Fashion

I gioielli secondo Patcharavipa

Articolo di

Leonardo Brini

In un periodo in cui “tutto è già stato inventato” e migliaia di nuovi prodotti approdano sul mercato ogni giorno, in cui il pubblico viene costantemente bombardato (sui social e nella vita reale) da pubblicità, consigli di influencer e post sponsorizzati, la domanda sorge spontanea: c’è ancora spazio per nuovi creativi e realtà emergenti? Possono sopravvivere contro i grandi colossi del settore e sostenere la competizione? Ma soprattutto, cosa si deve fare per emergere dalla massa ed essere riconoscibili?

Rispondere a queste domande non è semplice e, probabilmente, la ricetta perfetta per il successo non esiste. Il brand di gioielli Patcharavipa, però, è la prova che libertà, creatività e attenzione per i dettagli possono essere degli ottimi ingredienti per ritagliarsi un proprio spazio nel mercato. Fondato nel 2016 dalla designer thailandese Patcharavipa Bodiratnangkura, il marchio è stato in grado di distinguersi in mezzo a tanti altri e di arrivare fino agli scaffali di Dover Street Market (o indosso a celebrità come Rihanna), soprattutto grazie alla rara capacità di raccontare una storia in maniera spontanea e genuina. Una storia che parla di famiglia, di terre lontane e paesaggi esotici ma anche di modernità, tecnologia e progresso; una storia che trasporta antiche tecniche di lavorazione e materiali fuori dall’ordinario in una società veloce e incline al cambiamento. Se è vero che i marchi più di successo del momento sono quelli che riescono a fare dello “storytelling” il loro punto di forza, il più delle volte questi “racconti” sono solamente figli di decisioni prese a tavolino, mere strategie di comunicazione orientate a persuadere le persone con messaggi e storie che non trovano alcun riscontro nella realtà. Nel caso di Patcharavipa, invece, la missione di “creare cimeli per le generazioni future” è declinata in ogni aspetto del brand: il suo originale approccio unisce infatti silhouette audaci e apparentemente improvvisate a ispirazioni provenienti dalla sua infanzia thailandese, dando vita così a pezzi in grado di suscitare un senso di familiarità nonostante la loro unicità, gioielli dal sapore antico ma esplicitamente moderno e destinati a esistere per sempre.

Fin da piccola, passavo molto tempo a giocare con i gioielli di mia madre e di mia nonna: ero innamorata follemente di quelle pietre colorate e il livello di precisione dei dettagli di quei pezzi mi affascinava tantissimo.

Patcharavipa a Outpump

Patcharavipa Bodiratnangkura nasce in Thailandia da un’illustre famiglia di investitori e filantropi, ed è proprio all’interno del contesto familiare che scopre la sua passione per la gioielleria. Inizialmente, fu il luccichio di anelli e collane di famiglia ad attirare inevitabilmente Patcharavipa, ma già all’età di tredici anni arrivarono, quasi per scherzo e per gioco, le sue prime creazioni: speciali cover per il telefono e copri volanti per auto, il tutto tempestato di cristalli. La Thailandia, infatti, è un paese rinomato per l’antichissima tradizione di produzione artigianale di gioielli ed è semplice trovare per strada orafi o artisti in grado di trasformare qualsiasi disegno in realtà: l’ambiente perfetto per permettere a Patcharavipa di sperimentare e dare libero sfogo alla sua creatività.

Ed è così che la ragazza decide di partire per Londra alla volta della Central Saint Martins e, una volta laureatasi nel 2014 nel corso di “jewellery design”, inizia la sua avventura con il brand omonimo. Tornata a Bangkok, infatti, Patcharavipa forma un team di orafi e nel 2016 a Parigi viene presentata ufficialmente la sua prima collezione. Fin dall’inizio, l’obiettivo primario è quello di “onorare” la storia e le origini della sua famiglia e di preservare la tradizione Thai. Tutta l’estetica del marchio ammicca al concetto di “Wabi-Sabi” giapponese: la bellezza dei prodotti si cela proprio nelle loro imperfezioni e irregolarità, in quel senso di unicità e autenticità che solo l’attività di una mano umana può creare, essendo realizzati attraverso tecniche e processi artigianali locali. Ed è proprio questo sentimento di transitorietà, di realtà, che fa sentire a casa chi guarda i gioielli di Patcharavipa. Nonostante i riferimenti culturali e tradizionali propri della fondatrice siano molto distanti da quelli della maggior parte del pubblico, ogni anello o collana che sia è in grado di suscitare un senso quasi di intimità, come se in realtà, quel gioiello, fosse già stato parte della nostra vita.

“Antre” in latino significa “caverna”, un posto che ancora suscita in me ricordi felici della mia infanzia e delle vacanze in famiglia. Questi panorami mi hanno sempre trasmesso pace e tranquillità: a volte l’oscurità non è sinonimo di tristezza, ma di chiarezza.

Patcharavipa a Outpump

Dal punto di vista estetico, invece, tra gli elementi più distintivi e riconoscibili del marchio c’è sicuramente la lavorazione “Antre“, anch’essa legata al concetto di “Wabi-Sabi”. La maggior parte delle creazioni di Patcharavipa sono caratterizzate da una superficie irregolare e increspata, ispirata alle formazioni calcaree tipiche delle caverne, in grado di trasformare linee pulite e all’apparenza semplici in un contrasto di ispirazioni. Forme, texture, materiali e dettagli coesistono all’interno di uno stesso gioiello in maniera estremamente naturale e omogenea, trasmettendo un intangibile senso di libertà.

Il processo creativo di Patcharavipa ha infatti l’obiettivo di far risaltare la bellezza della natura e, così, il sentimento di sicurezza e mistero delle cave thailandesi stravolge volumi e profili contemporanei. Allo stesso tempo, non sono solamente le forme organiche a definire i gioielli di Patcharavipa: tutto l’ambiente che circonda la designer rappresenta di fatto un punto di partenza per la formazione delle nuove collezioni. Persone, architetture e opere d’arte (come quelle di Richard Serra, Jean DuBuffet o Fernand Leger) sono ciò che contribuiscono a rendere uniche le creazioni del brand ed è proprio il “processo di prendere queste forme e rielaborarle per renderle indossabili” a stimolare la creatività della designer.

È sempre nel 2016, poi, anno della nascita di Patcharavipa come brand, che ha inizio il percorso che vedrà, nel 2021, il lancio del prodotto forse più interessante del brand. Durante una passeggiata in uno dei tanti dei mercatini thailandesi, la fondatrice e il suo compagno Kenzi si imbattono in un orologio Rolex vintage. Nessuno dei due indossa abitualmente un orologio ma la passione per le forme e i dettagli li spinge, in quel momento, a mettersi alla prova per donare una seconda vita a quell’orologio.

Io e Kenzi vediamo ogni orologio come un piccolo tesoro dimenticato, ogni segno e ogni patina ha la sua storia.

Patcharavipa a Outpump

Dopo un lungo periodo di tentativi e prove, Patcharavipa è riuscita a mettere a punto un precisissimo processo di customizzazione di orologi vintage, in particolare degli anni ’70, poiché insolitamente sperimentali e architettonici già di partenza, in rispetto dell’autentico design. Oltre all’attenzione per le caratteristiche della struttura e della forma originale che fungono da ispirazione per la “trasformazione”, ogni modello viene meticolosamente scomposto nelle sue varie parti, mantenendo per esempio la patina del quadrante, e poi ridisegnato. Nascono così Rolex, Patek Philippe e Piaget dall’aspetto contemporaneo ma senza tempo, realizzati per essere tramandati per generazioni e generazioni senza mai diventare banali. Tra i custom più significativi mai realizzati c’è sicuramente la rivisitazione del “King Midas” di Rolex indossato da Rihanna, il cui cinturino originale è stato personalizzato con dettagli irregolari da orafi locali.

Ma l’asticella della sperimentazione e della stravaganza non rimane mai ferma per Patcharavipa. Lo scorso luglio, infatti, il concetto di “orologio” è stato portato a uno step successivo con l’introduzione dei “ring-watch“. Questi innovativi anelli sono realizzati utilizzando quadranti originali di vecchi modelli Rolex (anch’essi lasciati inalterati per quanto riguarda i difetti “vintage” che il tempo ha creato), incastonati però in una montatura per le dita in pieno stile Patcharavipa: organica, libera ma soprattutto “umana”.

ll guscio di cocco che utilizziamo è molto speciale poiché viene coltivato solamente da alcuni contadini thailandesi in una zona specifica del paese, chiamata Amphawa. Abbiamo voluto lavorare proprio con questo materiale e queste persone per supportarli e mettere in evidenza un prodotto locale.

Patcharavipa a Outpump

Nel mondo di Patcharavipa, però, non è solo il design ad essere fuori dal comune: un altro grande punto di forza e unicità del marchio riguarda la manifattura stessa dei prodotti e, in particolare, la combinazione di materiali tanto preziosi quanto rari e inaspettati. Oltre a una particolare tipologia di legno di cocco di Amphawa (dove i bisnonni della fondatrice si sono incontrati) e oro Siam 18 carati lavorato in Thailandia, i gioielli di Patcharavipa portano con sé l’eleganza Thai attraverso l’uso di legno d’ebano sacro di Burma: la tradizione, infatti, racconta che chiunque non porti rispetto all’albero d’ebano prima di tagliarlo, verrà colpito dalla sfortuna.

Grazie a una perfetta sinfonia che unisce il folklore thailandese e i suoi paesaggi esotici a una filosofia che mette al centro i sentimenti e il senso di familiarità, Patcharavipa è destinato a diventare la nuova frontiera della gioielleria. E se non è l’avanguardia e l’esagerazione dei design (e nemmeno la costante ricerca di un nuovo trend o il voler seguire a tutti i costi le mode del momento) ciò che rende Patcharavipa unico nel suo genere, l’elemento che vale la pena di sviscerare è l’estrema naturalezza con cui tutti i dettagli risultano coerenti tra di loro, piccole parti di una storia che racconta allo stesso tempo una persona, una famiglia e la storia dell’umanità intera.