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Il sodalizio tra l’architetto Frank Gehry e Louis Vuitton non smette di stupire

Articolo di

Alberto Bonazzi

Louis Vuitton, con il passare del tempo e la realizzazione di nuovi progetti, continua a mostrarsi non come una semplice firma dell’alta moda parigina, ma piuttosto come un vero e proprio incubatore culturale che, grazie alle proprie risorse, può permettersi di investire in numerosi campi del sapere, ottenendo il prezioso risultato di contribuire indissolubilmente alla tessitura di una fitta rete di contaminazioni interdisciplinari. Se già nel suo settore apporta cambiamenti rivoluzionari, come il coinvolgimento di figure che, a partire dal loro background, si scontrano con gli schemi consolidati di un ambiente conservatore, è soprattutto in progetti trasversali che LV chiama a sé grandissime personalità di altri mondi. Uno fra tutti è l’architettura, disciplina per la quale il brand francese sembra avere un vero e proprio debole. Ricordiamo, per esempio, l’intervento di Zaha Hadid sull’iconica Bucket Bag, in cui gli elementi del monogram sono andati incontro a un processo di estrusione volumetrica, ma anche gli Espaces, ovvero le gallerie inglobate in alcuni store sparsi per il mondo – come a Venezia e a Tokyo – dove vengono regolarmente allestite mostre d’arte e non solo. All’interno di questo programma, volto alla valorizzazione della cultura, si distingue il duraturo sodalizio con Frank Gehry, uno degli architetti viventi più conosciuti e stimati al mondo che, per Louis Vuitton, ha messo mano sia ad architetture di grandi dimensioni, che alla più recente realizzazione di “flaconi scultorei” per la nuova collezione di profumi del brand.

Frank Gehry con schizzi e prototipi dei flaconi realizzati per LV

Nei progetti commissionati dalla maison, ci sono particolari espressioni della cifra stilistica dell’architetto ed è proprio per questo che è prima fondamentale entrare in contatto con le peculiarità della sua produzione, nonché del ruolo di archistar, ovvero di celebrità dell’architettura, che ricopre. Frank Owen Gehry, all’anagrafe Ephraim Owen Goldberg, è oggi un architetto canadese che alle sue spalle, oltre ai 92 anni di vita, ha un’ingente produzione di opere che, come accade attraversando i decenni, è andata incontro a successive evoluzioni. La sua carriera prende il via soprattutto durante gli anni ’60 e ’70 quando Gehry, dopo essersi laureato in architettura nel 1954, si trasferisce negli USA dove concentra le sue giovani energie nello studio e nella rielaborazione del modello della casa unifamiliare americana. L’esempio più rappresentativo di questo periodo è l’abitazione che costruisce per sé stesso a Santa Monica, California. Qui, come in un collage tridimensionale, dà forma a quella che a prima vista potrebbe sembrare un’accozzaglia di materiali e volumi, ma che già in quel momento preludeva alla scomposizione architettonica che lo caratterizzò per gli anni a venire. Negli anni ’80, infatti, la scala degli edifici da lui progettati si ingrandisce e gli permette di sperimentare in grande la compenetrazione e la modellazione di volumi a partire dalla scomposizione dell’edificio, diventando così uno dei massimi esponenti del decostruttivismo architettonico. Insignito nel 1989 con il Pritzker Prize, giunge alla realizzazione di architetture-sculture come il Vitra Museum a Weil am Rhein e la Walt Disney Concert Hall. La sua consacrazione all’olimpo dell’architettura, però, avviene con la realizzazione del Guggenheim di Bilbao (1991-1997), attraverso cui rivoluziona il concetto di museo contemporaneo e si fa conoscere alle masse. A quel punto la sua rilevanza culturale è diventata tale da essere addirittura comparso nel 2005 in un episodio dei Simpson, in cui è chiamato ad ideare un auditorium per i cittadini di Springfield per il quale, ironicamente, giunge alla soluzione progettuale guardando un foglio che aveva appallottolato e gettato per terra, ma anche, più recentemente, da essere stato protagonista di una masterclass di architettura.

Ma veniamo ora al suo nuovissimo progetto per Louis Vuitton che, sorprendentemente, non coinvolge l’architettura propriamente detta, ma un’architettura in più piccola scala, quella di una sinuosa boccetta di profumo. LV ha da poco presentato Les Extraits, la nuova collezione di fragranze nata dall’esperienza di Jacques Cavallier Belletrud che, in qualità di naso della maison dal 2012, ha pensato a 5 inedite essenze complessamente strutturate a partire da ingredienti naturali provenienti da tutto il mondo e, per restituire un’immagine del prodotto all’altezza delle qualità sensoriali che scaturiscono a livello olfattivo, è stato necessario pensare in grande anche per il contenitore. Così Gehry, misurandosi per la prima volta su un oggetto piccolo e composto da pochi elementi, ha scelto di affrontare il progetto da un punto di vista scultoreo. A partire dal classico flacone di LV, l’architetto ha abbattuto i volumi regolari e le linee rette, prediligendo invece la dinamicità e la sinuosità del vetro che racchiude il profumo colorato. Ma il vero valore aggiunto è condensato nel tappo argentato: qui un semplice elemento di chiusura diventa una vera e propria scultura in cui, assente ogni riferimento figurativo, l’ispirazione tratta dal mare e delle onde ha portato alla pura rappresentazione del movimento. Ecco che, con un occhio più critico, si riesce ad individuarvi una stretta connessione con le sue opere architettoniche, che passa per il richiamo formale di una delle grandi sculture futuriste italiane. Visivamente, infatti, il tappo può ricordare “Forme uniche della continuità nello spazio” (1913) di Boccioni, la scultura che per prima nell’età delle avanguardie metteva in campo proprio la scomposizione delle forme a causa del movimento e della velocità. Questa plasticità futurista, così evidente nel tappo del flacone, è ugualmente rintracciabile anche nelle architetture più famose di Gehry già citate. L’architetto, infine, ha rielaborato anche il cofanetto in cui conservare con cura l’intera collezione: la superficie esterna, interamente ricoperta dal monogram, presenta piani inclinati e superfici arrotondate, oltre a una chiusura e un manico dorati ancora una volta scultorei.

Il più importante risultato della relazione tra Gehry e la maison è, però, la realizzazione dell’imponente sede della Fondation Louis Vuitton. Dopo la sua istituzione nel 2006, grazie al volere dell’amministratore delegato del gruppo LVMH Bernard Arnault, la fondazione ha rivelato il progetto dell’architetto canadese per l’edificio che l’avrebbe rappresentata a Parigi. Solo nel 2014 è avvenuta l’inaugurazione della colossale struttura che, eretta nella periferia ovest di Parigi all’interno del parco del Bois de Boulogne, oltre ad essere una delle massime espressioni architettoniche del XXI secolo, richiama fortemente l’architettura del ferro e del vetro della seconda metà del 1800, proprio per i materiali impiegati. Complessivamente, infatti, l’edificio è composto da 12 “vele” in vetro e acciaio che, con la solita attitudine di Gehry per la modellazione volumetrica, avvolgono dinamicamente un nucleo centrale in calcestruzzo chiamato “iceberg”. I rimandi al mondo della navigazione e della vita di mare, quindi, vediamo come siano già stati applicati dall’architetto e, per questo progetto, sembra venire riprodotto un veliero in mezzo al mare, grazie anche allo specchio d’acqua presente su un lato della struttura. Inutile dire che la Fondation Louis Vuitton conferma innegabilmente il già citato impegno nei confronti della cultura che, in questo caso, viene promossa attraverso esposizioni artistiche allestite nelle 11 gallerie.

Infine, non potevamo tralasciare l’iconico store di Louis Vuitton a Seoul inaugurato nell’autunno del 2019. In occasione della progettazione del punto vendita, da un lato Gehry ha realizzato l’architettura esterna, edificando il suo primo progetto in Corea del Sud, dall’altro ha messo a punto gli interni che sono ricaduti sotto la direzione dell’architetto Peter Marino. Ancora una volta i volumi in vetro della copertura sembrano modificarsi in onde sinuose sotto i nostri occhi, al pari della facciata che, scomposta, esce dalla struttura centrale per tendere verso le persone che ci si trovano davanti. Gehry, con questo progetto collocato nel prestigioso viale Cheongdam-dong, è riuscito sia a richiamare la sua precedente elaborazione sviluppata per la sede della Fondazione Louis Vuitton, sia ad omaggiare la cultura e la tradizione coreane tramite rimandi ad architetture storiche come la fortezza di Hwaseong.

Attraverso questi progetti, per tipologia abbastanza eterogenei tra loro, abbiamo potuto percorrere una piccola parantesi della lunga carriera di Frank Gehry e, allo stesso modo, della storia di Louis Vuitton, di cui non ci dovremmo limitare a ricordare esclusivamente le collezioni di abbigliamento presentate anno per anno, ma di cui dovremmo apprezzare anche i suoi contributi nell’architettura e nelle tante declinazioni della cultura di cui direttamente o indirettamente si occupa. Nel caso aveste trovato stimolanti le opere di Frank Gehry, infine, vi suggeriamo alcune delle sue ultime realizzazioni, come la Luma Tower progettata per la Luma Foundation ad Arles, e altri progetti annunciati come due alti grattacieli, che in futuro si aggiungeranno allo skyline di Toronto, oppure l’inizio dei lavori del nuovo colossale Guggenheim di Abu Dhabi.