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“La gente che segue il rap si è un po’ scordata di cosa sia il gioco del rap”: intervista a Lazza

Articolo di

Riccardo Primavera

Foto di

Mattia Guolo

Quello di Lazza è un nome finito su parecchi dischi in questo inizio 2020, e più che meritatamente, aggiungeremmo. L’artista di casa 333 Mob sta infatti mettendo in mostra un talento senza eguali, che gli permette di arricchire i progetti discografici degli artisti che lo rispettano – e che lui rispetta. Nonostante le sterili polemiche che hanno provato a coinvolgerlo, l’autore di “Re Mida” non si è fatto minimamente scalfire, ha continuato a lavorare e non ha fatto aspettare troppo per nuova musica.

Da pochissimo è infatti disponibile “J“, un progetto ricco di collaborazioni e sound diversi, studiato per rivelarsi una raccolta di banger: missione riuscita. Lo abbiamo incontrato per parlare degli ultimi anni, del mixtape, di certe assurde polemiche e di altro ancora.

Era il 2017 quando “Zzala” arrivava sul mercato. Sono passati tre lunghi anni, è successo tantissimo nel frattempo, sei stato protagonista di una crescita esponenziale, sotto tutti i punti di vista. Se dovessi riassumere gli ultimi tre anni di Lazza in una parola, quale sarebbe?

“WOW”. Ti giuro che è l’unica parola che mi viene in mente (ride, ndr).

A livello personale, invece, senti di essere cambiato rispetto ai tempi di “Zzala”?

No, assolutamente, sono sempre io. Non credo di essere cambiato, mi sento sempre uguale. Faccio più fatica a uscire di casa, ma per il resto non mi sento cambiato (sorride, ndr).

Prima di “Zzala”, per qualche anno ho avuto l’impressione che il pubblico ti avesse inquadrato come una promessa mantenuta, che non era riuscita a esprimersi ai livelli delle aspettative create. Hai mai sentito questa cosa sulla tua pelle?

Cazzi loro, ognuno fa il proprio percorso nella vita. Io preferisco fare le cose con calma, però consolidare bene quello che faccio. Cioè, non me ne frega un cazzo di avere già ora, che ne so, un milione di fan su Instagram. Se devo arrivarci, ci arriverò. Per me l’importante è che poi ai concerti i posti scoppino.

La cover di “J”, a cura di Moab, Mirko Sata, David Dav

Parliamo di “J”, il tuo nuovo mixtape. È bellissimo trovare finalmente i nomi di top producer americani nei progetti italiani. Com’è nata questa scelta?

Quando sono entrato in contatto con AXL mi sono gasato di brutto, perché sono un sacco in fissa con quella roba in questo momento. In realtà sono in contatto con tutti e tre, anche con Yoz e 808Melo (team di produttori che ha firmato la maggior parte dei beat di Pop Smoke, ndr), che fanno quella roba da dio. È stata una figata.

Prendilo come un complimento eh, ma è difficile distinguere questo progetto da un disco ufficiale. Escludendo il discorso lirico, la qualità mi ha fatto pensare proprio a un disco. Abbiamo affrontato l’argomento di recente: secondo te ha ancora senso parlare di “mixtape” nell’accezione originale del termine?

Secondo me sì; oddio, sì, ma per come intendo io il mixtape, mi correggo. Secondo me il mixtape è comunque un disco, un blocco di pezzi che vai a creare, però meno impegnati. Io ho sempre la mia tecnica di lavoro e di scrittura, però sono comunque pezzi meno impegnativi, nel disco cerchi di andare a dire qualcosa in più. Questo tape l’ho ragionato puntando solo alla riapertura dei club, mi sono detto “facciamo un po’ di club e facciamo girare un po’ di pezzi”. E mi sembra che siano particolarmente adatti.

10 collaborazioni totali. Gran parte sono della tua generazione, altri arrivati leggermente dopo. Troviamo poi un emergente, il giovane Rondososa.

Dei giovani nuovi, lui è davvero il mio preferito. Mi ricorda me da ragazzino, ha tanta fame. Su quel pezzo funziona davvero.

Troviamo poi anche Guè Pequeno ed Emis Killa, due dei tuoi riferimenti quando hai iniziato a rappare. Ora che anche tu – visti i risultati raggiunti – inizi ad essere un riferimento per i giovanissimi che iniziano a rappare, come ti fa sentire questa cosa?

Eh, è bello però è impegnativo, è una bella responsabilità. Puoi dire sempre meno, devi stare attento a tutto quello che dici, perché c’è il rischio di ferire qualcuno, di far rimanere male qualcuno. Una cosa che tu dici, avendo un certo tipo di voce in capitolo, può essere male interpretata. Se spingi un concetto un po’ crudo, può essere controproducente anche per te.

A livello artistico questa cosa è limitante, o cerchi di non preoccupartene troppo?

Cerco di non preoccuparmene troppo, ma a un certo punto diventa un limite, devo capire fino a che punto posso spingermi. So di avere un tipo di scrittura che delle volte è scomodo, delle volte è un po’ politicamente scorretto, so che a qualcuno possono girare i coglioni.

Eppure non è mai una provocazione fine a sé stessa. Cioè, è sempre tutto all’interno delle regole del gioco del rap.

Sì, ma il discorso è che la gente che segue il rap si è un po’ scordata di cosa sia il gioco del rap.

Spesso ci si dimentica che, oltre a essere un rapper, sei anche un producer di talento – basti pensare ai beat per Ernia, o per Beba, fino ad arrivare alla produzione e alle due co-produzioni sul tape. In Italia sono pochissime le figure che hanno raggiunto questo livello in entrambi i casi; guardando oltreoceano, mi viene da pensare a Travis Scott. Quanto sei esigente da te stesso come producer? Preferisci fare da te, o è più facile affidarsi a un altro produttore?

Meno male che qualcuno ogni tanto se ne accorge oh (ride, ndr). Guarda, in ogni caso dipende da situazione a situazione. Lavorando a stretto contatto con Low Kidd ho appreso tanto, e in generale, avendo lavorato con tanti produttori, c’è sempre questo interscambio, ho imparato molto. Poi quando mi viene un’idea io cerco sempre di realizzarla, portandola al livello più alto possibile. Se poi vedo che non mi viene, non sono soddisfatto o sento che manca qualcosa, la faccio finalizzare a qualcuno che fa quello davvero.

L’essere anche produttore aiuta a rendere meglio come rapper?

Per citare Guè Pequeno, “il diavolo sta nei dettagli”. Ti aiuta ad avere una prospettiva diversa.

Qualche tempo fa era saltata fuori questa polemica surreale sul fatto che fossi troppo presente nei dischi altrui, che facessi troppe collaborazioni, come se la cosa fosse un problema. Come l’hai presa?

È successo perché in Italia siamo troppo limitati, abbiamo ancora una mentalità arretrata su queste cose, ecco perché restiamo dietro a tutti. La gente deve capire che se uno è nei dischi degli altri è perché spacca, perché c’è del rispetto. Se uno costruisce qualcosa negli altri e poi raccoglie i frutti, la gente dovrebbe essere contenta, riconoscere il lavoro. Non dovrebbe rompere il cazzo. Se la gente mi chiama ci sarà un motivo. Guarda l’America: l’anno scorso Lil Baby e Gunna erano nei dischi di tutti perché spaccavano, e la gente mica stava lì a dire ‘ste cazzate.

Infatti Lil Baby poi ha scritto che adesso una sua strofa vale tranquillamente 100k.

E fidati di me, sono molti, molti di più.

Una polemica simile non ti ha fatto pensare neanche per un attimo “vabbè allora fanculo, la musica nuova non ve la meritate”?

Ma a me sinceramente che cazzo me ne frega (ride, ndr). Se io ho piacere di collaborare in un album lo faccio, non mi interessa. Tanto la gente ha sempre da parlare, ha sempre qualcosa da dire. Ho notato che si cerca di attirare l’attenzione in questo modo, lo fanno solo per questo. Sai quanti mi scrivono “testa di cazzo” in privato? Io poi non me le tengo, gli rispondo, e loro sono contenti del fatto che gli abbia risposto. Fanno screenshot e condividono la roba.

La situazione in effetti sta diventando surreale.

Guarda, se ci pensi quest’anno avrò fatto una decina di featuring. Alcuni devono ancora uscire, si tratta di progetti importanti, sono molto contento e non vedo l’ora che escano. Hanno tanto da ridire e tanto da parlare, ma alla fine i pezzi sono entrati tutti in classifica, tutti. Quando vedo che alla fine ho ragione io, poi non me ne frega niente, però che palle questo atteggiamento.

Ultimamente abbiamo parlato anche di remix. Tu sei stato coinvolto in uno dei remix più attesi degli ultimi tempi, quello di “Sport” di Marracash, insieme a Luchè, Paky e Taxi B. Che ne pensi di questo periodo in cui sembra esserci una saturazione di remix?

Io sono una persona a cui i remix gasano parecchio, perché sono una roba molto americana, è un modo di mostrare rispetto a un pezzo che è andato forte. Se ti ricordi, quando è uscita “Bugatti” di Ace Hood, l’avevano remixata tutti, ce n’erano a decine. Adesso è uscito quello di “What’s Poppin” di Jack Harlow, con Lil Baby, Tory Lanez e altri, e a breve dovrebbe uscirne uno con Travis Scott e qualcun altro. Personalmente sono molto contento di sentire remix con delle strofe nuove, come ho fatto con “Lario”. Se ci metti su un altro artista, per me è sempre figo “ridare” il tuo contributo, con una strofa fatta da zero.

Chiudiamo parlando del tape. Se dovessi scommettere, quale sarà il brano di “J” che girerà di più?

Eh, bella domanda. Non lo so. Contando che la wave Pop Smoke ora sta andando tanto, quella con Pyrex e Guè potrebbe andare davvero forte. Ma anche “Alyx” è un missile. Il pezzo con tha Supreme è una sassata, il pezzo con Geolier e Shiva è una sassata. Il pezzo con Emis, col senno di poi, lo avrei messo in un album, sincero, è un pezzo con più cuore. Però ci sta mettere anche un brano del genere, insieme a dei banger.

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