Intervista a Ketama: la forza di riuscire senza cambiare sé stessi

Articolo di

Greta Scarselli

Ketama ha pubblicato oggi il suo nuovo album, un disco che ci ha sorpreso e che ha scalato in fretta la lista dei migliori progetti del 2019. “Kety” è potente, aggressivo, maturo e presenta ospiti eccellenti che vanno a incasellarsi in maniera impeccabile tra le note del disco.

Se la scorsa volta ci ha raccontato il suo rapporto con le droghe e della sua fissa di fare tutto da solo, oggi abbiamo colto l’occasione di parlare del significato dei soldi, della cura nello scegliere le persone giuste e della forza di cambiare che forse non serve.

“Kety” mi è sembrato un album più maturo, di una persona che sa cosa vuole. In confronto a “Rehab”, cosa rappresenta questo disco e quali sono le emozioni che sentivi la necessità di mettere in gioco?

“Rehab” è stato un disco che ho fatto in breve tempo, quindi più che sulle cose da dire mi sono concentrato sul suono, cercando di renderlo unico. Era più mono-mood, diciamo, a livello di tematiche. Questo qua invece l’ho scritto in un arco di tempo più lungo, quindi ci sono dentro tutte le emozioni dello spettro umano; in un anno e mezzo l’ho scritto, tutte le canzoni con un mese di distanza l’una dall’altra, circa. Sono tutte situazioni diverse, stati d’animo diversi, quindi è più completo da questo punto di vista.

Nell’album c’è una grande ricerca di suoni. Hai cercato un’atmosfera particolare? 

Ho cercato di fare quel disco che secondo me suonasse rock in qualche maniera. Come i dischi rock che uscivano negli anni ’90, all’interno magari c’era un pezzo veloce, una ballad, un pezzo da radio, erano diciamo un po’ tutto. Ho cercato di fare la stessa cosa però con la trap, con i suoni di adesso.

Ho messo delle chitarre per questo motivo, ci sono pezzi veloci, pezzi distorti, pezzi più puliti, ho cercato di fare questo tipo di disco.

I soldi non devono essere mai il fine, devono essere un mezzo per fare più cose, purtroppo nel mondo odierno non sei libero senza soldi.

Ketama

È molto forte il tema della rivalsa, dei soldi. Questi ultimi sono sempre un argomento controverso. Qual è il rapporto che hai oggi con i soldi rispetto a 4 anni fa? 

Sono cambiati i soldi che ho in tasca (ride, ndr). Quattro anni fa non facevo un euro, adesso grazie al cielo le cose stanno andando bene, riesco a fare un po’ di soldi con la musica. Però diciamo che non è cambiato granché come io li veda, penso che i soldi siano soltanto un mezzo, non devono essere mai il fine, devono soltanto essere uno strumento secondo me per fare più cose, purtroppo nel mondo odierno non sei libero senza soldi.

Allo stesso tempo magari, se sei nella condizione di poter fare soldi, poi non sei libero, perché non hai tempo per poterteli godere, quindi ho un po’ questo rapporto di amore/odio verso i soldi.

Sei uno di quelli che pensa alla sua musica a 360 gradi. Hai composto molti beat del disco, ma hai lasciato spazio anche ad altri producer. Mi viene da pensare che comunque quando uno sa fare una cosa da solo poi è abbastanza esigente nel chiederlo agli altri. Come hai scelto le persone giuste?

Come hai detto te è un’esigenza. Ad esempio, io non so suonare, io produco, sono molto bravo a campionare, però non uso tanto i plug-in, non mi piace suonare gli strumenti virtuali e non so suonare la chitarra, per cui da questa esigenza magari vado a prendere in un pezzo Zollo che suona la chitarra e gli faccio aggiungere un assolo, in un altro posso mettere mio padre che suona i fiati perché sento che ci stanno bene con la produzione. 

Altri pezzi sono prodotti interamente da altri e là ho voluto collaborare con quelli con cui ho sempre lavorato. C’è un beat di Nino Brown, che è un mio amico con cui non collaboravo da un po’.

Quando lavori da solo rischi sempre di chiuderti troppo e non avere altri pareri è un po’ fuorviante.

Ketama

Era da un bel po’, non si vedeva nei tuoi dischi dal 2017. Com’è stato questo ritorno?

Eh si. Lui è un grande, era sparito dalla scena per un po’, ma poi è ritornato e sono molto contento di quella canzone (“Dirty”, ndr) per questo fatto. Poi c’è Drone, molti sono fatti a quattro mani, nel pezzo con Noyz c’è Skinny che ha messo un po’ le mani al beat, ho cercato di fondere sempre più menti.

Alla fine con più teste si lavora anche meglio.

Sì, esatto. Sai quando lavori da solo rischi sempre di chiuderti troppo e non avere altri pareri è un po’ fuorviante.

Nel primo brano parti in quarta dicendo “Ho fatto sempre quello che voglio, ora sorrido ho i denti d’oro”. C’è mai stato un momento in cui avresti voluto mollare tutto?

Forse prima che uscisse “Oh Madonna”, però in realtà non ho mai pensato di mollare tutto perché per me la musica è uno sfogo, no? È un passatempo produttivo e anche uno sfogo, per cui la farei a prescindere, a priori. Poi non sono uno che fa sport, che ha degli hobby, per me è lei, la musica. Anche se lavorassi lo farei come hobby.

Spesso hai parlato del cambiamento come una cosa difficile. Durante il tuo percorso, fino ad oggi, qual è stata la cosa di te che hai cambiato con più difficoltà? 

Eh, tutto. Perché tante cose che ho provato a cambiare alla fine non sono riuscito a cambiarle, quindi in realtà cambiamenti veri non ce ne sono stati. Forse è questa la mia forza, che non ci sono riuscito, però tante volte nella pratica mi sono trovato a voler cambiare certe mie cose e non farcela, quindi…

Tutto sommato vuol dire che andava bene così.

…andava bene così (ride, ndr). Forse non c’era niente da cambiare.

Noyz è una di quelle figure che mi ha dato un sacco a livello musicale, anche se poi facciamo cose diverse.

Ketama

Per quanto riguarda le collaborazioni ti sei portato dietro nomi importanti. Hai collaborato per la prima volta con artisti come Noyz e Fabri Fibra, per non parlare del capolavoro con Califano, ma hai coinvolto anche artisti più vicini al tuo mondo come Massimo Pericolo, Speranza. Mi è sembrato un voler racchiudere tutte le cose grazie al quale sei quello che sei oggi.

È vero. Soprattutto le collaborazioni con Noyz e Fibra ci sono perché mi hanno influenzato tantissimo in quello che sono oggi, sinceramente Noyz è una di quelle figure che mi ha dato un sacco a livello musicale, anche se poi facciamo cose diverse. Io canto, lui no. Però comunque a livello di immaginario iconografico sì. Stessa cosa anche Massimo Pericolo, “Scacciacani” – e il Disco D’Oro che ha fatto – come hai detto te mi ha portato a fare questo e quindi l’ho voluto mettere dentro.

Speranza è una persona invece che conosco da meno tempo, però ho visto subito una certa intesa, una bella fratellanza. Volevo anche rappresentare tutta l’Italia quindi ho messo da Genova, con Tedua, a Caserta.

Come ti ha influenzato invece il cantautorato di Califano?

Califano mi ha influenzato proprio lui come personaggio. Del suo modo di scrivere mi ha influenzato il fatto che lui scrivesse sempre anche della sconfitta, non scriveva soltanto dei momenti di vittoria ma anche dei momenti più tristi e quella cosa mi è sempre piaciuta. Poi anche lui come persona, era uno che era tagliato fuori dai salotti per bene, non era passato in radio, frequentava delinquenti, aveva varie accuse, era un donnaiolo (ride, ndr), il più grande Playboy italiano, è un’icona per me.

La musica mi ha insegnato sicuramente a non dare mai nulla per vinto e per scontato nella vita.

Ketama

In un’immagine hai deciso di raffigurare l’arte come una figlia e ho pensato, se fosse davvero così, cosa vorresti dare tu all’arte per farla crescere bene e cosa invece lei ha insegnato a te?

Sì, c’è una figlia perché penso che la musica – non l’arte in generale, proprio la musica – sia una figlia per me, è proprio una mia creatura. È difficile come domanda, la musica mi ha insegnato sicuramente a non dare mai nulla per vinto e per scontato nella vita, e anche ad essere positivi, perché tanti risultati che ho raggiunto con la musica non mi sarei mai aspettato di raggiungerli, e se non l’avessi fatto probabilmente sarei una persona molto più cupa e pessimista, invece il fatto che sia riuscito a fare quello che per me da ragazzino era un sogno mi ha reso più positivo, più ottimista.

Ti faccio una domanda per curiosità, perché comunque ogni artista fa le proprie scelte. Hai mai pensato di chiamare questo disco con il tuo vero nome? O ci sono esigenze diverse dietro?

Piero? In realtà no. A parte che già Gemitaiz ha chiamato il suo disco “Davide”, quindi anche se mi fosse venuto in mente non lo avrei fatto per quello, però no, perché Kety è come un diminutivo di Ketama, no?

Anzi, l’idea iniziale era di mettere in copertina una bambina e il nome della bambina doveva essere Kety, che può essere anche femminile. Kety rappresenta proprio la figlia musica nell’idea originale. In più è un diminutivo del mio nome, un po’ più affettuoso, con cui mi chiamano i fan, quindi è anche un omaggio a chi mi vuole bene diciamo. I fan e ancor prima la mia ex ragazza e i miei amici, quindi è proprio quello.

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