Fashion

L’iperfemminilità di Mugler è più attuale che mai

Articolo di

Chiara Lanzavecchia

Foto di copertina

STEPHANE FEUGERE/WWD

Perché 150 capi realizzati tra il 1973 e il 2014 dal designer Thierry Mugler sono oggi esposti al Musée des Arts Décoratifs di Parigi? La risposta è semplice e apparentemente scontata: perché Thierry Mugler è incredibilmente rilevante, nel 2021 più che mai. 

La mostra “Thierry Mugler: Couturissime” in scena a Parigi, ha aperto le porte questo mese e raccoglie, in un susseguirsi di sale a tema, moltissime creazioni del designer più terrible di sempre. Per capirci, quando si usa l’espressione “sex sells” nella moda, il primo designer che salta in mente è proprio lui. Sono i corsetti e i vestiti di Mugler, ma anche la sua fragranza bestseller, Alien — che ha fatto la storia dei profumi gourmand e che procura ancora oggi ingressi stratosferici alla maison — ad aver creato il mito di questo couturier. 

Oltraggioso sarebbe il modo in cui la stampa descriverebbe Mugler se fosse un giovane talento oggi, ma negli anni ’80 e ’90 a Parigi il pubblico non aspettava altro che il designer oltrepassasse i limiti della moda tra corsetti-motocicletta e design iperfemminili.

Il nome di Mugler torna in circolazione già nel 2019 quando il suo Venus gown d’archivio del 1995 veste Cardi B come la venere di Botticelli per i Grammys, e nello stesso anno Kim Kardashian gli commissiona un wet look da sfoggiare al Met Gala. Il brand ha riacquisito fama negli ultimi anni dopo un lungo periodo di silenzio in seguito all’abbandono della maison da parte del designer e infatti oggi procede sotto la direzione creativa di Casey Cadwallader

La formazione di Thierry Mugler come ballerino e il suo amore per il palcoscenico portano i suoi show ad essere ben più di semplici sfilate; le modelle hanno totale libertà e, forti nelle sue creazioni, danno vita a un livello di teatralità mai visto prima su una passerella. “Non posso chiamarla moda; sono costumi creati per la nostra mise-en-scène quotidiana” racconta Mugler, spiegando show come quello per il suo decimo anniversario, nel 1984, presentato davanti a un pubblico di migliaia di persone (molte delle quali avevano comprato i biglietti per partecipare come se fosse un vero e proprio spettacolo teatrale) allo stadio Zénith di Parigi, dove le modelle recitano in scene di ispirazioni varie e per il cui finale viene chiesto a Pat Cleveland, incinta di sei mesi, di calarsi dal soffitto nei panni della Madonna. Dunque, quando Thierry Mugler suggerisce alle nuove generazioni di oltrepassare i confini nel design e di farlo con un po’ di humor, parla per esperienza.

La donna Mugler è fortemente sensuale e l’unico scopo del designer è renderla bella al massimo delle potenzialità donandole forza e sicurezza attraverso i vestiti. Tutti concetti oggi scontati ma che negli anni ’80 provocano fortemente il pubblico parigino, soprattutto quando questa filosofia è messa in atto attraverso l’uso dei corsetti — gli stessi che per decenni sono invece stati simbolo di repressione femminile e di dolorosi standard di bellezza. Solo qualche giorno fa, alla Milano fashion week, Prada si liberava ancora una volta dal corsetto, lasciando solo alcune stecche e ferretti come elementi decorativi dentro maglioni e camicie rilassate, riportando però il controverso elemento ancora una volta al centro della discussione. Quello che Mugler ha fatto per anni è stato usare questo elemento antichissimo, radicato nella storia della moda, per elevare la sua couture, facendosi maestro della figura a clessidra — elemento iconico del designer e che lo accompagnerà per tutta la sua carriera. 

Mentre nel 1982 una giornalista scriveva “La liberazione femminile dall’essere oggetti sessuali è volata dalla finestra nei 10 giorni di sfilate parigine per la primavera/estate 1983” lamentando un’eccessiva oggettivazione del corpo femminile nel lavoro del designer, l’altra parte della critica vedeva vestiti che creano donne seducenti, sicure di sé, delle femmes fatales futuristiche a metà tra la realtà e la fantasia. La forza e l’effervescenza dei suoi show sono palpabili anche attraverso quelle riprese sgranate e fortemente saturate degli anni ‘80, ma non passano inosservati alla critica scatenando non poche controversie. Perfino il suo profumo Alien è creato con una forte componente sensuale: le note di vaniglia e caramello vogliono rendere il corpo che indossa la fragranza quasi edibile, come se dovesse essere morso e mangiato. 

Le donne sulle sue passerelle assumono dei superpoteri. Modelle come Naomi Campbell, Jerry Hall, Linda Evangelista e Christy Turlington che appaiono rifinite dall’eleganza quasi borghese sulle altre passerelle di quegli anni, si liberano quando sfilano per lui; si divertono come non mai assumendo così una sicurezza e un potere sul proprio corpo difficilmente replicato nella storia della moda. 

La liberazione del corpo femminile, avere il controllo sulla propria sessualità e prendere coscienza del proprio potere, sono tutti temi largamente affrontati oggi, al centro della discussione femminista e non solo, che Mugler affrontava 40 anni fa con una leggerezza quasi sfrontata, semplicemente vestendo le donne secondo la sua personalissima visione. Lasciamo a voi il giudizio su quanto all’avanguardia o problematico sia stato il lavoro di questo designer, ma quello che è sicuro è che i temi da lui trattati hanno ancora larghissimo eco nelle discussioni intorno alla donna oggi e che le immagini di Naomi Campbell in un corsetto cromato e decorato come la carrozzeria di una macchina, Eva Herzigova incorniciata da piume rosse o Cindy Crawford in un completo bondage che sfilano per Thierry Mugler negli anni d’oro sono tutte immagini scolpite nella storia di questo couturier atipico che vedeva le donne come forti e liberate sessualmente, più che come figure angeliche da adornare in pizzi e fiori.