Il ruolo del carcere nel rap: in bilico tra la rovina e il successo

Articolo di

Greta Scarselli

Rap, droga e carcere è un trinomio che troviamo spesso presente nel mondo hip hop, ma non come regola, bensì come premessa che, in una buona percentuale dei casi, diventa la base che induce l’individuo a trovare un modo alternativo per esprimersi, un modo che può essere tanto aggressivo quanto semplice e che si riscontra proprio in questo genere. Chiunque può sputare rime su un beat, e spesso, nella storia, il rap si è dimostrato la strada più rapida e diretta per farsi sentire e trovare la libertà laddove veniva tolta.

Ed è proprio grazie al rap che anche gli ultimi scappati di casa hanno avuto modo di dire la loro, di aprirsi sui quattro quarti e di sfondare tutte quelle porte che gli erano state chiuse. Perché nessuno avrebbe scommesso su di loro.

Nonostante la storia del rap in Italia sia stata molto più pacata rispetto a quella di altri Paesi, anche noi abbiamo avuto i nostri buoni casi. Massimo Pericolo è forse l’esempio più chiaro per spiegare il modo in cui quelle premesse si trasformano in ribellione: “7 Miliardi” – brano con cui Massimo Pericolo ha puntato i riflettori su di sé – non ha il linguaggio che il rapper è solito usare per esprimersi e le sue successive produzioni lo hanno dimostrato. Siamo sette miliardi, mi frega un cazzo degli altri è il risultato di un atto di protesa, rabbia e sfogo verso chi lo aveva tenuto con le mani legate, un caso strettamente legato a un’esperienza, quella del carcere, e che di fatto non abbiamo più ritrovato con tanta violenza nelle note del rapper.

Ci sono poi Gallagher e Traffik, che di quelle premesse ne hanno fatto il personaggio. Troppo legate alla loro storia, forse, per poterle scindere e lasciarle a terra una volta fatto il salto. Oppure Rasty Kilo che, seguendo le orme di molti americani, ha fatto un first day out di quelli veri, registrando le strofe di “Vuoi Parlarmi Di Cosa” tra le mura di casa, poco prima di concludere i 400 giorni di domiciliari.

In America, però, il carcere ha un ruolo molto più invadente e determinante nella carriera degli artisti. Quelli che hanno ritrovato il successo non appena usciti di prigione sono molti, da Tupac nel ’96 con “All Eyez On Me” a Meek Mill nel 2014. C’è chi lo ha fatto direttamente dietro le sbarre come YNW Melly o Gucci Mane, che ha fatturato oltre un milione di dollari pubblicando 12 progetti in un anno, e c’è chi addirittura lo ha fatto con un braccialetto elettronico al piede, vedi l’assurda storia di Tay-K.

Le condanne colpiscono ragazzi sempre più giovani, perché è da altrettanto giovani che si avvicinano alle gang di strada e poi al rap. YNW Melly ne è un attuale esempio, un caso estremo che abbiamo addirittura rischiato di perdere per la condanna a morte che ancora è legale nel sud della Florida. Unitosi ai Bloods ancor prima dei 15 anni, Melly ha iniziato poco dopo a fare avanti e indietro dal carcere, dove tutt’oggi si trova con un processo in corso per omicidio. Le sue parole in “Murder On My Mind”, che furono lo sfogo di una mente adolescente chiusa in quattro mura, si sono rivelate ad oggi spaventosamente attinenti al vero, anche se scritte prima dei reati successivamente commessi.

Pubblicare musica dal carcere, in America, è una cosa che si mette in conto. Melly ha rilasciato “We All Shine” – al cui interno si trova “Mixed Personalities” con Kanye West – mentre era ancora in cella e il suo ultimo album “Melly vs. Melvin” lo ha annunciato con una telefonata dal penitenziario. Gucci Mane mandava lettere all’attuale moglie piene di testi rap, quelli che poi sono finiti nel suo grande successo “Everybody Looking”. E ancora, XXXTentacion firmò il suo primo contratto discografico direttamente in cella, a seguito del successo di “Look At Me!” che si realizzò nella stessa circostanza.

Gucci Mane nel 2005, mentre lascia la prigione della contea di DeKalb

Ma c’è anche chi si è preso condanne come pugnalate nel bel mezzo della propria carriera ed è il perfetto caso di 6ix9ine, che ha un indiscutibile talento artistico. Il rapper dai titoli bizzarri è stato preso in arresto proprio quando tra le mani aveva pronto un album che gli avrebbe permesso il grande salto. Un biglietto da visita d’eccellenza che conteneva i nomi di Kanye West, Nicki Minaj, Gunna e che, al contrario di come sperato, è stato pubblicato in fretta e furia prima di veder sparire il rapper nel vortice di processi e polemiche – e forse anche prima di far pentire gli stessi artisti che ci hanno messo la firma.

È indiscutibile il fatto che il carcere ostacoli la carriera artistica, ma in America la comprensione e l’apprezzamento per il talento superano qualsiasi cosa ed è difficile che qualcuno venga lasciato solo. Motivo per cui gli album che escono, anche dopo anni di assenza dai riflettori, contengono sempre il valore aggiunto dato da chi ci ha creduto e da chi ha custodito l’eredità dell’artista, che sia il producer, il collega o la moglie. Difficile finché non viene superata una linea molto sottile, quella che 6ix9ine ha varcato a grandi falcate. Quella di voltare le spalle alla scena sempre pronta a sostenerti e mettersi dalla parte del nemico. A quel punto non saranno gli artisti a salvarti, ma le case discografiche che tenteranno la fortuna fino alla fine.

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