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Kanye West è stato catturato dall’arte di Damien Hirst

Articolo di

Alberto Bonazzi

In queste ultime settimane di fervente, continua e polimorfa condivisione artistica dei suoi progetti, Kanye West ha spesso accompagnato i propri listening party con scatti ritraenti look ricercati e location inaspettate, ma anche con post che, se decontestualizzati, potrebbero apparire dettati dall’irrazionalità o dal caso. Sono proprio questi post, però, quelli che il rapper sfrutta per disseminare dettagli nascosti come indizi e ulteriori messaggi più concettuali ed emotivi di contorno all’ “opera totale” di cui si sta facendo artefice. Come era già accaduto con la pubblicazione di una tela dell’artista francese Louise Bourgeois, infatti, l’attenzione di tutti era stata indirizzata verso il dipinto che si pensava potesse diventare la cover ufficiale di “DONDA“, ma un’altra fotografia di contenuto artistico si è rivelata di particolare importanza più recentemente. Comparsa per un breve lasso di tempo sul profilo di Ye e successivamente andata incontro, come ogni altro post, all’oblio, la foto in questione ritraeva frontalmente “The Incomplete Truth”, un’altra opera d’arte, questa volta appartenente a uno degli artisti più discussi e controversi dell’arte contemporanea: Damien Hirst.

Damien Hirst

Damien Hirst, nato a Bristol nel 1965, è uno dei nomi nel panorama dell’arte contemporanea che, nel bene o nel male, ha fatto parlare di sé e che continua a dividere la critica e gli appassionati, indecisi se considerarlo assoluto genio artistico o scaltro imprenditore della sua immagine. Al di là di queste controversie, Hirst è riuscito ad affermarsi sin da quando, ancora giovanissimo, stava terminando gli studi a Londra. Nel 1988, infatti, prese le redini di una mostra intitolata “Freeze” che curò personalmente: lui ed altri 16 compagni di studi affittarono degli spazi in una zona dismessa londinese che convertirono in sale espositive perfette per allestire le proprie opere ancora inedite. La svolta avvenne quando, a quella mostra, arrivarono in visita il direttore della Tate Modern, ma soprattutto Charles Saatchi, forse il più importante collezionista di quel periodo, che non solo decise di acquistare le opere di Hirst viste in quell’occasione, ma scelse anche di finanziare la produzione artistica di quel collettivo di nuovi creativi specializzati nella visual art e conosciuti anche con il nome di YBA (Young British Artists).

Allestimento della mostra “Freeze”, 1988

Ecco, quindi, che all’improvviso Hirst si trovò libero di dare vita ad ogni idea che potesse venirgli in mente e non tardò a mettersi al lavoro sostenuto economicamente da Saatchi, grazie al quale, già nel 1991, creò l’incredibile e celeberrima opera volgarmente chiamata da tutti “Lo squalo”. Col passare del tempo poi, e con l’ingrandirsi del corpus di opere, è diventata chiara la direzione artistica che Hirst aveva scelto di intraprendere, volta ad indagare il tema eterno e impossibile da conoscere completamente per eccellenza: la morte. Non a caso soprannominato anche “Il ragazzo della morte”, dopo che si fece fotografare in un obitorio a fianco di una testa umana, Hirst è arrivato ad indagare questo tema con i più crudi ed espressivi mezzi che aveva a disposizione, il tutto però presentando la morte non come un macabro spettacolo, ma come “celebrazione della vita”. Rappresentativa di ciò e passata, non con poche critiche, alla storia è l’opera “For the Love of God” (2007), il teschio del XVIII secolo fuso in platino che venne tempestato con 8601 diamanti per poi essere battuto all’asta per 50 milioni di sterline. Oppure le varie opere che riproducono farmacie o espongono medicinali e pillole come “Pharmacy” (1992) e “Lullaby spring” (2002), le quali compongono un’altra via chiara e riconoscibile che l’artista ha scelto per esprimere l’elaborazione di un tema così complesso.


“For the Love of God”, 2007

All’interno della vastissima produzione di Hirst, le opere che più si sono imposte sulla scena sono sicuramente quelle in cui l’artista sceglie di lavorare su insetti morti e carcasse di animali. Da un lato possiamo imbatterci in grandi pannelli completamente ricoperti da uno spesso strato di mosche le une incollate alle altre (“Who’s Afraid of the Dark?” – 2002), oppure apprezzare composizioni cromatiche che, solo dopo esserci avvicinati, capiamo essere composte da vere ali di farfalle (“Doorways to the Kingdom of Heaven” – 2007); dall’altro, invece, rimaniamo in uno stato misto di sorpresa e immotivato timore o inattesa curiosità, quando davanti a noi si erge una delle tante opere in cui Hirst fa un inedito uso dei corpi degli animali. L’opera citata precedentemente, il cui protagonista è uno squalo tigre, ha come titolo “The Physical Impossibility Of Death In the Mind Of Someone Living” e, oltre ad essere la summa della sua poetica e possedere uno dei titoli più densi di contenuto, è il primo tentativo di questo genere di opere. Nel 1991, con 6000 sterline, Hirst riesce a pagare un pescatore australiano per catturare e farsi spedire nel suo studio lo squalo di 4 metri di lunghezza che, successivamente, immerge in poco meno di 1000 litri di formaldeide, la sostanza che veniva usata soprattutto nei musei di storia naturale per conservare proprio gli animali. All’interno di una grande teca, dalla struttura bianca e dall’estetica minimale, quindi, uno degli animali più pericolosi del mondo veniva neutralizzato, sospeso e bloccato per sempre in un momento di manifestazione di forza. L’opera, riprodotta una seconda volta causa del deterioramento dello squalo, venne poi venduta per 12 milioni di dollari e fu solo il fortunato incipit di una lunga serie di opere analoghe come, per esempio, i vari esemplari di mucca e agnello che sono stati tagliati esattamente a metà nella serie chiamata “Divided”.

A questa tipologia di opere, firma stilistica indiscussa di Damien Hirst, appartiene proprio “The Incomplete Truth” (2006), quella che Kanye ha deciso di pubblicare. L’opera, alta poco più di 2 metri, propone una colomba imbalsamata nell’atto di volare verso l’alto e di un acceso color bianco che si staglia sull’inconfondibile sfondo azzurro della formaldeide. Si tratta di un lavoro prezioso dell’indagine di Hirst, come suggerisce la sua collocazione nell’ultima stanza della mostra personale che nel 2012 venne allestita alla Tate Modern, quindi come opera conclusiva di un iter artistico. L’artista ne parla come di un’opera altamente religiosa, ovvero dotata di un forte simbolismo, ma altrettanto contraddittoria: la colomba, simbolo della speranza, è l’ente che in quell’istante non ha alcuna speranza di riuscire nel tentato atto di spiccare il volo poiché non si trova in cielo, ma intrappolata in un liquido. L’opera, quindi, forse proprio per questo elevato contenuto spirituale, ha colpito Ye, che sembrerebbe averla acquistata per 1 milione di dollari. Tuttavia, non tutti sanno che, nel 2007, “The Incomplete Truth” entrò a far parte della collezione di George Michael e venne poi messa all’asta da Christie’s dopo la sua scomparsa, facendone quindi un’opera caratterizzata da uno stretto legame con il mondo della musica.


“The Incomplete Truth”, 2006

Come per ogni cosa che Kanye mette in mostra dal vivo o sui social, anche per “The Incomplete Truth” non possiamo sapere con certezza i collegamenti con il suo progetto o il suo passato, ma possiamo cercare di elaborarne solo supposizioni. In questo caso, l’immagine della colomba che spicca il volo ha un’evidente e forte analogia figurativa con l’ascesa di Ye messa in scena durante la fase conclusiva del secondo evento per la presentazione di “DONDA“, quando il rapper si è innalzato al cielo circondato da numerosi fasci luminosi. Questo possibile dialogo tra opera d’arte ed evento performativo arricchisce ancora di più entrambi gli elementi e spinge a domandarci quante altre sotterranee connessioni possano esistere dietro al monumentale lavoro di Kanye che, in questa occasione, è andato a sfociare nuovamente nell’arte tirando in ballo una delle grandi figure dell’arte contemporanea.