveva fatto innamorare persino 50 Cent, uno che di vita di strada e di imperi criminali se ne intende sul serio. Ma anche uno che ha avuto l’intelligenza di usare la musica per uscirne.

A sentenza pronunciata, insomma, 6ix9ine sarebbe dovuto scomparire. Perché non è possibile violare ogni sacro dogma del rap, ogni valore condiviso dal suo sistema culturale, e rimanerne parte integrante. O no? D’altronde lo diceva a chiare lettere anche Cam’ron in una storica intervista alla CBS, poi campionata da The Night Skinny in “Dope Games” con Noyz Narcos. Non si parla con la polizia, fa male al business, e chi dice il contrario probabilmente non compra un determinato tipo di dischi rap. Punto.

Poi però arriva il contratto discografico, firmato mentre è ancora dietro le sbarre. 10 milioni di dollari che si vanno ad accumulare alle entrate legate alle royalties dei suoi pezzi. È in galera, ma è sempre più ricco. Però la festa è finita, non troverà un pubblico pronto ad accoglierlo, una volta uscito. La strada della musica è sbarrata, dovrà inventarsi qualcos’altro, ammesso e non concesso che non lo uccidano in prigione. O no?

Poi però arriva il rilascio anticipato, per ragioni di salute, legato alla pandemia. Chiede e ottiene da un giudice il permesso di girare un video nel cortile di casa sua. In rete parte il buzz, ma è tiepido, d’altronde il pubblico gli ha voltato le spalle, si sono dimenticati del fenomeno 6ix9ine, ha tradito tutti e tutto, non esiste più. O no?

Poi però arriva “GOOBA”, il suo nuovo singolo. Record di visualizzazioni di un video YouTube nelle prime 24 ore: frantumato. E apparteneva a Eminem. È il video più veloce nella storia della piattaforma a raggiungere le 100 milioni di visualizzazioni. Nelle prime ore il numero dei commenti ha ripetutamente fatto crashare la pagina di YouTube. Va in diretta su Instagram, dal suo profilo, e racconta il perché delle sue scelte. Non rinnega nulla, accusa gli altri di averlo tradito, di averlo spinto a collaborare, perché il loro tradimento aveva eliminato il discorso “fedeltà” dall’equazione. Sono in 2 milioni a connettersi per ascoltarlo, per ascoltare la sua versione. È record per il maggior numero di utenti connessi in una sola diretta. Neanche le deliranti Quarantine Radio di Tory Lanez erano riuscite ad arrivare a tanto.

Ma allora la credibilità è ancora così fondamentale? Essere veri, sinceri, autobiografici, è ancora un must per avere successo? Attenzione, non per fare buona musica e soprattutto buona musica rap. Qui il discorso è un altro. È possibile che il rap si sia allargato così tanto, abbia inglobato così tanto – a livello di cultura pop, ma anche di pubblico – da aver lasciato cadere nel dimenticatoio questi principi, dal punto di vista del successo discografico? Non serve più essere, basta solo dire di essere, raccontare di essere? Quanto è ampio il confine che separa il millantare e il ghostwriting, a livello di percezione? Perché anche quel “It was written like Nas but it came from Quentin”, rifilato da Pusha T a Drake qualche tempo fa – in maniera magistrale, per giunta -, anche quell’accusa fece scalpore. Non era una confessione davanti al giudice, ma era un’accusa pesante, nel tribunale del rap. Molti fan urlarono anzitempo alla fine della carriera di Drake. Due anni dopo Aubrey Graham, in arte Drake, è l’artista più ascoltato al mondo su Spotify.

Forse è davvero cambiato tutto? Difficile dare una risposta. Magari tra 50 anni 6ix9ine sarà un nome dimenticato da tutti e da tutto, e i suoi record attuali verranno infranti da qualcun altro. Magari invece segnerà un’inversione di rotta e di tendenza per l’intero genere. Impossibile prevederlo. Nel frattempo, però, Jay Z rilascia una meravigliosa intervista-fiume con David Letterman, nel nuovo talk show di quest’ultimo su Netflix, “My Next Guest Needs No Introduction”. Tradurla non le renderebbe giustizia, ma è forse la testimonianza più preziosa – e soprattutto più prestigiosa – sulla questione. “Hip hop is all biographical, am I right about that?”, chiede Letterman. “No, it pretends to be. A lot of guys are just telling stories. There are really a few people telling real true life stories.” “Really? Even in the beginning, when kids were just starting out?”, incalza allora Letterman, sorpreso. “Yeah, they were lying”, risponde Jay Z. “Sorry”, aggiunge poi ridendo, rivolgendosi al pubblico in sala.

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