KAPITAL è il brand che ridefinisce la moda giapponese contemporanea

Articolo di

Ruben Di Bert

Se pensiamo allo streetwear, non possiamo non fare riferimento al Giappone e al suo inconfondibile stile che viene apprezzato in tutto il mondo. Ciò che differenzia la corrente nipponica dalle altre sfaccettature di questa categoria di moda, oltre agli originali canoni estetici, è la sua storia ben precisa e relativamente recente. Si può infatti affermare che tutto ebbe inizio dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando i militari statunitensi vendettero i propri abiti nel mercato nero del Sol Levante, introducendo così il workwear e il denim. Una volta terminata l’occupazione americana in Oriente, la moda locale ebbe un cambiamento radicale che da lì in poi si baserà sulla reinterpretazione dell’abbigliamento occidentale.

Perché vi stiamo raccontando questo? Perché stiamo per parlarvi di KAPITAL e per farlo è assolutamente necessario conoscere le basi della storia della moda giapponese contemporanea.

Toshiyoko Hirata era un uomo con la passione per il karate, che lo portò a trasferirsi negli Stati Uniti per allenare giovani promesse. Non appena arrivato oltreoceano, rimase immediatamente colpito dal costume del luogo e in particolare da quel tessuto ultra resistente e versatile che tutti indossavano e chiamavano jeans. Una volta tornato nella sua terra natale, l’insegnante di arti marziali decise di cambiare radicalmente vita e trasferirsi nella città mercantile di Kurashiki per studiare da vicino quell’affascinante stoffa e imparare le basi del commercio.

Nel 1984 Toshiyoko si sente pronto a debuttare nel settore del vestiario con una fabbrica tessile chiamata “Capital” (in onore della zona di Kojima, considerata la capitale giapponese del denim), che era specializzata in artigianato e tecniche manifatturiere pionieristiche. All’inizio il lavoro era riservato esclusivamente alle commissioni provenienti da altre aziende, ma una volta fatta la giusta esperienza e affermata la propria identità, quell’attività si ampliò: prima con un l’apertura di un negozio vintage e poi con una linea di jeans firmata TH.

Soltanto un anno dopo, nel 1996, il progetto muta ancora diventando questa volta un brand indipendente a tutti gli effetti chiamato KAPITAL e focalizzato inizialmente proprio su quel tessuto che ha dato origine a tutto, il denim appunto.

Per arrivare però alla KAPITAL che conosciamo noi oggi, dobbiamo aspettare fino al 2002, quando il figlio Kiro, dopo aver concluso gli studi d’arte in America e aver ricoperto il ruolo di designer da 45RPM, inizia a lavorare per l’azienda di famiglia.

È da lì che ha inizio un rilancio in grande stile che dà il via alla scalata del successo nel mondo della moda.

I codici stilistici che vengono prefissati fin da subito sono legati alla tradizione giapponese, ma non si limitano a riprodurre lo stile americano come fanno gli altri brand, bensì lo reinventano, provando a raccontarne diverse sfaccettature. Questo pensiero si rifà al concetto di viaggio che passa per le culture di tutto il mondo e poi finisce sempre con il ritorno a casa. È per questo che i suoi capi sono in bilico fra tradizione e avanguardia e, piuttosto che celebrare la propria terra, preferiscono analizzare il legame che essa ha con il resto del mondo. Tra le sue ispirazioni troviamo la guerra del Vietnam, i motociclisti, i cowboy, il reggae, i surfisti e il movimento hippie, al quale è dedicato l’ormai iconico smile che troviamo in diverse collezioni.

Negli anni la bandana è diventata uno dei suoi tratti più distintivi. C’è un legame molto particolare tra il mitico fazzoletto quadrato e Kiro Hirata, a tal punto da dar vita a un museo dedicato nella prefettura di Okayama. Il marchio ricicla modelli d’archivio per realizzare nuove t-shirt o camicie e al tempo stesso ne produce di nuove con un piccolo topo stampato che simboleggia una sana rivalità con il leggendario Elephant Brand.

Un’altra componente che non si può di certo trascurare è l’esperienza trentennale nella lavorazione di materiali e texture, che rende possibile la creazione di alcuni tra gli articoli più complessi e ben riusciti del mercato attuale.

Tuttora ogni singolo pezzo viene progettato e fabbricato in Giappone con innumerevoli passaggi, ma il suo segreto sta nel ricontestualizzare le tecniche tradizionali del luogo, come il punto Shasiko e il patchwork Boro, tramite interpretazioni non convenzionali. Simbolo di questa filosofia sono per esempio i capispalla ibridi, costituiti da una metà di bomber M-65 costretta a interfacciarsi con la struttura tipica del Noragi; oppure i maglioni di lana a intarsio con retro trapuntato.

Ciò che accomuna però ogni sua singola creazione è un particolare trattamento vintage che conferisce un aspetto invecchiato da vero grail, ma come assicura la famiglia Hirata, è pensata per durare almeno cent’anni.

Il passo successivo è stato quello di creare nel 2010 la linea KAPITAL KOUNTRY, una vera e propria sub-label nata con lo scopo di conquistare l’Occidente grazie a un’inclinazione più accessibile in quanto meno radicata alle tendenze orientali.

Successivamente, nel 2015, è arrivato anche il turno della prima (e ultima) sfilata, ambientata a Hiroshima per simboleggiare ancora una volta quel controverso rapporto tra Giappone e Stati Uniti. Purtroppo però si è trattato soltanto di un esperimento, poiché per ogni stagione il marchio preferisce concentrare le proprie forze nei suoi lookbook sempre molto accattivanti, scattati dall’amico di vecchia data Eric Kvatek.

Ora KAPITAL possiede diciassette flagship store in tutto il Giappone, ognuno dei quali ispirato all’area in cui si trova, e circa sessanta retailer in tutto il mondo, ma la sua missione è di allargarsi ancora per accontentare i fan che l’hanno consacrata come una delle firme più interessanti del momento.

Riprendendo il discorso iniziale, è curioso come un singolo brand sia riuscito a ridefinire la moda giapponese contemporanea, che dal dopoguerra in poi si è limitata a riprodurre meticolosamente lo stile americano senza sfruttare quel potenziale nascosto chiamato condivisione.