Intervista a Mecna: la scoperta di una musica che non c’era

Articolo di

Greta Scarselli

Foto di

Mattia Guolo

Mecna è una figura molto particolare, è un artista con la “A” maiuscola, dentro e fuori, e lo si percepisce da come parla. È uno di quelli insoliti, che pensano molto e fanno ciò che fanno perché è quello che li rende felici.

Due anni fa non si sarebbe mai immaginato di trovarsi fianco a fianco con Sick Luke per creare qualcosa di nuovo: una musica che non c’era ma che oggi ci accompagna negli alti e bassi della sua vita.
Ora Mecna è felice e ce lo ha raccontato, ha parlato di sé, del suo modo di vivere la musica e del domani che lo manda in paranoia.

Al contrario dei tuoi progetti precedenti, stavolta hai scelto di affidare il disco a un solo produttore. Quando è nata la decisione di far produrre tutto il disco a Sick Luke? Come mai proprio lui?

“In realtà è successo. A Natale dello scorso anno ci eravamo sentiti, così, per fare un pezzo, perché secondo me e secondo lui poteva essere figo fare qualcosa insieme e quindi da lì è nata “Akureyri”. Poi a gennaio ci siamo beccati in studio e abbiamo fatto un altro paio di pezzi, quindi l’idea era quella di fare un EP. Alla fine però ci siamo trovati bene e abbiamo detto vabbè perché non fare qualcosa di più di un EP e quindi ci siamo visti più e più volte da gennaio a giugno. Eravamo a Milano e abbiamo fatto il disco.

L’idea di Sick Luke nasce perché tutti e due volevamo fare una cosa insieme. Può non sembrare però abbiamo ascolti simili, gusti simili. Poi è una coppia effettivamente un po’ strana, perché lui viene da tutt’altro e io volendo faccio tutt’altro, però ci gasava l’idea di fare anche questa cosa qua.”

Luke è uno stacanovista. È uno che lavora tanto, si mette, si concentra e io pure sono così, quando mi piace una cosa faccio lo stesso.

Mecna

Immagino che per fare un disco insieme debba sicuramente nascere un’alchimia. Qual è il sentimento comune che hai ritrovato in lui e che vi ha unito nella realizzazione di questo disco?

“Beh sicuramente il fatto che Luke sia uno stacanovista. È uno che lavora tanto, si mette, si concentra e io pure sono così, quando mi piace una cosa faccio lo stesso, nella musica uguale. Quindi ci siamo buttati e abbiamo sfruttato al meglio i pochi tempi – perché alla fine tra i vari impegni, tour, lavori ecc ci siamo visti relativamente poco per fare il disco. Però è stato bello, anche perché hanno partecipato due nostri amici e collaboratori, Valerio Bulla e Alessandro Cianci, che sono due musicisti che ci hanno aiutato a fondere ancora di più, come dire, tutte le idee, ma soprattutto a dare quella musicalità in più che io ho sempre cercato e che Luke aveva voglia di trovare.”

Hai fatto una scelta particolare per i featuring, invece di dividerli nei diversi brani li hai racchiusi tutti in tre singoli e le restanti tracce te le sei tenute per te. C’è un motivo particolare?

“Io nei miei dischi non mi sono mai spinto a fare troppe collaborazioni, un po’ perché sono geloso dei miei pezzi, un po’ perché parlano di me e quindi è difficile poi affidarli ad altri. Ultimamente però mi piace collaborare perché c’è fermento, quindi mi sono lasciato andare sotto questo punto di vista. Questi dischi compilation che escono ultimamente non mi fanno impazzire perché mi sembra di snaturare l’artista. Dato che in questo caso l’artista sono io, decido per me, e così mi andava di condividere insieme ad altri alcuni brani, però che fossero scelti, non lasciati al caso.”

Io vivo di me e cerco di fare musica di qualità, senza lasciarmi troppo prendere dalle cose del momento. Che sono tante, ma sono anche molto veloci.

Mecna

Quando uscì “Blue Karaoke” spiegasti che il karaoke è un ottimo metro di paragone per capire se la tua musica resta nel tempo. Quali sono secondo te gli ingredienti giusti per fare musica che dura?

“Non lo so in realtà. Il mio segreto – e spero che sia quello – è raccontarmi attraverso la musica. Vedo che la gente che mi segue da tanto è sempre più affezionata e andando avanti ancora più persone si avvicinano alle mie cose, riscoprendo magari lo stesso mood che c’era anche nei dischi precedenti. Io vivo di me e cerco di fare musica di qualità, senza lasciarmi troppo prendere dalle cose del momento. Che sono tante, ma sono anche molto veloci.”

Penso che a seconda di quello che un artista scrive nei propri testi poi risulta più o meno facile darli in pasto al mondo intero. Le tue non sono solo alcune tracce, è un intero disco con un’atmosfera ancora più intima. Come ci si sente a pubblicare dischi così personali? Come te la vivi?

“Mah, non lo so. Io ho sempre fatto dischi così, nel senso che – a parte magari alcuni pezzi passati in cui provavo a fare il rapper canonico (ride, ndr) – mi sono accorto che in realtà quello che mi piaceva di più fare, quello che mi faceva stare bene, era fare questo tipo di pezzi. 

In realtà è bello. Viene dato in pasto – tra virgolette – al pubblico e c’è chi lo recepisce a pieno, chi trova altre visioni di quello che dici o chi proprio non capisce assolutamente, ma va bene tutto secondo me. La musica è bella perché ognuno la fa propria, quindi non c’è solo un modo per prendere quello che uno dice.”

Essere artisti vuol dire cercare un po’ la propria identità facendolo.

Mecna

La tua musica è difficile da collocare e mi chiedo se questo ha reso più tortuoso o meno il tuo percorso. Come si arriva a capire chi siamo quando niente ci identifica?

“Sì, sicuramente è un po’ più tortuoso perché non è facile collocarsi – o collocarti – in determinati generi. Io ho sempre cercato di fondere le cose che ascolto in quello che faccio e alla fine anche questo disco con Luke, secondo me – anche per chi conosce bene Luke – è destabilizzante perché ci sono pezzi in cui lui non sembra lui. Però è anche quello il bello, essere artisti vuol dire cercare un po’ la propria identità facendolo. Perché poi non è che uno la conosce e dice okay faccio questo perché questo è quello che sono, però come dire, mano a mano che fai il tuo percorso secondo me scopri lati di te, di quello che ti piace e che magari non conoscevi. Due anni fa non l’avrei mai detto di poter fare un disco con Luke.”

In questo momento – che dura da qualche anno – io sono equilibrato, felice, faccio i dischi, ho il mio lavoro, la mia vita, sto bene. 

Mecna

Spesso invece è facile capire cosa vogliamo quando abbiamo una meta. Qual è la tua? Dove ti vedi tra dieci anni?

“Questa domanda mi manda sempre un po’ in paranoia. In realtà nei miei pezzi sembra che io sia sempre insoddisfatto, però è anche un po’ la mia meta, non so come dire (ride, ndr). In questo momento – che dura da qualche anno – io sono equilibrato, felice, faccio i dischi, ho il mio lavoro, la mia vita, sto bene. 

Una meta che mi posso auspicare è che la mia musica arrivi sempre a più persone, ma questo penso sia ovvio e palese per tutti credo, voler raggiungere sempre nuovi obiettivi. È anche vero che in Italia a volte il raggiungere più persone sembra quasi coincidere con uno snaturarsi o cercare facili consensi. Ecco, magari sarebbe figo raggiungere un pubblico senza cambiare una virgola di quello che faccio.”

I tuoi album sono sempre stati imprevedibili. Una volta chiuso un disco, cosa cerchi in te stesso e cosa vuoi tirare fuori dal passo successivo?

“Quando finisce un disco è tutto così figo perché lo conosci solo tu. Tipo questo momento per me è il momento più bello del fare i dischi, quando sta per uscire e magari la gente lo sa, però comunque il disco è ancora solo tuo, lo hai ascoltato tu e poche altre persone, è il momento in cui mi ascolto di più i pezzi, poi quando escono non me li ascolto più. 

Proprio perché è un momento mio, sono gasato perché la gente lo sta per ascoltare, però quando poi esce, diventa un po’ un’altra cosa. Diventa anche di altri, le persone lo percepiscono nella loro maniera e questa cosa è lo step successivo per creare nuova musica, ti dà il “la” per rimetterti a scrivere, cosa che io ad esempio sto già facendo. Non ho fatto neanche il passo di far uscire il disco (ride, ndr), però insomma, diciamo che è strano ma è anche il momento più bello.”

“Neverland”. È una parola semplice che racchiude un sacco di concetti. Da dove nasce l’idea di questo titolo e cosa dovrebbe suscitare all’ascoltatore?

“In realtà l’idea del titolo è venuta a Luke. Io avevo scritto un pezzo che avevamo chiamato così, quindi diciamo che è stata un po’ di entrambi. Neverland vuole significare un posto che non c’è, una cosa che non c’è, una coppia che non c’è, una musica che non esisteva ma che poi abbiamo creato. Fa un po’ riferimento a un luogo fiabesco piuttosto che inedito ed è anche abbastanza il concetto del disco. È un viaggio, sono dieci tracce, non dura tantissimo, però ci sono mille sfaccettature di me e Luke. Perché lui c’è al 100 per 100 in questo disco.”

Chi si è occupato della realizzazione della cover e qual è il significato che nasconde?

“Anche la copertina è una metafora molto larga della visione doppia di me e Luke, insomma, di questo filtro della realtà, no? Che magari ti metti per ascoltare il disco. É una doppia visione, che però poi coincide in alcuni punti, magari è diversa in altri, è un punto in comune, una visione comune.

La foto della copertina è di un fotografo americano che si chiama Corey Olsen, poi tutto il resto l’ho sviluppato io. Però sì, la foto è opera di questo artista che mi ha subito colpito perché era proprio, non so come dire, l’espressione che riassumeva tutti i significati che volevamo dare al disco, quindi era perfetta.”

Per quanto mi riguarda preferisco fallire che avere il peso di aver fatto una cosa che non mi piace.

Mecna

Leggendo cose qua e là ho notato che una costante nei tuoi progetti è il voler fare le cose come ti pare e piace, senza fregartene di cosa sarebbe meglio, più giusto, o di quello che possono pensare gli altri. Ma mi chiedo se è davvero così facile fare quello che si vuole.

“Sì, se sei convinto al 100 per 100. Se sei conscio di quello che stai facendo perché sai che quello è l’unico modo che ti fa stare bene secondo me ce la puoi fare. Perché poi ovviamente fare così vuol dire non avere le cose troppo facili, però per quanto mi riguarda preferisco fallire che avere il peso di aver fatto una cosa che non mi piace o che mi ha snaturato. Su questo sono abbastanza convinto.”

Se ancora non lo avete fatto, questo è il momento di ascoltare “Neverland”.

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