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La cassa del latte: da oggetto più rubato al mondo a protagonista di una challenge

Articolo di

Alberto Bonazzi
Geoff Milton

Da quando è spopolata sui social una nuova, curiosa e divertente, ma anche rischiosa e pericolosa challenge statunitense, abbiamo iniziato ad interrogarci maggiormente sul trend e, come ogni fenomeno di tendenza che si rispetti, alle sue spalle si cela un’interessante storia che questa volta, eccezionalmente, vede protagonista un oggetto.

La Milk Crate Challenge, infatti, già a partire dal suo nome mette l’accento proprio sull’oggetto fondamentale allo svolgimento della sfida. Si tratta di casse per il latte che, disposte l’una sull’altra per replicare dei gradini, devono essere percorse prima in salita e poi in discesa dal temerario sfidante che, per portarsi a casa la challenge, deve evitare a tutti i costi di cadere. Con questo articolo vogliamo porre l’attenzione proprio sulla “milk crate”, l’oggetto che oggi viene ricondiviso milioni di volte attraverso video virali su Twitter, Instagram e TikTok e che possiede una storia che vale la pena raccontare: partendo dalla sua invenzione fino ad arrivare ai suoi svariati e innumerevoli possibili riutilizzi, il tutto da un punto di vista progettuale e di vita quotidiana, per sottolineare quanto il design accompagni molte delle cose che ci circondano anche a nostra insaputa.

Il padre dell’ormai famigerata “milk crate” è l’australiano Geoff Milton. Dimenticatevi subito di archistar o designer di fama mondiale poiché Milton è tutt’altro che una figura professionale di questo tipo. Oggi è un adorabile vecchietto ultranovantenne che passa la sua pensione in un paesino nei pressi di Sydney, ma che alle spalle ha una brillante carriera da ingegnere nel settore caseario. Era la fine degli anni ’50 quando, alla Dairy Farmers Cooperative Milk Company, iniziò a manifestarsi la necessità di rivoluzionare i tradizionali contenitori di legno o rete metallica utilizzati per trasportare gruppi di bottiglie di latte. I problemi principali risiedevano da un lato nella catena produttiva dove, con l’introduzione di nuovi macchinari, le vecchie casse spesso si rompevano o si incastravano tra le parti meccaniche, dall’altro nella fase di immagazzinamento, dove il peso delle bottiglie gravava eccessivamente sulle strutture poco resistenti provocando ulteriori perdite. Milton, allora, propose l’idea che avrebbe migliorato notevolmente l’efficienza dell’industria da quel momento in poi: si sarebbe dovuta produrre una nuova cassa per il latte sfruttando i materiali plastici (stavano prendendo piede proprio in quegli anni) e modellandoli in modo che fosse impilabile, facilmente trasportabile anche da macchine e resistente a sollecitazioni di peso. Nel corso degli anni ’60, quindi, attraverso un abile lavoro in team fatto di studi e test, hanno visto la luce varie versioni di casse per il latte in plastica, perfette per l’uso che ne doveva essere fatto poiché altamente robuste e altrettanto leggere. Dopotutto Geoff Milton era riuscito ad applicare alla lettera ciò che è veramente “fare design”: trovare la migliore soluzione ad un problema che ci ostacola. 

Inaspettatamente, però, le casse del latte in polietilene da 1 gallone (circa 3,8 litri) spopolarono soprattutto al di fuori del settore per il quale erano nate: la loro dimensione e versatilità le rendeva ottimi contenitori per qualsiasi prodotto, così che le persone iniziarono ad accumularle e addirittura rubarle. Come si può immaginare questa tendenza cominciò a gravare sulle risorse dell’azienda, che doveva spendere ingenti somme per continuare a rifornirsi di nuove casse, soprattutto quando il numero di quelle perse si aggirava attorno al milione all’anno, corrispondente a un valore di almeno 4 milioni di dollari. A questo punto Milton cercò di arginare il nuovo problema: propose la stessa cassa ma con “fori grandi abbastanza da far sì che le patate vi potessero uscire”. La nuova “milk crate” era quindi passata dall’essere la manna dal cielo per la produzione del latte, ad essere uno degli oggetti più rubati di sempre, con gravose perdite economiche per le aziende del settore.

A conferma della serietà e dell’impatto di questo fenomeno, che non ha esitato a fermarsi fino ai giorni nostri, anche se ci può sembrare esagerato, ci sono le numerose notizie sui giornali che riportano di persone multate o addirittura arrestate per essere state sorprese in possesso di casse del latte. Ebbene sì, in Australia, ma anche negli USA, possedere una “milk crate” senza esserne un legittimo proprietario è considerato un crimine, le cui sanzioni sono tutt’altro che superficiali. Nel 2015 un australiano del Queensland è stato multato con più di 1500 dollari per aver rubato 150 casse con l’idea di convertirle in arredamento, mentre in Florida, a Miami, un uomo ha passato una notte dietro le sbarre nel 2016 per essersi seduto su una cassa del latte lungo la strada con l’accusa di “uso illecito di una cassa per il latte”. Viene riportato, inoltre, che nell’area di Miami dal 2015 al 2018 sono stati almeno 49 gli arresti di questo tipo e fonti dichiarano l’esistenza di grandi furti organizzati di casse per il latte. Dunque, se pensavate che tenersi una “milk crate” dopo aver acquistato del latte fosse qualcosa di assolutamente irrilevante e vantaggioso, questi esempi dimostrano esattamente il contrario.

Ma oltre a poter essere usate come sedute di fortuna, le casse per il latte hanno tantissimi utilizzi diversi. La funzione più diffusa ed iconica è sicuramente quella di contenitori per i dischi in vinile. Forse una banale coincidenza, ma la “milk crate” tradizionale ha esattamente le dimensioni di un disco in vinile a 33 giri che, con la sua cover, diventa un quadrato di 30 cm per lato. Con la tendenza ad accumulare dischi, quindi, la cassa era perfetta per conservarne un buon numero e poterli facilmente consultare sia nelle proprie abitazioni, sia nei negozi specializzati o più banalmente nei mercatini, dove spesso le troviamo ancora oggi. Come non parlare poi, dei comodi cestini che possono diventare le casse se applicate davanti al manubrio o sul portapacchi della propria bicicletta. A questo proposito, pensiamo a una delle più celebri scene di “E.T. l’extra-terrestre”, dove Steven Spielberg sceglie di far trasportare da Elliott il buffo alieno proprio nella cassa della sua bici. Oppure, più prevedibilmente, le casse per il latte possono essere usate come ceste per ordinare attrezzi e oggetti di ogni tipo nei propri garage, ma possono diventare anche, grazie ad appassionati di DIY, grezzi mobili contenitori o cassettiere per le proprie case. Insomma, nel corso del tempo la “milk crate” è entrata nella quotidianità di molti, fino a vederla anche nei contesti più inaspettati, uno fra tutti la passerella. Più precisamente a lato della passerella, le casse per il latte sono state scelte per la sfilata di John Elliott come sedute per le celebrities invitate a prendere parte all’evento, quali Lebron James, Whoopi Goldberg, Hailey Baldwin e Justin Bieber.

Per concludere, citiamo un altro campo all’interno del quale le casse per il latte si sono introdotte grazie all’ormai consolidata immagine di cui sono portatrici, quello dell’arte. Nel 2014 l’artista egiziano Hany Armanious ha realizzato, sotto commissione della città di Sydney, una replica monumentale della “milk crate”: la cassa blu, alta oltre 13 metri, è stata collocata “a testa in giù” all’interno di un parco della città australiana, diventando un vero e proprio padiglione percorribile dai visitatori. Nel 2005 un’opera analoga era stata realizzata dall’artista di Melbourne Jarrad Kennedy.

Un’altra installazione era poi stata creata nel 2009 presso l’Illinois Institute of Technology di Chicago grazie agli studenti dell’università. Tramite l’utilizzo delle casse per il latte e di spessori triangolari in legno, l’area esterna del campus è stata decorata con una composizione ondulata e sinuosa di casse blu, nere e rosse che, come montagne russe, si alzavano, intrecciavano e curvavano. Lo stesso Virgil Abloh, che si è laureato in architettura proprio in questa università, ha postato sulle sue storie Instagram un’immagine del progetto in questione.

Insomma, la “milk crate” è letteralmente ovunque, dalle pubblicità di KFC e dipinti su tela, fino a improvvisate collaborazioni, come Bodega e Nike, ma forse non ce ne siamo mai accorti.