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La corsa al vintage marchiato IKEA

Articolo di

Alberto Bonazzi

All’esterno colossali magazzini blu con l’inconfondibile tocco di un giallo caldo e acceso, all’interno labirintici percorsi che ti guidano lungo ogni metro quadrato calpestabile dove passare in rassegna i migliaia di prodotti messi in mostra tra allestimenti e scaffali. Diffusi in più di 50 paesi al mondo e in oltre 400 esemplari, gli store IKEA, in quanto a numeri di affluenza, sono paragonabili nella loro totalità a musei, attrazioni storiche e parchi divertimento. Tuttavia, da IKEA non si va per svagarsi e rilassarsi, ma con il preciso obiettivo di arredare casa o fare rifornimento di quegli oggetti che, solo lì, si trovano in grandi quantità e a buon prezzo. Che ci andiate abitualmente per passione, curiosità o solamente per necessità, siamo sicuri che sia un luogo da voi frequentato con una certa assiduità e che, di conseguenza, la proposta di IKEA sia ormai divenuta familiare nei suoi tratti estetici e funzionali. Il colosso svedese, all’insaputa di molti, è però protagonista di un importante fenomeno di mercato che riguarda il mondo del vintage, all’interno del quale economici pezzi prodotti negli scorsi decenni, sono oggi così rari e desiderati da raggiungere cifre nell’ordine delle migliaia di euro.

Nel corso degli ultimi anni, sempre più frequentemente, alcuni complementi d’arredo usciti tra gli anni ’50 e gli anni ’90 dagli stabilimenti del marchio svedese sono divenuti a tutti gli effetti degli oggetti di desiderio per numerosi appassionati di interior design, dando così il via a una vera e propria corsa al vintage marchiato IKEA. Ciò che sorprende e spiazza maggiormente è che i prezzi per aggiudicarsi questi arredi lievitano fino a sfiorare cifre esorbitanti, soprattutto se messi in relazione a un’azienda che fa della convenienza il suo cavallo di battaglia. Sin dalla sua nascita nel 1943, infatti, IKEA è proprio sinonimo di accessibilità. Offrendo arredamento al costo più basso possibile, grazie a studi sul packaging e alla riduzione di mano d’opera in fase di produzione (l’assemblaggio del prodotto è a carico del cliente), si è fatta ambasciatrice di un design democratico: ogni progetto nasce per essere facilmente reperibile e adatto alle tasche di tutti. Battere all’asta sedie IKEA degli anni ’90 a migliaia e migliaia di euro risulta quindi un netto cambiamento del significato di quegli oggetti che, una volta riscoperti con gli occhi di oggi, abbandonano la loro precedente vita per abbracciare quella che li vedrà esposti in un salotto accanto a tanti celebri prodotti d’autore. Ma, come in ogni mercato secondario che si rispetti, dove la domanda supera di gran lunga l’offerta, ciò risulta inevitabile anche se, come in questo caso, contrasta fortemente con l’identità dello stesso brand.

L’esempio più eclatante di quanto detto è la storia della seduta Vilbert. Nel 1994 il celebre designer danese Verner Panton, ormai affermato come punto di riferimento nel furniture design grazie al suo prolifico lavoro svolto maggiormente durante gli anni ’60 e ’70, venne assoldato da IKEA per progettare una seduta da tavolo. Giocando con delle semplici tavole di MDF, Panton arrivò a definire una sedia in cui la pulita geometria di piani, insieme alla linearità dei loro profili, generava ogni elemento utile all’oggetto: seduta, schienale e gambe d’appoggio. Rifinendo poi le tavole con resina laminata opaca nei colori azzurro, viola, rosso e verde acqua, una palette cromatica che oggi ci rimanda indubbiamente agli anni ’90, il designer ha dato carattere al progetto, altrimenti poco appetibile a causa dell’eccessiva visibilità dei sistemi di collegamento che attribuiscono un’estetica fai da te alla sedia. Il giorno dell’uscita, Vilbert costava poco più di 50 euro e in realtà non andò incontro a uno spiccato successo. Ma con il passare del tempo, complice la firma di Panton e la limitatezza dei 3000 pezzi messi in commercio, insieme anche alla longevità del design proposto, la seduta Vilbert sembra essere tornata alla riscossa, tanto che per aggiudicarsela oggi è necessario un minimo di 4.000 euro, essendo estremamente ricercata e difficile da trovare in buone condizioni.

Ad una riscoperta analoga sono andati incontro anche diversi arredi di uno storico designer della casa di mobili svedese, nonché il quarto impiegato ad essere stato assunto storicamente. Stiamo parlando di Gillis Lundgren, oggi noto soprattutto per aver progettato Billy, la diffusissima libreria di IKEA prodotta in più di 60 milioni di unità che troneggia appoggiata a una parete in quasi tutte le case. Sia la poltrona imbottita dalla struttura in tubolare Impala del 1972, insieme al divano della stessa linea nelle colorazioni rosso e giallo, sia la poltrona Tajt, risalente allo stesso periodo e nata a partire da sperimentazioni con il denim, sono pezzi usciti dalla mano di Lundgren presenti nelle liste dei desideri dei più attenti appassionati e collezionisti . É il caso anche di divani, tavoli e sedie progettate da Niels Gammegaard nel corso degli anni ’80. Una sua seduta, infatti, è stata recentemente riproposta da IKEA, quando nel 2018, per celebrare i 75 anni dalla sua fondazione, ha rilasciato la collezione Gratulera, all’interno della quale comparivano alcuni datati design per l’occasione rivisitati con le tecniche e lo sviluppo oggi raggiunti. La sedia di Gammegaard, che all’epoca si trovava a catalogo con il nome di Jarpen, consiste complessivamente e unicamente in una rete metallica capace di garantire comodità anche in assenza di imbottitura o rivestimento. Questa scelta di IKEA diventa rilevante poiché dimostra come l’azienda stessa sia a conoscenza dell’interesse che orbita attorno a suoi vecchi prodotti e quanto sia consapevole della propria potenzialità anche nel mercato del vintage.

Parlando di IKEA e analizzandone alcuni frammenti della sua storia, non possiamo evitare di prendere in considerazione anche uno dei suoi famigerati e ricorrenti prodotti di punta: il catalogo. Anche se non arredano casa e non si usano in salotto o in cucina, i cataloghi di Ikea sono degli importanti prodotti grafici che ogni anno, con instancabile assiduità e regolarità, vengono pubblicati dall’azienda con l’obiettivo di far conoscere al pubblico la propria offerta aggiornata all’anno corrente. Recandosi sul sito del museo dell’azienda, si può accedere gratuitamente alla versione digitalizzata di tutti i cataloghi mai realizzati. È sufficiente guardare le copertine divise secondo le annate per distinguere, in maniera immediata e senza alcuna difficoltà, lo stile degli anni in cui quei cataloghi sono stati creati, grazie alle scelte grafiche che, tramite colori, font e composizioni restituiscono il sapore di un’epoca. Sfogliare ogni catalogo è poi un piacere, dal momento che si entra in contatto con quello che possiamo definire un concentrato dell’estetica di un periodo storico, le cui tendenze sono riflesse tanto nei prodotti quanto nello stile di comunicazione.

IKEA si trova quindi al centro di un turbinoso mercato capace di ripescare prodotti ormai caduti nel dimenticatoio da anni, se non decenni, e che hanno perso ogni apparente valore d’uso e di scambio. Ciò può aprire una finestra di riflessione volta alla contemporaneità: ogni anno vediamo esposti migliaia di arredi IKEA tra i quali se ne possono nascondere alcuni che oggi ignoriamo, ma che probabilmente saranno soggetti allo stesso destino di quelli analizzati. Dopotutto, la recente partnership con Virgil Abloh possiede tutti gli elementi per essere letta come l’attualizzazione della storica collaborazione con Verner Panton per la sua Vilbert. In questo contesto serve quindi avere lungimiranza e una giusta dose di fortuna nell’individuare quei prodotti con più alto potenziale, ricordandosi sempre, però, che IKEA non produce per fini secondari o per notorietà, ma produce per il bene di tutti.